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Il 10 febbraio, 100mila studenti francesi scendevano per le strade contro la riforma della scuola voluta dal governo di destra. Pochi giorni dopo il ministro dell’Educazione Fillion era costretto ad annunciare pubblicamente il ritiro del suo progetto di legge. Questa è stata una vittoria importante per il movimento studentesco francese, ma già allora spiegavamo che alla prima occasione il governo sarebbe tornato all’attacco. E così è stato.

Il 26 marzo il parlamento ha approvato definitivamente la Riforma Fillion. Per far passare il suo progetto, il ministro francese ha usato una strategia opposta a quella adottata dalla Moratti. La nostra ministra infatti ha fatto ricorso ad una strategia di logoramento, basata su lunghissimi tempi di discussione e applicazione, con il chiaro scopo di stancare i focolai di protesta e isolare i vari settori sotto attacco. Fillion invece ha deciso di intraprendere un fulmineo contrattacco a sorpresa. Ha imposto il voto della sua legge a poche settimane dall’annunciato ritiro e ha preteso fosse utilizzata la decretazione d’urgenza per ridurre al minimo i tempi. In questo modo il ministro contava di scioccare gli studenti e di non lasciare al movimento studentesco il tempo di riorganizzarsi.

Gli studenti però non si sono lasciati ingannare da questa manovra e, subito dopo l’approvazione della nuova legge, hanno dato vita a una serie di occupazioni in numerose scuole. Un alta istituzione scolastica francese ha addirittura parlato di “stato di pre-rivolta nei licei”.

La questione della maturità

Il disegno di legge non è stato approvato nella sua versione originaria: è stata stralciata la parte sulla riforma della maturità, cioè il punto che più era stato contestato dagli studenti.

In Italia, la riforma della maturità realizzata dal Centrosinistra ha inasprito l’esame, rendendolo più difficile, una sorta di spauracchio con cui gli studenti vengono minacciati fin dal primo anno. In Francia invece Fillion aveva proposto di trasformare l’esame di maturità in una semplice formalità, con l’obiettivo di perseguire la strada della dequalificazione dei titoli di studio. A questo processo assistiamo anche in Italia: oramai per insegnare la laurea non basta più, ci vuole un corso di specializzazione di due anni; una sentenza del Consiglio di Stato ha considerato le lauree triennali equivalenti al semplice diploma. Perché una famiglia di lavoratori dovrebbe fare sacrifici per far studiare il proprio figlio, se questo alla fine si ritrova in mano un pezzo di carta senza valore? In questa maniera avrà una qualifica spendibile nel mondo del lavoro solo chi potrà permettersi master e corsi di specializzazioni estremamente costosi.

La rinuncia alla riforma della maturità è stata una concessione obbligata, che il ministro è stato costretto a fare di fronte alle massicce mobilitazioni di febbraio. D’altro canto non si può certo parlare di vittoria. L’impianto generale della riforma è infatti rimasto intatto: divisione in scuole di serie A e serie B, doppio binario, ingresso prepotente delle aziende nel mondo della scuola, mancanza di fondi e migliaia di esuberi tra gli insegnanti… Il governo in pratica ha ceduto sulla maturità per far passare tutto il resto.

Gli attacchi della destra e gli errori della sinistra

Se Fillion da una parte ha concesso la proverbiale carota, dall’altra non ha lesinato il bastone. La borghesia francese, spaventata dalla prospettiva di un nuovo ‘68, non ha risparmiato nessun colpo basso contro il movimento studentesco. Ha giocato la carta della repressione poliziesca, facendo sgomberare brutalmente alcune scuole occupate. Ha soffiato sui pregiudizi più beceri, parlando di razzismo anti-bianco nelle scuole della Francia meridionale, dove è elevato il numero di giovani di origine nordafricana. Ha ampiamente strumentalizzato il ruolo dei provocatori che hanno creato disordini nelle manifestazioni.

Di fronte ai continui attacchi della Destra, gli studenti francesi non sono stati molto aiutati né dalla Sinistra né dalle loro organizzazioni tradizionali. Il Partito socialista francese non ha trovato di meglio da fare che presentare un ricorso contro la riforma alla Corte Costituzionale. Il terreno istituzionale, con le sue lungaggini amministrative e i suoi cavilli burocratici, da sempre è più adatto ad impantanare una mobilitazione che a farla vincere. Le organizzazioni studentesche tradizionali francesi invece hanno parlato di un tavolo di trattative col ministro: bisognerebbe capire cosa c’è da trattare o discutere sulla privatizzazione della scuola pubblica.

Le occupazioni

Se a febbraio gli studenti avevano dato vita a grossi cortei nelle varie città della Francia, a marzo ci sono state principalmente occupazioni. Questo ha significato il passaggio ad una fase più radicale e incisiva della lotta, ma ha posto anche nuovi problemi. Se nei cortei generali viene fatta valere la forza complessiva del movimento studentesco a livello nazionale, nelle occupazioni contano solo i rapporti di forza all’interno della singola scuola, che non sono uguali dappertutto. Inoltre le occupazioni sono particolarmente dispendiose, in quanto gli studenti perdono numerosi giorni di lezione e sono sottoposti a minacce repressive più forti. Dunque in questo tipo di lotta solo le scuole e i settori più combattivi vengono coinvolti. Un ridimensionamento e una frammentazione della mobilitazione sono inevitabili.

Perché una lotta ad oltranza tanto dura vinca, è fondamentale che la consapevolezza sia tale da resistere un giorno di più del governo, che le occupazioni si estendano e che i lavoratori solidarizzino attivamente.

Purtroppo queste condizioni ancora non c’erano in Francia, dove il risveglio sociale è appena cominciato e non ha ancora raggiunto la sua fase acuta. Date queste premesse oggettive, il movimento studentesco, privo di un’adeguata direzione e di qualsiasi altro serio referente politico, non è stato in grado di vincere il braccio di ferro con il governo. Per il momento Fillion ha riportato una vittoria sulle occupazioni, ma la partita non è ancora finita. Tutte le problematiche poste dalla riforma rimangono ancora in campo e il malcontento tra gli studenti e gli insegnanti resta alto. Quando i progetti ministeriali inizieranno ad avere conseguenze concrete nei luoghi di studio, la contestazione riceverà nuova linfa e le mobilitazioni inevitabilmente riprenderanno. L’esperienza di questi mesi non sarà però passata invano: la prossima volta la lotta non si fermerà fino alla cacciata di Fillion.

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