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L’onda lunga dell’inverno 1995 travolge nelle urne Juppé e Chirac

Dove va la Francia?
 
Dopo la vittoria elettorale di Jospin nessuno può negare che le lotte del dicembre 1995 in Francia assieme a quelle in Belgio negli stessi giorni hanno segnato un cambiamento importante nella situazione internazionale. Dopo tre anni di ripresa economica senza miglioramenti significativi nei livelli di vita né nell’occupazione, una parte importante dei lavoratori dei paesi più ricchi di Europa ha cominciato a mettere in discussione tutto l’impianto ideologico che con tanta cura è stato costruito attorno ai cosiddetti "criteri di Maastricht" e al "risanamento dei conti pubblici".

La magnifica dimostrazione di forza dei lavoratori francesi è stato il movimento più importante dal 1968. Malgrado solo l’8% dei lavoratori siano sindacalizzati il movimento operaio ha assunto subito un ruolo protagonista.

Il governo ha provato tutti i vecchi trucchi (provocatori alla fine dei cortei, cortei di "utenti" indignati che avrebbero dovuto spaccare il movimento, pubblicità massiccia a favore delle loro ragioni nella stampa e nella Tv) ma non è servita a niente. Il 70% della popolazione si dichiarò "totalmente d’accordo con le ragioni dello sciopero".

Di fronte a ciò il governo è stato costretto a fare delle concessioni importanti ai ferrovieri e a guadagnare tempo per cercare migliori condizioni per avviare l’insieme di controriforme del "plan Juppé".

Juppé nel tentativo di giustificarsi aveva invocato le "leggi eterne dei mercati" e della "competizione globale". Il rimedio è stato peggiore della malattia! Per la prima volta milioni di persone mettevano in discussione l’intera impalcatura di Maastricht, della campagna di privatizzazioni e lo stesso diritto dei capitalisti di prendere decisioni che coinvolgono tutta la società.

Chirac sbaglia

Da allora sono passati 18 mesi. Un calvario per Juppé e Chirac che, nel tentativo disperato di uscirne hanno convocato elezioni anticipate "a sorpresa", forti di sondaggi riservati che, anche se in calo "assicuravano" loro una maggioranza parlamentare.

I risultati elettorali li conosciamo. In base alla divisione dei partiti borghesi e a una importante rimonta del Partito socialista, amplificata dal sistema elettorale maggioritario, la coalizione Ps-Pc-verdi-radicalsocialisti ha preso la maggioranza assoluta nel Parlamento. Il loro programma, elaborato da Dominique Strauss Kahn - ora superministro dell’economia - può definirsi come "keynesiano"; cioè un’insieme di misure volte a favorire gli investimenti e il consumo, nel tentativo di ridurre la disoccupazione che supera da tempo il 12% della popolazione.

Le buone intenzioni di jospin

Jospin si oppose alla svolta liberista e chiaramente pro-capitalista incarnata nell’ultimo settennato di Mitterrand da Pierre Bérégovoy. Secondo Jospin, la sinistra non ha bisogno di "perdere l’anima" per adattarsi ai cambiamenti del mondo.

"Se riusciamo a ristabilire i grandi equilibri, commercio estero, moneta, inflazione - scriveva già nell’83 -credo che potremmo prevedere una nuova fase di crescita relativa. Perché non immaginare un modello economico che faccia riferimento sia a Keynes - distribuire meglio - e a Marx - riformare le strutture?". Oggi, questi "grandi equilibri" sono stati ristabiliti. È giunta l’ora di arrivare alla "definizione di un nuovo pensiero economico". E ancora: "preciso che non si tratta di sostituire la svalutazione competitiva alla disinflazione competitiva, oppure di tornare all’81. Bisogna però invertire le nostre priorità in politica economica. Oggi, vengono fissati degli obiettivi quantificabili per quello che riguarda i prezzi, il deficit di bilancio, mentre la disoccupazione va come può. Invertiamo.

Fissiamo degli obiettivi quantificabili per quello che riguarda l’occupazione e vediamo come realizzarli. Il modello dominante, con il quale io propongo una rottura, non sono stati i socialisti ad averlo inventato. Si sono limitati ad allinearsi ad esso. Ma questo non è il nostro modello e perderemmo la nostra identità se volessimo continuare a difenderlo".

In linea con queste buone intenzioni, una serie di promesse elettorali come quella di aumentare il salario minimo, fermare le privatizzazioni di aziende pubbliche e bloccare i fondi pensioni privati hanno ottenuto la simpatia di una parte importante dei lavoratori francesi, ma non l’entusiasmo. La vittoria di Jospin dunque è più figlia della rabbia contro Juppé e Chirac che dell’entusiasmo provocato dal suo programma.

Detto questo nondimeno i risultati francesi hanno preoccupato la borghesia internazionale perché sono un chiaro riflesso sul piano elettorale del crescente attivismo e della coscienza di classe dei lavoratori francesi, che si è vista ultimamente in tutta una serie di grandi scioperi e movimenti di protesta, a cominciare dalla seconda metà del 1995.

La vittoria della sinistra ha cambiato ulteriormente l’umore e la fiducia degli attivisti sindacali, socialisti e comunisti. Ma questa non è una ripetizione del 1981. Jospin, il leader dei socialisti, non troverà la stessa cieca fiducia di cui Mitterrand ha potuto approfittare nei primi anni ’80. I lavoratori sono molto prudenti nei confronti della moderazione della direzione socialista, ancora composta essenzialmente dalle stesse personalità che, dopo un breve periodo di riforme, hanno applicato misure d’austerità che hanno aperto la strada al ritorno della destra.

L’esperienza dei lavoratori

Come Jean Castilla, dirigente della Cfdt della Renault, ha spiegato sul giornale marxista La Riposte alla vigilia delle elezioni: "Il problema è che noi non abbiamo fatto sufficienti pressioni per le riforme come avremmo dovuto. Ovviamente noi abbiamo richiesto maggiori riforme in difesa dei lavoratori, ma non siamo andati nelle strade, non abbiamo lottato per esse. Abbiamo dato loro un assegno in bianco. Questo è stato un errore. Questa volta, se la sinistra vince, dobbiamo sviluppare un movimento sociale che assicuri che non ci siano ritirate".

Questo atteggiamento è senza dubbio condiviso da una gran parte di lavoratori. La Cgt ha già messo in campo una serie di rivendicazioni, compreso aumenti salariali, l’applicazione delle 35 ore a parità di salario, come promesso in campagna elettorale, e una riduzione dell’Iva.

I primi segnali sono visti come positivi dai lavoratori. Le privatizzazioni sono state "congelate" sebbene non definitivamente cancellate. Di fatto quella più importante - France Telecom - dovrebbe avviarsi nell’autunno. La riduzione dell’orario, è stata rimandata all’ultimo anno della legislatura e molti ricordano come anche Mitterrand aveva promesso di arrivare alle 35 ore scendendo di un’anno alla volta, ma dopo le 39 si fermò!

Vedremo presto pressioni dal basso sul governo, che subirà però anche le pressioni dall’alto. Jean Gandois, il presidente della Cnpf, associazione padronale, ha rilasciato una dichiarazione da Rabat in Marocco, dove si trovava per partecipare ad un forum internazionale di affaristi, non appena la vittoria della sinistra è stata confermata. "Dobbiamo ingaggiare una lotta per cambiare il modo di pensare del governo socialista su tutta una serie di punti" ha detto, richiedendo una politica "per rafforzare la competitività delle merci francesi". Sono in atto pressioni enormi dei grandi investitori in Borsa per far sì che Jospin abbandoni la promessa di impedire lo sviluppo dei fondi pensione privati, che in base a una legge di Juppé stanno decollando in Francia.

È l’inizio di una guerra fatta di sabotaggi e ostruzionismo contro ogni significativa riforma che il nuovo governo tenterà di introdurre.

E questo è il punto centrale della situazione francese: ancora una volta, la terza, i lavoratori hanno rifiutato nelle urne la politica della borghesia francese. Allo stesso tempo dobbiamo ricordare come la delusione provocata dai governi Mitterrand portò nel 1994 alla maggior vittoria delle destre dagli anni ’30. Ora Jospin prova a uscire da questo vicolo cieco con una politica di aiuti agli investimenti e al consumo, nella tradizione keynesiana.

Keynes o marx?

Keynes è stato l’ispiratore delle politiche economiche che dagli anni 30 in Usa e dal dopoguerra in Europa hanno permesso il più grande boom economico della storia. Ma, dobbiamo chiederci, se Keynes ha avuto questi risultati perché dalla metà degli anni ’70 viene visto come fumo negli occhi dalla borghesia internazionale? La ragione è da trovare nel diverso contesto economico. Nel dopoguerra si è innescato un circolo virtuoso di crescita economica sulla base in primo luogo del mercato potenziale creato dalla guerra e dalla depressione economica degli anni 30. In questo contesto che avrebbe portato comunque ad un periodo di crescita, si sono introdotti tipiche politiche keynesiane "anticicliche" che attraverso investimenti pubblici e sostegno alla domanda (sussidi di disoccupazione, aiuto alle famiglie ecc;) hanno permesso per quasi trent’anni un boom economico senza precedenti, con periodi di calo ridotti e di crescita molto lunghi. Ma Keynes non poteva fare "miracoli". Quando il ritmo di crescita è cominciato a calare per l’impossibilità da parte dei lavoratori di acquistare tutte le merci prodotte, il tentativo di forzare la situazione con le politiche keynesiane ha provocato una esplosione inflazionistica e un alto debito pubblico in tutti i paesi. A questo punto Keynes, portato agli altari dai capitalisti per 30 anni è diventato sinonimo di crisi e buttato agli inferi!

I dirigenti riformisti del movimento operaio, che per decenni si erano cullati nella possibilità di "riformare" il capitalismo con una cura di keynesianismo, sono rimasti sospesi in aria. Dopo hanno abbandonato Keynes e l’hanno sostituito con le ricette "monetariste" personificate dalla Thatcher e da Reagan. Il trattato di Maastricht con la sua ossessione sul 3% è figlio di queste teorie. Ora Jospin lo vuole "ricontrattare" aggiungendo un pizzico di "keynesianismo"! Dove può portare tutto ciò? Abbiamo visto una buona prova in occasione del vertici di Amsterdam sull’unificazione europea:

Jospin voleva mettere in discussione l’accordo - che prevede sanzioni forti per i paesi che non rispetteranno i "parametri" - raggiunto al Consiglio europeo di Dublino nel dicembre scorso, e che avrebbe dovuto essere varato ufficialmente al Consiglio europeo di Amsterdam.

Secondo Strauss Kahn, - ministro dell’economia del governo francese "c’è bisogno di un nuovo equilibrio" in Europa tra rigore monetario e necessità di combattere la disoccupazione. "L’unione economica e monetaria si farà, come previsto, il primo gennaio ‘99 - ha spiegato -, noi siamo fermamente decisi ad applicare le disposizioni del trattato. Ma c’è bisogno di un nuovo equilibrio, per mettere l’occupazione al centro. Ci vuole un polo economico a fianco del polo monetario. Il nostro bisogno di tempo, sono convinto, sarà compreso dai partner". Secondo Strauss Kahn, "prendere tempo" per ridefinire le priorità del progetto di moneta unica, "rafforza l’Unione economica e monetaria". Per il governo francese, difatti, la credibilità dell’Uem non va ricercata solo sul fronte finanziario, ma anche su quello "dei popoli europei" oggi sempre più scettici e distanti rispetto all’avventura dell’Euro: di conseguenza, bisogna applicare "nient’altro che il trattato, ma tutto il trattato" di Maastricht. In particolare, la Francia fa riferimento all’articolo 103, che prevede di rafforzare il coordinamento delle politiche economiche. Jospin, chiede che il passaggio all’Euro venga sottoposto ad alcune "condizioni". Le esigenze francesi sono quattro:

1) la creazione di un "governo economico", che coordini le politiche economiche, per costituire un contropotere nei confronti delle Banche centrali, autonome dalla sfera politica;

2) la necessità di includere le monete dei paesi del sud - Italia, Spagna e Portogallo - nel primo girone della zona Euro;

3) "no" a un Euro sopravvalutato nei confronti di dollaro e yen;

4) mettere tra le priorità da rispettare non solo il rigore di bilancio e la disciplina monetaria, ma anche un impegno di crescita economica e la lotta alla disoccupazione, principale piaga europea.

Non c’è una "terza via" tra capitalismo e socialismo

Infine ad Amsterdam si è raggiunto un compromesso instabile nella linea di rendere flessibili i famosi parametri. Ma come potrà andare a finire? Il governo Jospin sa di essere sotto la pressione dei lavoratori e così dichiara pubblicamente che "la priorità assoluta è l’occupazione - pur rispettando gli impegni europei per l’ingresso nell’Unione monetaria". Ma nel frattempo l’economia segue la sua logica e le dichiarazioni del governo francese, da sole, non la cambieranno. Jospin potrebbe basarsi sulla forza dei lavoratori che l’hanno votato e proporre un piano di nazionalizzazioni sotto il controllo operaio volto a sottrarre il controllo della Francia alle 70 famiglie che regnano sull’economia del paese. Potrebbe imparare dall’insuccesso di Mitterrand che, nel 1981, provò a trovare lo spazio per una via riformista e solo dopo 6 mesi - non volendo fare un appello ai lavoratori - fu costretto a battere in ritirata. Jospin avrà ancora meno tempo a disposizione. Tutta la sua storia politica parla a favore di una capitolazione alle "ragioni del mercato", malgrado le dichiarazioni odierne.

La differenza con l’81 può venire dal movimento operaio francese che - non lo dimentichiamo - è stato in grado nel 1995 di mettere in scacco il governo malgrado i dirigenti socialisti e comunisti si chiamassero fuori dallo scontro. I lavoratori francesi si trovano di fronte a un bivio. Dopo aver vissuto l’esperienza di governi riformisti incapaci di fare le riforme e aver toccato con mano come Chirac e Juppé sono ancora peggio, devono trovare un’alternativa. Tutto porta a pensare che essa può nascere nel movimento sindacale, tra quei delegati che hanno organizzato il magnifico movimento del 1995. Molti di questi delegati sono iscritti al Pc, ma non hanno grande fiducia nel vertice di questo partito.

Come nel 1936 e nel 1968 la domanda "come migliorare concretamente le condizioni di vita dei lavoratori?" porta direttamente a mettere in discussione il dominio di un pugno di capitalisti sulla società. Rivendicazioni a favore del mantenimento delle aziende pubbliche, della riduzione dell’età pensionabile, dell’orario di lavoro senza riduzione del salario, di un stipendio minimo degno (di 1.700mila lire) sono già oggi largamente accettate tra i delegati sindacali in Francia. Occorre unire a queste rivendicazioni la proposta di nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle grosse aziende (banche, assicurazioni, auto, chimica) da affiancare all’importante settore pubblico con l’obiettivo di impostare l’attività economica, non in base ai voleri delle Borse, ma ai bisogni della società. In questa lotta i lavoratori francesi si troverebbe contro tutta la borghesia internazionale, ma al loro fianco avrebbero il meglio dei lavoratori europei che già nel dicembre ’95 hanno dimostrato la loro grande attenzione e solidarietà.

La responsabilità del Partito comunista al riguardo è grande. Come nel 1981 è entrato nel governo. Allora, dopo aver appoggiato le misure di austerità applicate fra il 1982 e il 1984, si ritirò attaccandolo "da sinistra", ma senza proporre nessuna reale alternativa. In queste circostanze la successiva crisi del Ps non ebbe conseguenze positive per il Pc. I lavoratori delusi del Ps non trovavano in esso un’alternativa.

Ora la situazione è in qualche modo differente. È vero che, per ora, i dirigenti del Pc non dimostrano di aver capito nulla dalla precedente esperienza, visto che la politica dell’attuale governo è molto più moderata di quella del 1981. Ma dal punto di vista parlamentare, il Pc è in una posizione più forte, perché i socialisti non hanno la maggioranza e dipendono dal suo appoggio nell’Assemblea Nazionale. A questo punto i nodi arriveranno subito al pettine.

La crisi economica è troppo seria e le pressioni del grande padronato per i tagli sono troppo forti per permettere un qualsiasi facile compromesso. Come è successo più volte in passato saranno le provocazioni padronali a provocare la lotta della classe operaia francese.

In questo momento sono loro, gli eredi della Comune di Parigi, i più avanti in Europa nel processo di presa di coscienza delle conseguenze nefaste, per i lavoratori e le loro famiglie, della politica padronale sintetizzata nei famigerati parametri di Maastricht.

 

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