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All’orizzonte attacchi per tutti i lavoratori


La posta in gioco nella lotta dei lavoratori dei trasporti appena conclusa era enorme: la demolizione entro il 2012 dei cosiddetti regimi pensionistici speciali di ferrovieri e autisti di bus e metrò apre la strada ad un’intensificazione dell’offensiva generale contro i lavoratori. Il governo ha ora in programma di alzare da 40 anni di lavoro a 41 la soglia per andare in pensione senza riduzione dei trattamenti. Anche il 2008 si preannuncia cruciale per il movimento operaio francese.

Per nove giorni consecutivi ferrovieri e autisti hanno paralizzato la Francia. Difendevano il diritto ad andare in pensione dopo 37,5 anni di lavoro, contro la proposta del governo di destra di alzare i requisiti a 40 anni. Questa controriforma, la terza dopo quelle del 1993 e del 2003, ha terminato un “lavoro sporco” per elevare a tutti l’età pensionabile, con una strategia che ha diviso gli operai del privato dai dipendenti pubblici ed anche questi ultimi tra di loro. Anche in questo caso, però, non è stata la reazione dei lavoratori a mancare. Non si assisteva ad un movimento così determinato dal dicembre del ’95. Come allora, i lavoratori hanno lottato contro le menzogne della grande stampa che li ha definiti “privilegiati” ma anche contro le tendenze alla conciliazione dei vertici sindacali, da subito contrari a chiedere la cancellazione pura e semplice del piano governativo.


Una lotta esemplare


Come nel ’95, i lavoratori hanno dato prova di grande democrazia, decidendo cosa fare in assemblee generali in ogni luogo di lavoro, spesso scavalcando gli inviti alla passività degli apparati sindacali. Vergognose e prive di fondamento sono state le velate accuse di violenza rivolte agli scioperanti da stampa e Tv, preoccupate di garantire il “diritto al lavoro” che robusti lavoratori della Cgt avrebbero minacciato coi loro picchetti. Un ferroviere parigino che ha rifiutato di stringere la mano a Sarkozy davanti alle telecamere delle televisioni di tutto il paese sintetizza in un’immagine l’umore di una classe.

Il movimento di sciopero è stato ad un passo dal generalizzarsi. Dopo i ferrovieri sono entrati in sciopero i dipendenti della compagnia statale del gas e dell’elettricità (GdF-EdF) il 14 novembre, il 20 hanno scioperato massicciamente i funzionari pubblici per rivendicare aumenti salariali e il ritiro di un piano di 150mila licenziamenti entro il 2012. I tipografi della Cgt hanno impedito l’uscita dei giornali. Quello stesso giorno gli studenti universitari e medi sono scesi in piazza in solidarietà coi lavoratori e per opporsi ad una riforma della scuola, la Lru, che apre le porte agli interessi di mercato ed alla selezione di classe (è l’autonomia universitaria, anche in Italia ne sappiamo qualcosa). Anche gli studenti sono stati accusati di attentare alla libertà di chi “vuole continuare a studiare” con picchetti troppo decisi. Anche in questo caso, come per i ferrovieri, erano in realtà affollate assemblee generali a decidere per mezzo di un voto democratico se entrare in lotta oppure no, se continuare e con quali rivendicazioni. Sentendosi più forte che coi lavoratori, il governo ha usato la mano dura sgomberando alcune facoltà, Rennes-II e la Sorbona, e chiudendone altre, come Toulouse-Le Mirail. Ciliegina sulla torta del fermento sociale che stava per dilagare in Francia, addirittura magistrati ed altri lavoratori dell’apparato giudiziario hanno scioperato il 29 novembre contro il taglio di un terzo delle sedi.

Il movimento studentesco è ancora in corso e nelle scuole superiori pare in leggera crescita. Tuttavia, anche in questo caso gli studenti sono stati lasciati da soli dal più grande sindacato studentesco di sinistra, l’Unef, controllato dal partito socialista, che il 24 novembre ha abbandonato il coordinamento nazionale dei delegati eletti nelle università in lotta, dove la sua linea di ammorbidire la riforma Lru senza cancellarla è stata messa in minoranza. Bruno Juilliard, segretario dell’Unef, ha iniziato a “dialogare” col ministro dell’università Valérie Pécresse su come applicare la riforma…


Sarkozy imita la Thatcher


Sarkozy ha cercato di provocare questo conflitto. Dopo aver regalato al padronato 15 miliardi di euro in sgravi fiscali, è partito a testa bassa contro i diritti dei lavoratori. L’intento era senz’altro quello di non rimandare uno scontro, annunciato sin dalla campagna elettorale, coi battaglioni più organizzati e potenti del movimento sindacale. La sua tattica è stata in effetti simile a quella che utilizzò la Thatcher contro i minatori britannici nel 1984-1985. Come la Thatcher, Sarkozy è consapevole che la vittoria sui ferrovieri potrebbe avere anche un effetto psicologico importante nel demoralizzare i lavoratori, consentendo al governo di approfondire lo smantellamento del sistema pensionistico pubblico, magari introducendo fondi pensionistici privati, e di altri elementi dello stato sociale come il reddito minimo e l’indennità di disoccupazione. Sarkozy si è voluto dare l’immagine di “uomo forte” della destra. In realtà, lo sciopero ha dimostrato che si tratta di un gigante dai piedi d’argilla. La sua popolarità, anche nei sondaggi ufficiali, è calata in queste settimane del 5%. Le manifestazioni di “cittadini” arrabbiati contro i ferrovieri in sciopero, in realtà mobilitazioni reazionarie golliste dell’Ump (il partito di Sarkozy), sono state ridicole (3mila persone a Parigi).

Il governo Sarkozy ha potuto vincere questa battaglia solo grazie alla politica concertativa dei dirigenti sindacali nazionali, a partire dal segretario generale della combattiva Cgt, Bernard Thibault. Come anche i dirigenti socialisti, Thibault fin dall’inizio ha precisato che non era contrario per principio all’innalzamento degli anni di lavoro per la pensione, sostenendo che se ne dovevano discutere meglio modalità e sistemi per ammortizzarne l’effetto sociale. Questa posizione ha senz’altro creato confusione e demotivazione tra strati non trascurabili di lavoratori e ha infine offerto a Sarkozy l’appiglio che cercava: un negoziato coi sindacati sulle questioni secondarie e l’ottenimento del proprio obiettivo primario. Le trattative in corso tra governo e sindacati, infatti, partono dall’intangibilità della controriforma e prevedono addirittura negoziati azienda per azienda sull’istituzione di fondi per dare un’elemosina ai lavoratori che subiranno le nuove norme in vigore. L’atteggiamento molle delle direzioni sindacali è stato sin dall’inizio la principale fonte di “fiducia” del governo: un notizia d’agenzia del 1° novembre già sottolineava che “all’Eliseo il ministro agli affari sociali Xavier Bertrand è in prima fila nelle discussioni coi sindacati”. Ma oltre a François Cherèque, leader della Cfdt che nel 2003 firmò la controriforma delle pensioni Pillon al culmine degli scioperi, questa volta anche Thibault della Cgt si è accodato, rifiutandosi di unire le diverse lotte con una piattaforma comune e sostenendo che non era favorevole ad una opposizione “di principio” al governo di Sarkozy.


Un 2008 “caldo”?


Si apre un periodo difficile per il movimento operaio francese. Raymond Subie, consigliere governativo per la politica sociale, aveva dichiarato che “questa è la riforma più difficile, poiché coinvolge un settore di lavoratori con un immenso potere sociale […]. Se passerà, il resto seguirà” (Les Echos, 1 novembre). Il “resto” è una demolizione più complessiva delle conquiste sociali ottenute con decenni di lotte. La classe lavoratrice e la gioventù francesi hanno grandi tradizioni politiche e di lotta e potranno smontare le illusioni della classe dominante di avere campo libero per spingere la società ancora più all’indietro. Un sondaggio rivela che l’85% dei francesi non crede che l’attuale negoziato tra le parti sociali ed il governo sul problema del potere d’acquisto dei salari risolverà alcunché; evidentemente pochi credono che le ripetute citazioni di Jaurès (uno dei principali dirigenti del partito socialista all’inizio del novecento) da parte di Sarkozy significhino altro da una presa in giro. Una riscossa dei lavoratori è possibile. Diventerà però sempre meno rimandabile la costruzione di una direzione alternativa ai riformisti, palesemente non all’altezza delle sfide che stanno davanti ad operai e studenti.

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