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Austerità senza fine, proteste antifasciste e scioperi di massa, ascesa e caduta delle forze neofasciste: questa è la fotografia della Grecia nel settembre del 2013.


L’arresto dei principali dirigenti di Alba dorata è stato accolta con naturale soddisfazione da tutti gli antifascisti e gli attivisti di sinistra. Non rappresenta tuttavia il trionfo dello “stato di diritto”, ma la diretta conseguenza dell’indignazione popolare seguita all’omicidio di Pavlos Fissas, antifascista e delegato sindacale, ad opera di un militante di Alba dorata. Solo nella serata di mercoledì 25 settembre, cinquantamila giovani e lavoratori sono scesi in piazza ad Atene contro il fascismo.
La paura che questa rabbia di migliaia e migliaia di giovani e lavoratori si potesse rivolgere direttamente contro il governo, ha costretto i vertici dello Stato ad agire contro Michaloliàkos (il principale leader di Alba dorata) e i suoi seguaci.
I capi di accusa, numerosissimi, non sono stati preparati dalla sera alla mattina. La magistratura greca lavorava a questi dossier da mesi ed ha deciso di usarli quando lo ha ritenuto opportuno.
Dopo aver utilizzato Alba dorata come forza ausiliaria a difesa dei propri interesssi, la borghesia ha deciso di scaricarla, almeno temporaneamente e utilizzare l’intera operazione come mezzo per rafforzare l’immagine del governo Samaras. Questa affermnazione di forza e di autorità dello Stato è del tutto effimera, vista la debolezza di consensi dei partiti di governo nella società e lo stato dell’economia greca.
Le difficoltà e la debolezza del governo non potranno che aumentare nei prossimi mesi. Nuova democrazia (Nd), il principale partito borghese, sperava che la vittoria della Merkel avrebbe portato a un alleggerimento della stretta tedesca sui conti ellenici. La Cancelliera appena rieletta ha subito gelato ogni speranza: l’austerità continua e il piano di rientro del debito greco non sarà soggetto a cambiamenti.

 

Senza via d’uscita

Per chiarire cosa significhi “austerità senza fine”, è sufficiente illustrare un paio di dati. Nel 2009 il debito greco era pari al 128,9% del Prodotto interno lordo. Alla fine del 2013, dopo tre anni e mezzo di attuazione del “piano di salvataggio”, il debito arriverà a 178,5% del Pil. La cifra totale che è servita a ripagare gli interessi è pari a 48,1 miliardi di euro, che rappresentano i due terzi di ciò che è andato a ripagare il debito. Un tasso che si può senz’altro definire “usura”. Una cifra che è praticamente equivalente alla diminuzione del Pil: in poche parole, il crollo della produzione e i sacrifici fatti dalle masse greche sono finiti direttamente nelle tasche degli squali del capitale e della finanza.
Secondo l’Istituto del lavoro (Ine) ci vorranno almeno vent’anni prima che la Grecia torni ai livelli di produzione e di occupazione precedenti alla crisi!
Per ripagare il debito l’unico modo è quello di continuare a tagliare la spesa sociale, i salari e le pensioni. Il prossimo passaggio è un’ondata di privatizzazioni. Quella della televisione pubblica (Ert) è stato solo il primo passo. Infatti dei 50 miliardi di euro previsti, poi ridotti a 15, lo Stato finora ha incassato dalla svendita delle aziende pubbliche solo 850 milioni. Dunque è arrivato il momento della chiusura dei servizi, di ospedali, scuole e università. La situazione è arrivata a tal punto che i rettori dei principali atenei hanno annunciato la chiusura di tutte le facoltà.
La lotta durissima degli insegnanti che sta bloccando in queste settimane gli istituti di tutto il paese rappresenta la sacrosanta reazione dei lavoratori a questo attacco.
Di fronte a questa vera e propria barbarie che avanza, la consapevolezza della necessità di far cadere questo governo è ormai maggioritaria tra le masse greche. Allo stesso tempo il governo di coalizione Nd-Pasok non cederà tanto facilmente, dato che la borghesia non ha pronta un’alternativa e, al momento, teme le conseguenze politiche e sociali di un eventuale governo delle sinistre. Samaras sa che in caso di difficoltà può sempre chiamare in suo aiuto il partito dei Greci indipendenti che sono una scissione di Nd, oppure richiamare Dimar (Sinistra democratica), all’interno della coalizione, offrendo qualche briciola.

 

Sciopero generale ad oltranza

Syriza giustamente ha chiesto nell’ultimo periodo più volte che il governo si dimetta. Ciò tuttavia non accadrà a colpi di mozioni di sfiducia, ma solo sulla base di una lotta che si ponga obiettivi politici, vale a dire il rovesciamento del governo.
Non basta uno sciopero generale qualsiasi (la classe operaia ha partecipato a ben 29 scioperi generali, di 24 o di 48 ore in questi ultimi tre anni e mezzo), azione che i vertici sindacali hanno utilizzato in tutto questo periodo come la più classica valvola di sfogo, ma serve uno sciopero generale ad oltranza che ponga la questione di chi detiene il potere come quella decisiva.
Il dibattito su questa rivendicazione è sempre più generalizzato. Nelle manifestazioni e nei cortei si sente ripetere “Syriza deve organizzare la protesta della gente”. è una riflessione importante da parte di quelle avanguardie che in questi tre anni e mezzo hanno assistito all’immobilismo dei vertici sindacali. Una riflessione fatta propria anche da un settore dei vertici sindacali, attorno a Nikos Fotopulos, ex segretario generale del Genop-Dei (sindacato dei lavoratori dell’azienda elettrica), che ha presentato a luglio una risoluzione, sottoscritta da 12 sindacati di categoria, per lo sciopero generale ad oltranza e recentemente ha dichiarato su Avgi, quotidiano di Syriza, “Siccome non ho alcuna fiducia che i vertici del Gsee lo organizzino, è necessario organizzare dal basso lo sciopero generale politico”.
Tale linea non è seguita tuttavia dai dirigenti di Syriza, che hanno ribadito più volte che “non intendono dire ai sindacati cosa debbano fare” rivendicando quell’“autonomia del sindacato”, ben nota anche in Italia.
In tal modo, non si offre alcuna prospettiva ai conflitti in campo attualmente, come quello degli insegnanti e del pubblico impiego, abbandonandoli a se stessi.
La rinuncia a sfidare il governo sul terreno della lotta di classe è legata alla svolta moderata attuata dalla direzione di Tsipras nell’ultimo periodo.
I vertici di Syriza sanno benissimo che se Samaras cade di fronte alla pressione del movimento di massa, e non per via elettorale, un governo di Syriza sarebbe spinto molto più a sinistra.
Una situazione del genere creerebbe grande imbarazzo a chi come Tsipras è impegnato da tempo ad accreditarsi come sinistra “responsabile”. Una sinistra che non vuole cancellare il debito, ma portarlo “al 100% del Pil” come dichiarato in una sua recente visita in Austria, che non vuole nazionalizzare le banche, ma stabilire “un controllo pubblico” su di esse. Che, recentemente si è dichiarato a favore di un “governo di salvezza nazionale”
(che comprenda anche i Greci indipendenti), invece di un governo delle sinistre.
Questa svolta moderata non solo è sbagliata ma nell’attuale situazione del capitalismo greco e mondiale, è semplicente irrealizzabile.
Ciò che è necessario è creare un fronte unico di azione che lavori alla convocazione di uno sciopero generale politico ad oltranza. Tale fronte unico dovrebbe comprendere Syriza, il Kke, i sindacati di categoria e i delegati da singole aziende. È necessario che si organizzino assemblee in tutte le fabbriche, i luoghi di lavoro e quelli di studio, dove si discuta e si ponga al voto questa proposta. Un’iniziativa audace in tale direzione creerebbe una pressione molto forte sulla base del Kke, i cui vertici oggi resistono in maniera settaria a qualsiasi iniziativa comune con Syriza.
Questa posizione rivoluzionaria nelle ultime due riunioni del Cc di Syriza è stata difesa solo dalla Tendenza comunista. La “tendenza di sinistra” e i vari gruppi che si definiscono “trotskisti” si sono allineati con la maggioranza del partito.
Non è ancora troppo tardi per cambiare linea. Il pendolo è ancora a favore delle masse, che metteranno alla prova più volte i propri dirigenti, alla ricerca di una via di uscita dall’impasse del capitalismo. Via d’uscita che può essere solo rivoluzionaria e socialista.

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