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I risultati del ballottaggio delle elezioni presidenziali in Francia consegnano al candidato della destra gollista (Unione per un movimento popolare, Ump), Nicolas Sarkozy, un netto margine di vittoria sulla candidata socialista (Ps) Ségolène Royal: 53,3% contro 46,7%. Sarkozy ha vinto con un discorso di destra “duro”, mentre Ségolène, cercando i moderati, è rimasta senz’acqua in cui nuotare. Sarkozy ha festeggiato la vittoria sullo yacht di Bolloré, uno dei magnati di Francia.

Il programma di Sarkozy approfondisce gli attacchi portati avanti dai governi di destra negli ultimi cinque anni alle conquiste sociali e democratiche dei lavoratori (pensioni, diritto di sciopero, istruzione di massa). Una delle misure che più ha invocato nella campagna elettorale è stata una legge per limitare il diritto di sciopero nei trasporti, attaccando così un settore d’avanguardia della classe lavoratrice francese, quello che mise in ginocchio il governo di destra nel ’95. La polemica rabbiosa di Sarkozy contro il Maggio ‘68, considerato come portatore di disordine e degrado morale, rivela la dimensione complessiva del suo disegno, attento anche alla battaglia ideologica. “Il primo poliziotto di Francia” si è concentrato sui valori della tradizione, sul rispetto dell’autorità e sulla repressione dell’immigrazione. Rincorrendo temi e toni dell’estrema destra di Le Pen, Sarkozy ne ha conquistato parte dell’elettorato. Il Fronte Nazionale è così crollato passando dal 16% del 2002 al 10%.

La candidata del partito socialista è stata incapace di mordere sull’elettorato popolare riversatosi sui partiti di destra, a causa della sua moderazione peraltro accresciuta dal tentativo di agganciare i liberali di Bayrou, candidato di centro assestatatosi al 18%. I dirigenti socialisti più legati al mondo capitalista hanno apertamente proposto un’alleanza con l’Udf (Unione per la democrazia francese) di Bayrou. Rocard lo ha scritto dalle colonne di Le Monde prima del ballottaggio, Strass-Kahn lo ha dichiarato alla stampa pochi minuti dopo l’annuncio della vittoria della destra. Bayrou ha orientato il fuoco della critica su Sarkozy, definito un potenziale Berlusconi, incassando le aperture dei vertici del Ps. Egli ha sottolineato che le differenze col Ps riguardano i temi economici, poiché i socialisti sono ancora troppo legati alla spesa pubblica e non abbastanza attenti al “risanamento”. Bayrou chiede al Ps di prepararsi ad una politica di tagli massicci allo stato sociale e di regali fiscali alle imprese. È fondamentalmente lo stesso programma di Sarkozy, però Bayrou lo vorrebbe realizzare gradualmente e con la cooperazione del Ps. Questo spiega l’insistenza con cui Bayrou ha sostenuto che la vittoria di Sarkozy avrebbe pericolosamente aumentato la “disgregazione sociale”.


Partito democratico alla francese?


Tra i commenti dei politici italiani, spiccano quelli degli esponenti di DS e Margherita, unanimi nel porre il Partito democratico come modello da esportare. La sconfitta della sinistra francese sarebbe dovuta all’assenza di un’alleanza col centro. E giù a dire che la sinistra da sola non ce la fa, “non è autosufficiente” e “deve rinnovarsi”. Per questi signori rinnovarsi significa cancellare l’idea della difesa dei lavoratori e degli oppressi. Questi effluvi di saggezza ritornano su un punto: per vincere bisogna andare al centro. In realtà, le presidenziali francesi dimostrano proprio il contrario.

Davanti ad un paese in piena crisi sociale, con l’aumento della povertà e paurosi piani di licenziamenti (4mila soltanto all’Airbus), Sarkozy ha tenuto un registro di destra chiaro, combinando nazionalismo e razzismo, richiamo alla famiglia e all’ordine gerarchico nella società. Così ha fatto il pieno nelle aree conservatrici (Alsazia, Provenza, zone rurali, Parigi città), conquistando anche voti popolari a cui offriva l’immigrato come capro espiatorio. La spiegazione fondamentale per questo risultato sta nella mancanza di una chiara alternativa socialista al capitalismo da parte della sinistra. Addirittura, Royal aveva promesso una legge sulla precarietà poco differente dal Cpe che nella primavera 2006 scatenò la lotta vittoriosa degli studenti francesi. È chiara la distanza tra il programma della sinistra riformista e le aspirazioni dei lavoratori e dei giovani, che in questi cinque anni hanno ingaggiato durissime battaglie contro i governi di destra, creando un terreno potenzialmente favorevole alla sinistra.

Il Ps ha intrapreso questa campagna elettorale sulla base della piattaforma più filocapitalista nella storia del partito. Royal ha brandito idee nazionaliste come l’amore per la patria, per la bandiera e per l’inno nazionale. Per combattere la delinquenza, ha sostenuto che i giovani criminali dovrebbero essere internati sotto la supervisione delle forze armate. Il suo programma non contiene una singola misura che porterebbe ad un significativo miglioramento della vita dei lavoratori. In sostanza, riformismo senza riforme.


Il Pcf e il risultato della Lcr


Il primo turno aveva mostrato una certa capacità del Ps di recuperare consenso popolare. Il 25,87% equivale a 10 punti in più di quanto conquistò Jospin nel 2002. Mentre il Ps ha perso voti alla sua destra, con defezioni di intellettuali, funzionari o affaristi alla Tapie attratti da Bayrou, ha invece parzialmente recuperato in zone a forte composizione proletaria (periferia parigina, compresi gli epicentri della rivolta delle banlieues, Tolosa, Marsiglia, Nord, circoscrizioni popolari di Parigi città dove si attesta sul 40%). Il Ps è visto da milioni di lavoratori come lo strumento elettorale obbligato per battere la destra, malgrado i limiti programmatici e di direzione.

Da quest’ultimo fattore è stato schiacciato particolarmente il Pcf, fermo all’1,9%, malridotto da una politica al traino del Ps. L’allontanamento a velocità crescente da un qualsiasi riferimento al comunismo ha ormai reso agli occhi di milioni di sfruttati il Pcf nient’altro che una copia di piccole dimensioni del Ps. Questa ulteriore caduta di consenso rispetto al 2002 è un’illustrazione delle conseguenze disastrose dell’abbraccio col linguaggio confuso della politica “alternativa” piccolo-borghese: tasse aggiuntive e multe per i capitalisti cattivi, premi e bonus per quelli buoni. Il programma del partito rivendica addirittura che il capitalismo potrebbe sradicare la disoccupazione e la povertà attraverso aggiustamenti della tassazione e della spesa pubblica.

La debolezza del Pcf è particolare sul terreno elettorale, in cui il suo elettorato tradizionale e molti giovani radicalizzati possono esprimere i loro sentimenti anticapitalisti votando un candidato dell’estrema sinistra. L’estrema sinistra è anch’essa in netto calo rispetto alle presidenziali del 2002, quando ottenne in totale più del 10% per la gran voglia di mandare un segnale di avvertimento alla sinistra riformista reduce da cinque anni di governo. Quest’anno non ha superato il 6%. Chi se l’è passata meglio è stato Besancenot, candidato della Lega comunista rivoluzionaria (Lcr). Il suo 4%, tuttavia, è costituito da un voto di opinione che non si traduce in un radicamento sociale nei luoghi di lavoro. È un voto che attrae giovani, affascinati dallo stile “incazzato” di Besancenot, e alcune fasce di lavoratori, specialmente dove il sindacato Sud è più radicato. Tuttavia, appare chiaro che Besancenot prende di più dove c’è un insediamento meno in disgregazione del Pcf, come nel Pas-de-Calais dove il candidaro della Lcr supera il 6% ottenendo il migliore risultato a livello provinciale.

Questo discorso non elimina un fatto decisivo: l’insieme dell’estrema sinistra, Lcr compresa, non sfiora neanche lontanamente il radicamento tra la classe lavoratrice del Pcf. È un radicamento fatto di decine di migliaia di attivisti sindacali e dirigenti della Cgt e di centinaia di migliaia che sono stati militanti Pcf, e magari ora votano per l’estrema sinistra, ma che non vedono né la Lcr né Lo né il Pt come alternativa percorribile alla bancarotta del gruppo dirigente del Pcf.


E ora?


La vittoria di questo “piccolo Bonaparte” non cala la Francia in un ventennio di reazione. Nell’ultimo decennio le mobilitazioni operaie e giovanili, tra inevitabili alti e bassi, hanno ottenuto vittorie significative e consolidato una coscienza anticapitalista in rilevanti settori della popolazione. Appena cercherà di imporre il suo programma, Sarkozy si urterà ad una ferma reazione. L’esito non è scontato. La retorica nazionalista si diluirà nella sua essenza borghese e poliziesca. Gli scontri notturni a Parigi, Tolosa, Nantes, Montpellier e altrove dopo la proclamazione dei risultati, benché di dimensioni ridotte, sono sintomi della polveriera sociale creatasi in Francia. Le decine di condanne per direttissima già decretate dalla magistratura puntano a creare un clima di paura. Ma una qualsiasi provocazione del governo potrebbe accendere la lotta. Probabilmente, Sarkozy attaccherà vari settori operai e giovanili uno alla volta. Ma la risposta del movimento operaio potrebbe ribaltare gli attuali rapporti di forza nella società.

 

23/05/07 

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