Irak: Bush prepara un nuovo macello imperialista - Falcemartello

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La notte del 5 settembre circa un centinaio di aerei statunitensi e britannici hanno colpito postazioni della difesa antiaerea dell’esercito iracheno all’esterno della "no-fly zone", qualche centinaio di chilometri ad ovest di Baghdad.

La scusa é stata una rappresaglia per un presunto attacco ad una pattuglia alleata in volo (azione del tutto inspiegabile per un paese su cui pende da mesi la minaccia di un’offensiva americana). Si tratta, solo nel corso di quest’anno, della trentacinquesima "missione" delle forze aeree della coalizione angloamericana in territorio iracheno; senza ombra di dubbio l’ennesima gratuita aggressione, una provocazione calcolata per alzare il livello di scontro con il regime di Saddam Hussein.

Questo episodio dimostra che la decisione di scatenare una guerra contro l’Irak è stata già presa dall’amministrazione Bush, il cui intento ora è di fabbricare un casus belli che ponga il mondo di fronte al fatto compiuto e trascini in guerra o faccia tacere gli indecisi.

Ovviamente il pretesto di questa nuova crociata contro il "terrorismo", ovvero la minaccia rappresentata dall’accumulo di "armi di distruzione di massa" da parte del regime iracheno, non è che una scusa. Fonti della Cia ammettono che non esistono prove certe che Saddam Hussein sia in possesso di armi nucleari o abbia le risorse per realizzarle.

In realtà, lo stesso fatto che l’obiettivo dell’attacco fossero postazioni di difesa antiaerea dell’esercito iracheno dimostra chiaramente che siamo di fronte a veri e propri preparativi di guerra.

Alla base di questa ennesima provocazione vi è la necessità di mettere a tacere le critiche interne ed esterne all’amministrazione Bush e bloccare così il gioco delle parti tra gli alleati di fronte alla prospettiva di una nuova guerra contro Saddam e a tutte le conseguenze imprevedibili che questa porterebbe.

Perché una nuova guerra all’Irak?

Bush sembra determinato a voler rimuovere con la forza Saddam Hussein: la sua sconfitta sarebbe un potente monito ai popoli dei paesi ex-coloniali perché accettino di piegarsi ai diktat americani.

Naturalmente sono in gioco anche importanti fattori economici; in primo luogo la supremazia sulle riserve petrolifere mondiali - e l’Irak possiede le seconde riserve petrolifere conosciute al mondo. Non è una questione secondaria, soprattutto se si considera che la monarchia saudita è oggi estremamente instabile e il regime filoamericano potrebbe essere rovesciato in qualsiasi momento. La prospettiva di un aumento, al di là di ogni possibile controllo americano, dei prezzi del petrolio potrebbe contribuire ad alimentare la spirale recessiva mondiale e costringere gli Usa ad intaccare le proprie riserve petrolifere.

La possibilità di controllare il petrolio iracheno sarebbe, in mano agli Stati Uniti, una leva formidabile per garantire la stabilità verso il basso del prezzo del petrolio. Ma questo non potrà avvenire con Saddam Hussein al potere.

Il sogno di Bush sarebbe quello di replicare l’operazione afghana, con l’opposizione irachena al regime di Saddam Hussein che combatterebbe nell’interesse dell’imperialismo, così come è stato per l’Alleanza del Nord in Afghanistan o per l’Uck in Kosovo. Ma nelle condizioni irachene si tratta di una palese assurdità.

L’opposizione irachena è inconsistente e divisa in deboli fazioni borghesi che rappresentano poco più che sé stesse. Ogni tentativo di usare i kurdi incontrerebbe l’ostilità della Turchia, alleato indispensabile per il successo della guerra, e implicherebbe una divisione dell’Irak che renderebbe instabili i principali paesi dell’area (il territorio del Kurdistan è suddiviso fra Iran, Siria e Turchia, oltre all’Irak e in tutti questi paesi esiste una questione nazionale kurda irrisolta). Inoltre all’imperialismo non servirebbe a nulla far crollare un regime se al suo posto non fosse in grado di mettere qualcos’altro. Già alla fine della prima guerra del Golfo gli americani furono costretti ad appoggiarsi sul nemico, Saddam, per sedare le rivolte degli sciiti a sud e dei Kurdi a nord, permettendogli quindi di restare al
potere.

In ogni caso appare evidente che la rimozione di Saddam non può essere conseguita solo con i bombardamenti, ma sarà necessario l’impiego massiccio di forze di terra americane in un conflitto che non sarà nè semplice né breve, col rischio di restarvi impantanati per anni.

Un’aggressione all’Irak provocherà una reazione delle masse arabe

I settori più lungimiranti della classe dominante americana si rendono conto che la guerra all’Irak non sarà un affare semplice e che a medio termine rischia di rivelarsi controproducente. Questo spiega i tentennamenti di Bush degli ultimi mesi.

L’attacco all’Afghanistan ha già messo a dura prova le relazioni fra gli Stati Uniti e i propri alleati tradizionali nel mondo musulmano, esacerbando le tensioni all’interno di ogni regime filoamericano dell’area, rendendo instabili perfino regimi come quello saudita che fino a ieri potevano essere considerati saldi alleati.

Un’aggressione all’Irak provocherebbe un’ondata di odio antimperialista e sollevazioni in tutto il Medio Oriente, a partire dalla Giordania e dall’Arabia Saudita. Questa è la ragione della contrarietà della monarchia saudita all’uso delle basi americane sul suo territorio per un attacco all’Irak e dell’opposizione della Lega araba.

Il presidente egiziano Mubarak, in un discorso del 27 di agosto, ha detto che nell’eventualità di un attacco americano "nessun leader arabo sarà in grado di controllare l’esplosione di rabbia tra le masse".

Persino l’Iran nemico storico del regime di Saddam, con il quale ha ingaggiato negli anni ’80 una guerra costata alle due parti un milione di morti, ai primi di settembre ha annunciato che non resterà a guardare immobile un’eventuale aggressione americana al paese confinante.

Naturalmente questi signori non sono preoccupati per le sofferenze che verranno inflitte alla popolazione irachena da questa nuova aggressione, così come non hanno mosso un dito nell’ultima guerra del Golfo o per denunciare la strage di innocenti che negli ultimi dieci anni è avvenuta in Irak come conseguenza dell’embargo imposto dalle Nazioni Unite.

Di fronte alla guerra non potranno che chinare la testa e tentare di aggrapparsi al potere aumentando la repressione contro i propri popoli delle cui sorti si dicono così preoccupati.

L’"isolamento" internazionale degli Usa può impedire la guerra?

Sicuramente a Bush farebbe comodo avere un parco più ampio di consensi internazionali alla sua guerra, ma in nessun modo le divergenze manifestatesi potranno impedirla.

La presa di posizione degli alleati europei, a favore di una soluzione diplomatica che passi per l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non rappresenta un deterrente. Bush può fare concessioni su questo terreno, tanto più che appare evidente che né la Russia (Putin ha già dimostrato di essere uomo che sa dare un valore – in dollari – ai princìpi) né la Cina, i cui interessi diretti non sono minacciati, sembrano disposte ad opporre il veto ad una eventuale risoluzione che giustifichi l’intervento militare.

I capitalisti europei, dal canto loro, hanno i propri interessi mediorientali da difendere che non corrispondono necessariamente a quelli americani. Sono spaventati dalla prospettiva che una nuova guerra all’Irak possa far esplodere la polveriera mediorientaled in particolare la questione palestinese, e vorrebbero evitarlo ad ogni costo.

Sebbene sia possibile che gli Stati Uniti lancino un attacco improvviso da soli o con l’appoggio della sola Gran Bretagna, è più probabile - come la storia insegna - che organizzino qualche provocazione per preparare il terreno e seguire i manuali di tattica militare: in guerra mai apparire come aggressore, sempre come vittima che legittimamente reagisce. Fa parte delle tradizioni della classe dominante statunitense. Il "vile" attacco giapponese su Pearl Harbor causò un’ondata di sdegno nazionale e giustificò l’entrata degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, ma era conosciuto in anticipo dal presidente Roosvelt che non organizzò alcuna difesa per usare al meglio la reazione popolare.

La scusa per l’intervento in Vietnam fu il cosiddetto
"incidente di Tonkino". Come tutti abbiamo visto l’anniversario degli attacchi dell’11 settembre è stato usato come leva propagandistica per silenziare le critiche e costruire il consenso alla guerra, almeno inizialmente.

Non è difficile creare il casus belli. Possiamo aspettarci nuovi attacchi terroristici di Al Qaeda nelle prossime settimane, ma se non dovessero concretizzarsi, potrebbero essere facilmente fabbricati ad hoc (come lo sono state le lettere all’antrace).

Nuove rivelazioni sconvolgenti sul regime iracheno e i suoi collegamenti con il terrorismo internazionale condiranno la pietanza, ma la sostanza resterà quella dell’aggressione del paese più ricco e potente al mondo contro un paese sanguinante e distrutto dalla guerra e dall’embargo. Un sistema capace di generare tali mostruosità è marcio fino al midollo e condannato a finire nella pattumiera della storia.

Lungi dal conseguire i propri obiettivi, la guerra imperialista provocherà un’onda sismica di rivolta, che scuoterà dalle fondamenta tutto il Medio Oriente. Inevitabilmente la guerra darà spazio a nuovi attacchi terroristici e preparerà nuovi conflitti ed altrettanto inevitabilmente provocherà la nascita di un formidabile movimento contro la guerra imperialista su scala internazionale, compreso negli Stati Uniti.

Il movimento operaio è l’unica forza che può fermare la guerra. In particolare la classe operaia americana e quella europea. All’interno dei sindacati inevitabilmente si aprirà uno scontro tra i settori di destra, che sostengono ipocritamente la guerra con l’argomento che non farlo significherebbe sostenere il regime di Saddam, e la sinistra sindacale, più sensibile alle pressioni della base, che si andrà definendo con tempi diversi dopo le grandi manifestazioni e gli scioperi generali che hanno attraversato non solo l’Italia ma anche la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna, la Grecia e gli stessi Usa.

Al congresso del Tuc (confederazione dei sindacati inglesi) si è aperto ufficialmente questo scontro che si riproporrà su scala internazionale. Quando Tony Blair ha preso la parola decine di delegati si sono alzati con la maglietta del movimento contro la guerra: non in mio nome.

Blair ha utilizzato il solito argomento: colpire per prevenire. Evitare un nuovo 11 settembre speculando sui timori diffusi sulla possibilità di nuovi attentati. Ovviamente non è stato in grado di fornire alcuna prova sulle presunte armi di distruzione di massa possedute da Saddam.

Come riporta il Manifesto dell’11 settembre, gli hanno risposto diversi dirigenti sindacali ed in particolare Jeremy Dear, segretario del sindacato dei giornalisti (Nvj), militante della corrente marxista Socialist Appeal. Un emendamento contro l’intervento in Irak proposto nell’assise ha perso solo per pochi voti.

Il nostro compagno Jeremy Dear nel suo intervento ha ribadito un concetto fondamentale e cioè che questa guerra non è contro il regime di Saddam: gli Usa dopo di lui metteranno un altro fantoccio facile da governare come era lo stesso Saddam quando negli anni ‘80, faceva la guerra per procura all’Iran di Khomeini.

Ma la grande maggioranza dei dirigenti del movimento operaio in Europa non sono dei marxisti come lui e come sempre avviene in queste occasioni chiederanno l’intervento dell’Onu per dirimere la controversia. La solita cantilena pseudo-riformista che serve solo a legittimare la guerra imperialista come avvenne nel ‘91.

D’altra parte, se non bastasse l’esperienza degli anni addietro, ci ha pensato lo stesso Bush nel suo discorso dell’11 settembre al Palazzo di vetro a ricordarci da dove viene la voce del padrone. Persino l’editorialista del Corriere della sera commentava il giorno dopo che il presidente Usa stava considerando la possibilità di utilizzare la "foglia di fico" delle Nazione Unite.

Comunque vadano le cose questa guerra può trovare un’opposizione formidabile solo nella mobilitazione della classe operaia e dei giovani. E’ responsabilità di tutti gli attivisti più coscienti denunciare la cortina fumogena che ogni guerra porta con sè: le menzogne, la propaganda, le strumentalizzazioni con cui l’imperialismo tenterà di imbonire le masse occidentali.

Che si alzi forte nelle piazze di tutto il mondo l’urlo liberatore contro la guerra, che prenda inizio la lotta per spezzare il meccanismo infernale che produce orrori in ogni angolo del pianeta, nella consapevolezza che in ultima analisi solo abbattendo il capitalismo si possono fermare i massacri di questa e di altre guerre, restituendo dignità al genere umano.

E’ un obiettivo possibile, l’unico che può sbarrare la strada alla barbarie prodotta dal profitto di una minoranza di capitalisti. Fermiamoli!