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I grandi mezzi di comunicazione restituiscono l’immagine di una Francia appesa al dibattito sulla tassazione del 75% proposta dal presidente socialista Hollande sui redditi personali superiori al milione di euro annui. L’attore Gerard Depardieu, dopo una protesta disgustosa, ha chiesto il passaporto russo. La Corte Costituzionale ha bocciato il provvedimento. I giornali progressisti italiani, commossi, applaudono Hollande pronto a riproporre la super-tassa. Ma, in realtà, questo dibattito è fumo negli occhi.

La Francia è scossa da un’ondata di piani di licenziamenti e chiusure di siti produttivi: dagli 8mila licenziamenti alla Psa (Peugeot) di Aulnay-sous-Bois all’acciaieria Arcelor-Mittal, dai cantieri di Saint-Nazaire a Petroplus, Sanofi – la casa farmaceutica –, le poste, ecc.

Nella neo-lingua capitalista contemporanea, questi licenziamenti li chiamano “piani sociali”… Davanti a tutto questo il governo socialista di Ayrault ha completamente e con celerità capitolato di fronte alle esigenze dei padroni. Appena il ministro delle attività produttive, Montebourg, aveva timidamente ventilato una “nazionalizzazione temporanea”, e beninteso con sontuoso indennizzo per gli azionisti, dell’acciaieria Arcelor-Mittal di Florange, il presidente Hollande lo ha smentito categoricamente. Da notare che nell’ultimo anno l’Arcelor-Mittal ha generato 2,8 miliardi di profitti ed il governo socialista aveva stimato in 1 miliardo un eventuale indennizzo per i proprietari.

Poco prima di Hollande, la presidentessa degli industriali francesi, Madame Parisot, aveva già chiuso il becco a Montebourg e dettato la linea a tutti: la proposta di nazionalizzazione temporanea era “puramente scandalosa” perché “tutta la nostra società è costruita su un principio essenziale, quello del diritto di proprietà […]. Sconvolgere questo principio, in modo così brusco, è molto grave”. La Parisot, che consacra la sua vita alla causa del “diritto di proprietà” capitalista, non considera invece “molto grave” la minaccia di disoccupazione per migliaia di lavoratori.

Le lotte dei lavoratori, la pressione dal basso, hanno comunque rotto il tabù sulla parola d’ordine della nazionalizzazione all’interno del movimento operaio, specialmente nel Front de gauche e nel Partito comunista. Certo, la rivendicazione della nazionalizzazione, che dovrebbe caratterizzare il programma dei comunisti, basata sulla forza dei lavoratori e sul loro controllo diretto dlla produzione, è ben altra cosa dall’effimero progetto di Montebourg, secondo il quale lo Stato avrebbe dovuto a sue spese rendere nuovamente profittevole l’acciaieria di Florange per poi rivenderla a nuovi capitalisti privati. Guardando al dibattito in Italia, la posizione riformista di Montebourg è simile a quanto prospettato nel novembre del 2012 per l’Ilva di Taranto da Landini, il segretario della Fiom.

20 miliardi per i padroni, sacrifici per gli altri

Hollande, prigioniero volontario del capitalismo, non si è limitato ad accompagnare i piani “lacrime e sangue” di ristrutturazione aziendale. Per ricompensare la classe dominante del sacrificio di 200 milioni di euro che forse sarà chiamata ad affrontare a causa della super-tassa, comunque non prima del 2014, il governo Ayrault ha inserito nella finanziaria per l’anno in corso un piano di 20 miliardi di euro di sgravi fiscali e contributivi per le imprese. Lo ha chiamato “Patto per la crescita, la competitività e l’impiego”. Secondo la propaganda socialista questo gigantesco piano di aiuti a fondo perduto servirà a stimolare nuovi investimenti e a difendere posti di lavoro.

In realtà, data l’impossibilità di controllare i piani dei singoli gruppi capitalisti, si tratterà di regali, peraltro compensati da ulteriori sacrifici per lavoratori, pensionati e disoccupati (10 miliardi di tagli alla spesa pubblica e aumento dell’Iva). Cosa accadrà ora? Se un’azienda ha già deciso di investire 5 miliardi in nuovi macchinari in base a previsioni sui futuri profitti, potrà scaricare uno di essi o più sui conti dello Stato affermando che prima della legge finanziaria aveva intenzione di investire 4 miliardi in nuova tecnologia. I padroni non riducono gli investimenti per mancanza di denaro.

La massa dei profitti dei principali gruppi quotati in Borsa a Parigi è piuttosto cospicua ed i loro investimenti stagnano. Perché questa tendenza si dovrebbe ribaltare a causa di un ulteriore “regalo” che si aggiunge ai circa 187 miliardi di euro già percepiti dal padronato francese in sgravi e variegati aiuti di Stato?

La manovra del governo francese prova nei fatti che il partito socialista di Hollande e Ayrault non è diverso dal resto della socialdemocrazia europea, zelante esecutrice dei dettami della Banca Centrale Europea ovunque abbia governato. Anche rispetto al patto Merkel-Sarkozy sulla politica finanziaria europea, Hollande si è presto inchinato ai voleri del grande capitale, facendo approvare in parlamento il fiscal compact. Insomma, Hollande non ci salverà. Lasciamo che ad invocarlo sia la sinistra riformista ed il gruppo dirigente della Cgil, sin dall’inizio della crisi economica in inquieta ricerca di una socialdemocrazia che come per magia porti la situazione indietro ai “bei tempi” della concertazione. Hollande ha presentato esplicitamente la finanziaria del suo governo come la risposta allo “shock di competitività” invocato dal rapporto Gallois. L’azione governativa centrata sul proseguimento delle politiche di austerità era stata infatti preparata da un paio di rapporti economici ben pompati dai mezzi di comunicazione.

Il primo era stato presentato luglio dal presidente della Corte dei Conti Migaud, ex deputato socialista nominato da Sarkozy. Con una “ricetta” non molto originale, Migaud aveva “auspicato” un aumento delle imposte indirette, a partire dall’Iva, ed una riduzione del numero dei dipendenti statali al fine di “tenere in ordine” i conti pubblici e proseguire nell’austerità. Le Monde aveva fatto il resto, incensando il rapporto Migaud. Cinque mesi dopo, Louis Gallois, un padrone ed ex amministratore delegato delle ferrovie dal curriculum “di sinistra”, è l’uomo al di sopra di ogni sospetto per lanciare, ancora col favore di Le Monde, un rapporto che richiede uno “shock di competitività” per l’industria francese. Pochi giorni dopo, Ayrault presenta la sua finanziaria sostenendo che il suo governo è andato “più avanti dello stesso Gallois”. L’unico accorgimento di Ayrault, atto di gentilezza linguistica per le orecchie sensibili, è di sostituire la parola “shock” con quella più melodiosa di “patto”.

In pochi mesi, così, Hollande è passato dagli ammiccamenti accorti a Confindustria, tipici della campagna elettorale, ad un vero e proprio asse privilegiato con la presidentessa del Medef Parisot, la quale ha potuto recentemente affermare che i suoi aderenti “sono stati ascoltati”.

Chi in Italia spera in un governo Bersani sostenuto dalla Cgil può guardare Oltralpe l’approdo di quella prospettiva.

Un sistema marcio

Malgrado le cure di Hollande e Ayrault, la borghesia francese è seduta su un vulcano. La disoccupazione ha già toccato l’11%. Se a ciò aggiungiamo coloro che sono forzatamente al lavoro a tempo parziale e chi non è nemmeno iscritto ai centri per l’impiego, il dato raggiunge circa il 17% della popolazione attiva. I dati raddoppiano se prendiamo in considerazione chi ha meno di 25 anni. I padroni ed i loro intellettuali ci martellano con prediche sulla produttività e l’efficienza economica. Ma quale efficienza economica e quale superiorità può mai vantare un sistema sociale che tiene nell’inattività forzata quasi un quinto della sua popolazione attiva, specialmente giovane?

La miseria e lo scoraggiamento, peraltro, non colpiscono soltanto i disoccupati. Un numero crescente di lavoratori è infatti costretto ad utilizzare periodicamente buoni alimentari dei Comuni o le cosiddette mense popolari.

Questo quadro a tinte fosche non è destinato a migliorare, con una “crescita” del Pil intorno allo 0% e le previsioni di Fmi e governo tedesco di una nuova possibile recessione.

Hollande assicura invece che la ripresa arriverà nel 2013 o forse nel 2014. Ma non spiega come arriverà e non dice che tutti i principali paesi nei quali la Francia esporta sono in crisi, senza contare la continua perdita di peso dell’imperialismo francese, ora intento a preparare un’operazione militare in Mali dove alcuni mesi fa è caduto un suo fantoccio per un golpe militare.

Nell’ultimo ventennio le tradizioni militanti del proletariato francese sono emerse vivacemente in movimenti di massa capaci anche di cogliere parziali vittorie. La borghesia e le burocrazie riformiste non dormiranno sonni tranquilli.

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