Iraq - Falcemartello

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Il terrorismo Usa in Medio Oriente

L’attacco missilistico degli Usa e della Gran Bretagna contro l’Iraq ha mostrato più chiaramente che mai l’ipocrisia e l’arroganza dell’imperialismo. Ma, nonostante la barbarie e il massacro gratuito, mostra anche le difficoltà dell’imperialismo nella regione. Il pretesto dell’azione sarebbe il presunto boicottaggio da parte dell’Iraq delle ispezioni Onu. La realtà è che dal 15 novembre al 14 dicembre gli ispettori Unscom hanno visitato 427 posti. Su questi hanno dichiarato di avere incontrato un blocco in cinque casi, e in tre di questi alla fine hanno potuto entrare ugualmente mentre in due l’ingresso è stato negato perché gli impianti erano chiusi per il fine settimana. A fronte di questo, è bene ricordare che uno degli ispettori americani ha dovuto dimettersi perché sorpreso a passare informazioni ai servizi segreti israeliani.

La pretesa "precisione chirurgica" dei bombardamenti è già stata smentita dopo la guerra del 1991. L’estate scorsa General Accounting Office, un organismo di indagine del Congresso Usa, ha pubblicato un rapporto secondo il quale il tasso di precisione delle bombe a guida laser lanciate dagli F-117 era del 41%. La prima notte dell’attacco un missile ‘intelligente’ è andato fuori rotta di 40 chilometri cadendo sulla città iraniana di Khorramshah.

Qualcuno ha indicato nella coincidenza fra i bombardamenti e il processo di impeachment contro Clinton un fattore di questo attacco. Qualunque cosa pensassimo della "performance" di Clinton nell’affare Levinsky, è chiaro che non può esserci questa ragione dietro i bombardamenti all’Iraq, le ragioni sono più profonde e hanno radici negli interessi dei grandi capitalisti Usa, di cui Clinton è un semplice rappresentante.

La decisione assunta dagli Stati Uniti di attaccare l’Irak ha profonde radici economiche legate alle nuove alleanze che si stanno formando a livello internazionale per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio.

La crisi dell’Opec

È ormai evidente l’incapacità da parte dell’Opec (organizzazione che raggruppa i paesi esportatori di petrolio) di controllare la produzione e il prezzo del petrolio. Solo una minoranza di paesi produttori ne fa parte ed anche gli stati aderenti non rispettano le quote di produzione loro assegnate.

Il crollo del prezzo del petrolio, così come quello delle altre materie prime, sul mercato mondiale spinge tutti i paesi a tentare di esportare di più superando le quote stabilite nel tentativo di salvare la propria economia dal tracollo. Negli ultimi 12 mesi il prezzo si è dimezzato arrivando al di sotto dei 10 dollari al barile, e con la diminuzione dei prezzi sono diminuite anche le entrate. Le entrate valutarie dell’Algeria dipendono per il 95% dall’export di petrolio; il Venezuela per il 70%; la Nigeria, che è il 6° esportatore mondiale di petrolio ed ha una popolazione di 110milioni di abitanti, per il 90%. Tra i paesi arabi si diffonde ormai l’idea di attuare uno sciopero delle esportazioni e delle vendite nel tentativo di aumentare le quotazioni del greggio. Il ritorno sul mercato mondiale del petrolio irakeno sarebbe la fiammella che farebbe saltare tutta la polveriera.

Il problema degli Usa è che i loro punti d’appoggio nella regione sono sempre più deboli. Israele è in preda a una profonda instabilità, l’Egitto vive una crisi ormai cronica. Ma soprattutto è l’Arabia Saudita, con le altre monarchie del golfo, a destare preoccupazioni. È chiaro che la presenza militare degli Usa nel Golfo è sempre più malvista e provoca la reazione delle masse, che in mancanza di altri canali si manifesta nel fondamentalismo islamico. Questa opposizione trova una espressione anche nelle sfere dominanti, come dimostra l’esempio di Osama Ben Laden, il miliardario saudita ora diventato il "nemico numero uno" degli Usa.

Gli attacchi missilistici sono un tentativo di puntellare nel modo più barbaro la posizione degli Usa e di lanciare un avvertimento a tutto il mondo arabo.

Chi può rovesciare Saddam?

Lo scopo dichiarato di questi bombardamenti doveva essere quello di indebolire il regime irakeno e rovesciare la dittatura di Saddam Hussein.

Questo è l’obiettivo che formalmente gli Usa perseguono dal ‘91, ma da allora il potere personale di Saddam è enormemente aumentato. È restato in sella dopo gli attacchi missilistici di mezzo mondo, dopo rivolte e tentativi di colpo di stato. Perché gli Usa non hanno mai inferto l’ultimo colpo decisivo? La realtà è che Washington preferisce mille volte un Saddam al potere piuttosto che la prospettiva di una rivoluzione popolare. Brent Scowcroft, ex consigliere della sicurezza nazionale americana, dichiarò nel 1996: "Ci siamo resi conto che la prospettiva, per quanto apparentemente invitante, di sbarazzarci di Saddam non risolverebbe i nostri problemi". Saddam ha avuto modo di attaccare i suoi nemici interni, ha potuto reprimere le rivolte curde del nord, quelle sciite musulmane al sud, ha potuto imprigionare tutti i suoi oppositori.

Il compito di rovesciare Saddam Hussein spetta ai lavoratori, ai contadini e ai giovani irakeni. Già nel 1991 hanno mostrato la loro determinazione nell’organizzare una rivolta di massa alla fine della Guerra del Golfo. Le forze alleate guidate dagli Usa sono rimaste a guardare mentre la Guardia Nazionale di Saddam li massacrava.

L’idea che un attacco militare o le manovre diplomatiche dell’imperialismo occidentale possano servire al popolo irakeno, alla "democrazia" o alla pace è priva di ogni fondamento. La stessa posizione della Russia o della Francia che si sono apertamente dichiarate contrarie ai bombardamenti non è dovuta affatto a considerazioni di carattere umanitario ma al fatto che la Total, multinazionale francese, è in prima fila per firmare un contratto per lo sfruttamento del giacimento di Naar Umar non appena l’Onu allenterà l’embargo nei confronti del’Irak.

Oil - for - food?

La risoluzione denominata oil-for-food che permetterebbe all’Irak di esportare petrolio in cambio di generi di prima necessità, presa ad esempio come grande risultato della diplomazia mondiale, è uno specchietto per le allodole, non risolve nessuno dei problemi dell’economia e del popolo irakeno. Il 30% di queste entrate sono obbligatoriamente versate per il funzionamento dell’Unscom e delle vittime dell’invasione irakena contro il Kuwait. Questa risoluzione votata nel ‘95 e attiva dal ‘96 permetterebbe all’Irak di incassare 2,6 miliardi di dollari (cifra raddoppiata nel 1997) dalla vendita di petrolio per comprare cibo e medicine. A causa della crisi economica dovuta all’embargo stesso l’Irak oggi non è in grado di esportare ogni 6 mesi petrolio per 5,2 miliardi di dollari. Secondo esperti dell’Onu anche se importasse subito 300 milioni di dollari di pezzi di ricambio per le oramai vecchie attrezzature e piattaforme, non riuscirebbe nemmeno a raggiungere i 4 miliardi di dollari entro i prossimi 6 mesi.

Le sanzioni economiche già decretate dal 1990 hanno portato l’intero paese alla fame, il reddito pro-capite si è ridotto a 300 dollari l’anno; il tasso di mortalità infantile è del 101 per mille; la speranza di vita è scesa a 62 anni, centinaia di migliaia di persone sono morte e l’intero paese è allo sfascio; secondo una indagine dell’Unicef e dell’Università di Bagdad il 30% dei bambini ha dovuto abbandonare la scuola per andare a lavorare. E tutto questo per un paese come l’Irak che galleggia sopra la seconda più grande riserva mondiale di petrolio e dove le riserve accertate di gas sono pari a 3.100 miliardi di metri cubi. Questa è la più evidente condanna per un sistema economico che in nome del profitto porta verso la miseria milioni di persone e la dimostrazione della sua incapacità di armonizzare l’economia. Una volta che le masse cominceranno a muoversi non ci sarà nulla che le potrà fermare. Se i lavoratori della regione, a partire dai lavoratori del petrolio che hanno un’enorme forza contrattuale, entrassero in lotta e unissero le loro forze, tutti i regimi reazionari nella zona cadrebbero come un castello di carta. Dopo aver rimosso gli odiati dittatori (a partire dai fantocci dell’Occidente come la monarchia saudita) sarebbero in grado di prendere le enormi ricchezze naturali del Medio-Oriente e pianificare democraticamente il loro uso negli interessi della maggioranza della popolazione, gettando le basi per un innalzamento senza precedenti del tenore di vita.

La potenza dell’imperialismo sarebbe impotente di fronte all’azione determinata e cosciente del movimento operaio in Occidente e nei paesi del Terzo mondo.