Mobilitiamoci contro la guerra e il capitalismo! - Falcemartello

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La lotta contro l’imperialismo è una lotta contro il capitalismo

 

Si può giustificare questa guerra? La guerra in preparazione da parte degli Usa è un atto sfacciato di aggressione contro il popolo iracheno. Non ha nulla di progressista. La farsa delle “ispezioni” è stata messa a nudo per quello che è. Non è stata trovata una briciola di prove credibili. L’ultima squadra di ispettori dell’Onu aveva dichiarato di aver distrutto il 95% delle armi di distruzione di massa in possesso dell’Iraq. Ben poco può essere rimasto. In ogni modo dopo oltre un decennio di sanzioni, il potenziale militare dell’esercito iracheno è stato fortemente ridotto e non può porre alcuna seria minaccia agli Usa, i quali possiedono un enorme arsenale di armi di distruzione di massa.

I piani dettagliati per l’invasione e l’occupazione dell’Iraq erano già pronti ben prima di Natale, vale a dire prima che Blix e la sua banda avessero persino cominciato il loro lavoro. È perciò assolutamente chiaro che la questione delle armi di distruzione di massa non ha nulla a che vedere con l’aggressione Usa all’Iraq. La questione centrale è sempre stata quella di un cambiamento di regime, vale a dire la rimozione di Saddam Hussein e la sua sostituzione con una marionetta americana.

Pur fingendo di essere imparziali, Blix e la sua squadra stanno giocando il ruolo di provocatori. Gli iracheni vengono costantemente provocati nella speranza che essi rispondano con un atto di forza che sarebbe immediatamente utilizzato come pretesto per l’inizio delle ostilità. Baghdad li ha accusati di atti di spionaggio, il che è probabilmente vero. Il loro vero obiettivo non è di prevenire la guerra, ma di fornire una scusa per la guerra stessa.

Altrettanto privo di contenuto è il tentativo di dipingere l’attacco all’Iraq come parte della “guerra la terrorismo”. Non c’è la minima prova dei legami fra l’Iraq e Al-Qaeda. I tentativi della Cia di dimostrare l’esistenza di tale legame confinano col ridicolo. La “cellula di Al-Qaeda” che dicono di aver scoperto nell’Iraq settentrionale non è neppure situata in un territorio controllato dal governo iracheno. Questo non è sorprendente, poiché il regime iracheno è ben noto per essere laico e non è mai stato amichevole verso i fondamentalisti.

L’argomento “democratico”

 

Bush e Blair piangono lacrime di coccodrillo per la mancanza di democrazia in Iraq, ma apparentemente non si accorgono della mancanza di democrazia in Arabia Saudita, uno dei loro alleati chiave nella regione, dove le elezioni e la libertà di parola sono sconosciute, le donne non hanno neppure diritto a guidare un’auto e vengono lapidate per adulterio, ai ladri si amputano gli arti. Che dire della Turchia, altro principale alleato dell’America?

Il regime borghese turco ha un passato terrificante per quanto riguarda i diritti umani. Ha ucciso, torturato e incarcerato migliaia di sindacalisti, massacrato i prigionieri nelle loro celle e condotto per decenni una guerra sanguinosa contro i curdi. Tuttavia questo stesso regime si appresta a prendere posto a fianco di America e Gran Bretagna nella crociata per la democrazia e… per i diritti dei curdi! Questo piccolo dettaglio è di per se sufficiente a testimoniare la bancarotta morale e l’ipocrisia nauseante dell’intera avventura.

Tutta la storia mostra come l’imperialismo Usa non abbia alcun problema nel sostenere le dittature, a condizione che queste appoggino e promuovano gli interessi degli Usa stessi.

L’argomento democratico non può avere quindi alcuna validità se viene avanzato da questi gentiluomini. Il rovesciamento di Saddam Hussein è compito del popolo iracheno e di nessun altro.

 

La questione nazionale

 

Nel 1983 l’attuale ministro della difesa Usa Donald Rumsfeld visitò Saddam a Baghdad proprio mentre questi stava lanciando degli attacchi usando gas contro i soldati iraniani. Fintanto che Saddam Hussein ammazzava gli iraniani veniva considerato un alleato fedele. Gli americani e i britannici aprirono le linee di credito a Saddam per l’acquisto di armamenti ed egli ricevette ogni sorta di aiuti militari e di altro genere.  Allo stesso modo, gli Usa avevano armato e finanziato Bin Laden e i Talebani fintanto che questi ammazzavano i russi. Gli imperialisti Usa sono direttamente responsabili di aver creato questi folli che ora demonizzano come terroristi e “Asse del male”.

Un anno prima della guerra del Golfo, gli Usa inviarono a Saddam motori per elicotteri, 21 lotti di diversi ceppi di antrace, centinaia di tonnellate di gas nervino mortale sarin e gli fornirono le informazioni raccolte dalle basi degli Awax in Arabia Saudita. Quindi gli angloamericani non possono dire di essere stati all’oscuro dei fatti. Sapevano tutto dei crimini della dittatura. Proprio prima che Saddam schiacciasse i curdi a Halabja, nel 1988, Londra aveva inviato un ministro a Baghdad per discutere con Saddam di questioni commerciali. Dopo che questi aveva ammazzato 5mila curdi con gli attacchi a base di gas, ricevette ulteriori 340 milioni di sterline di crediti per gli accordi commerciali e gli americani gli diedero un altro miliardo di dollari.

Lo scorso dicembre gli Usa hanno confiscato le 12mila pagine di documentazione sui programmi armamentistici presentate dall’Iraq. La scusa degli Usa fu che esse contenevano “informazioni riservate” che richiedevano “alcuni ritocchi”. I “ritocchi” sono stati tali che solo un quarto del documento originale è stato reso disponibile ai membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il vero motivo era che dovevano nascondere il fatto che non meno di 150 compagnie (Usa, britanniche e altre) avevano fornito all’Iraq la tecnologia nucleare, chimica e missilistica, spesso con transazioni illegali.

Nel 1991, dopo la sconfitta irachena, la popolazione sciita nell’Iraq meridionale venne incoraggiata a sollevarsi contro il governo centrale. Sotto la pressione dell’Arabia Saudita, che temeva l’aumento dell’influenza sciita (e iraniana) in Iraq, gli Americani si tennero da parte e permisero alle forze di Saddam Hussein di massacrare gli sciiti. Come si può sostenere che agli imperialisti interessi qualcosa del destino delle minoranze nazionali in Iraq?

Su questo dobbiamo essere chiari: presentare questa guerra di aggressione come un mezzo per ottenere l’autodeterminazione curda è un atto di tradimento. La Turchia, il principale alleato degli Usa nella regione, non lo permetterebbe mai. Se la borghesia turca sta considerando la possibilità di unirsi a questa guerra, non è per amore della democrazia e certo non per amore dei curdi! Essa ha posto gli occhi sui campi petroliferi di Mosul e Kirkuk, che i curdi a loro volta rivendicano. Il piano di Ankara prevede che se i curdi tenteranno di prendere i pozzi, l’esercito turco invaderà e li schiaccerà mentre gli americani staranno a guardare.

Noi difendiamo il diritto del popolo curdo ad una patria, ma dobbiamo sottolineare che questo è possibile solamente attraverso il rovesciamento rivoluzionario dei regimi reazionari di Baghdad, Teheran e Ankara. Su basi capitaliste non esiste una reale soluzione per il problema curdo. I curdi devono unirsi ai lavoratori turchi, iraniani e iracheni nella lotta per il potere operaio e contadino. Sulla base di una federazione socialista sarebbe possibile ottenere una repubblica curda socialista autonoma, con i pieni diritti democratici e nazionali incluso quello alla secessione se tale fosse il desiderio della popolazione.

Coloro che sostengono che l’unica via per ottenere l’autodeterminazione nazionale è sostenere l’imperialismo contro Baghdad ingannano i popoli. È una politica criminale e reazionaria che condurrà una volta di più i curdi e gli sciiti in un vicolo cieco. Su queste basi non c’è via d’uscita per i curdi, gli sciiti e altri popoli della regione.

 

Una guerra senza vittime?

 

Poiché gli imperialisti britannici e Usa stanno incontrando una resistenza più seria del previsto al loro interno, ora tentano di convincere l’opinione pubblica che la guerra consisterà solo in qualche piccolo “intervento chirurgico” diretto esclusivamente contro obiettivi militari. La popolazione civile non soffrirà e si precipiterà per le strade con le lacrime agli occhi e mazzi di fiori per salutare i “liberatori” stranieri. Come sempre, la distanza fra la propaganda ufficiale e la realtà è abissale.

Nonostante la stampa non dia grande spazio all’argomento, l’aviazione anglobritannica bombarda continuativamente l’Iraq da oltre dieci anni. Solo lo scorso anno la Gran Bretagna ha speso quattro milioni di sterline (circa sei milioni di euro) in queste attività criminali. Nello stesso periodo oltre un milione di iracheni sono morti come conseguenza di un embargo crudele che ha paralizzato l’economia e spinto quella che era una nazione prospera in una condizione di povertà e disperazione. Ora, non contenti di questo, Bush e Blair si preparano per un nuovo assalto sanguinoso.

Il vero livello delle perdite civili sarà molto superiore a quanto si vuole suggerire. Secondo un rapporto filtrato dal Pentagono, solo nelle prime 48 ore pioveranno sull’Iraq 800 missili Cruise, cioè oltre il doppio del totale lanciato in tutti i 40 giorni della campagna del 1991. Tutte le chiacchiere sulle bombe intelligenti non sono che un trucco per ingannare l’opinione pubblica e spingerla a pensare che non vi saranno vittime civili: un’assoluta stupidaggine, poiché è ormai di pubblico dominio che la propaganda sulle “bombe intelligenti” nella guerra jugoslava non era che un modo per fuorviare l’opinione pubblica.

Lo scopo reale degli invasori è stato rivelato dal portavoce del Pentagono, il quale ha dichiarato che intendono scuotere l’Iraq “fisicamente, emotivamente e psicologicamente”. Uno stratega di nome Harlan Ullman ha dichiarato: “Non ci sarà un solo posto sicuro in tutta Baghdad. La vera portata di ciò non è mai stata contemplata in passato (…) Ci sarà questo effetto simultaneo, simile piuttosto alla bomba nucleare di Hiroshima, non nell’arco di giorni o settimane, ma di pochi minuti.” George Bush dichiara di essere pronto a usare armi nucleari “se necessario”. Questo è il volto brutale nascosto dietro la maschera della “democrazia umanitaria”.

Con ogni probabilità il costo in vite umane sarà terrificante. Un rapporto confidenziale dell’organizzazione mondiale della sanità, citato da John Pilger nel Daily Mirror (29 gennaio 2003) stima che “500mila persone potrebbero richiedere cure come conseguenza di ferite dirette o indirette”. Inoltre, l’ammontare dei morti e delle sofferenze sarà superiore a quello delle vittime dei bombardamenti.

Dopo l’ultima guerra del Golfo gli americani e i loro alleati hanno lasciato tra le 300 e le 800 tonnellate di uranio 238 impoverito, contenuto nei proiettili anticarro e in altri esplosivi, sui campi di battaglia iracheni. Le conseguenze per la popolazione irachena sono state orribili. L’uranio impoverito è causa di tumori al sangue, alle ossa e ai reni e si disperde in nubi di minuscole particelle radioattive che possono essere respirate. È praticamente impossibile distruggerlo, e pertanto larghe parti dell’Iraq sono contaminate permanentemente dalla radioattività.

I pediatri di Bassora hanno registrato un aumento del 1.200% nell’incidenza di tumori e leucemia fra i bambini dopo l’ultima guerra. Il numero di nati malformati è raddoppiato nelle aree dove venne usato l’uranio impoverito. Nascono bambini privi di occhi, o di cervello. Prima del 1991 questo tipo di malattie erano praticamente sconosciute. A causa delle mostruose sanzioni imposte all’Iraq dopo quella guerra, i medici iracheni sono stati impossibilitati ad ottenere macchinari, antibiotici, farmaci per la chemioterapia e altri equipaggiamenti necessari per la cura di questi bambini.

Questi effetti erano ben noti agli esperti americani, poiché li stavano studiando già prima della scorsa guerra. Questo dice tutto il necessario per conoscere i sentimenti umanitari dei dirigenti della nostra civiltà occidentale. Ora si preparano a infliggere nuovi orrori al popolo di questo paese.

Non è un caso che la cricca dirigente di Washington sia piena di petrolieri. George W Bush, oltre ad essere il figlio del magnate petrolifero George Bush senior, è il fondatore della compagnia petrolifera Arbusto, nonché ex azionista della Spectrum 7 Energy, un’altra compagnia petrolifera, ed ex direttore della Harken Oil and Gas. Il suo vicepresidente Dick Cheney è l’ex amministratore delegato della Halliburton Industries ad è coinvolto nella Unocla, la Exxon, la Shell e la Chevron: un vero e proprio elenco telefonico delle grandi compagnie petrolifere. Non dimentichiamo Condoleeza Rice, ex direttrice della Chevron Oil e della Caspian Oil. La Rice è così intimamente coinvolta nell’industria petrolifera che hanno battezzato col suo nome una petroliera. Questi stretti legami con le grandi compagnie petrolifere indubbiamente rivestono un ruolo importante nei loro calcoli.

 

Contraddizioni nel campo imperialista

 

L’imperialismo americano, che sta mostrando un completo disprezzo per l’opinione pubblica mondiale, si trova isolato con l’eccezione della Gran Bretagna, ma è sostanzialmente indifferente. Sanno che il loro isolamento sarà temporaneo e che i loro dubbi “alleati” possono essere piegati con una mistura di corruzione e minacce. Alti funzionari Usa hanno detto chiaramente che la risoluzione 1441 dà a Washington le basi legali per entrare in guerra unilateralmente se il Consiglio di sicurezza non dovesse trovare un accordo su come rispondere a ulteriori violazioni da parte di Baghdad. L’attacco comincerà quindi prima della fine di marzo, poiché dopo quella data il caldo intenso del deserto causerebbe seri problemi.

È chiaro che esistono profonde fratture e contraddizioni fra le diverse potenze imperialiste. Gli Usa, la Francia e la Russia sono tutte in gara per sostenere le proprie posizioni sulla scena mondiale e particolarmente in Medio Oriente. si stanno ancora accapigliando sulla reale portata del mandato dell’Onu per disarmare Saddam, ma questi litigi sono in realtà irrilevanti. Il tempo dei convenevoli diplomatici è scaduto. Le proteste di Parigi e Berlino non hanno alcun effetto. Nelle prossime settimane si acquieteranno sempre di più. I russi hanno già cambiato musica e i francesi stanno facendo lo stesso. Dopotutto, perché correre rischi inutili?

Di fatto non possono fare molto, a meno che non vogliano affrontare una guerra con gli Usa. Un’azione unilaterale da parte degli Usa avrebbe messo a nudo la completa impotenza del Consiglio di Sicurezza e smascherato il bluff di Parigi e Mosca. Di fronte al fatto compiuto, i russi hanno già raggiunto un accordo con Washington per sostenere l’invasione dell’Iraq in cambio dei contratti, di denaro e di un po’ di “comprensione” per il loro piccolo problema ceceno.

I russi, pertanto, dopo aver fatto molto rumore si preparano a un voltafaccia quando giunga il momento della verità. Per compensarli delle loro difficoltà si sono visti offrire sottobanco qualche piccola graziosa concessione. Il problema con i francesi è un po’ più complicato. Vogliono incrementare il proprio ruolo mondiale e hanno interessi in Iraq che non quadrano con i piani americani. Ma anche ai francesi si farà comprendere che se pongono il veto sui piani di Washington nel Consiglio di Sicurezza, gli americani e i britannici attaccheranno ugualmente l’Iraq e i francesi verranno umiliati (il che è un male) e lasciati senza alcun contratto petrolifero (il che è anche peggio). Anche la Francia si prepara a cambiare musica.

Gli europei non sono più pacifisti o moralisti degli americani, sono solo più deboli. Il loro attaccamento alla pace e alla diplomazia dipende dalla loro mancanza di mezzi militari per imporre la propria volontà allo stesso modo degli americani. Gli Usa si aprono la strada nel mondo a gomitate, spazzando via ogni opposizione e imponendo le proprie posizioni con un misto di arroganza, minacce e corruzione. È il mondo del padrino trasferito nell’arena della politica mondiale.

 

L’Onu messa a nudo

 

Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. A dispetto di tutto, ci sono ancora delle anime semplici che ancora credono a qualcosa chiamato diritto internazionale. Queste persone benintenzionate incredibilmente vogliono ancora appellarsi alle Nazioni Unite per prevenire la guerra.

La posizione in favore dell’Onu non solo era ingenua e poco lungimirante, ma è stata attivamente dannosa. Il voto nel Consiglio di Sicurezza non è stato altro che una cortina fumogena, dietro la quale i preparativi di guerra sono continuati a ritmo febbrile. Mentre l’opinione pubblica mondiale veniva distratta dalle smorfie del Consiglio di Sicurezza, Bush e i suoi alti ufficiali avevano già approvato le linee fondamentali del piano che implicava un attacco terrestre all’Iraq con il coinvolgimento di oltre 200mila soldati.

Molto tempo fa, Lenin riversava il suo disprezzo su coloro i quali per “fermare le guerre” si appellavano alla Società delle Nazioni, che descrisse come “quel covo di briganti”. L’Onu non è in nulla migliore della Società delle Nazioni. Laddove l’Onu è intervenuta, come accadde in Corea o in Congo, ha avuto un ruolo apertamente controrivoluzionario. Il caso iracheno non è diverso.

L’Onu  non è un arbitro neutrale, ma un forum di potenze capitaliste che a volte raggiungono un accordo su questioni secondarie, ma che sui problemi decisivi non ha alcuna influenza. È fin troppo lampante il contrasto tra l’inattività supina dell’Onu riguardo la Palestina e la sua aperta difesa dell’aggressione Usa all’Iraq. L’Onu sta a braccia conserte mentre Sharon massacra civili palestinesi disarmati e sfida sfacciatamente le sue risoluzioni. Allo stesso tempo George W. Bush, che con tanto zelo difende l’autorità dell’Onu contro l’Iraq, non cita neppure il fatto che Israele sputa in faccia all’Onu da decenni. Al contrario, si schiera con Sharon.

Tutto questo mostra una volta di più la natura completamente reazionaria delle Nazioni disunite e l’atteggiamento disperatamente utopistico di quella sinistra e di quei pacifisti che sempre si appellano all’Onu per “difendere la pace”. Tuttavia non è impossibile che gli Usa, con una combinazione di minacce e corruzione, possano ottenere nel Consiglio di sicurezza una nuova risoluzione adatta alle loro necessità.

La lezione di tutto questo dovrebbe essere chiara anche a un cieco: come non può esistere un arbitrato imparziale fra le classi, così non può esistere tra le nazioni. È pertanto completamente inaccettabile per dei militanti della sinistra avere qualsiasi illusione nell’Onu o appellarsi ad essa in qualsiasi circostanza. Condanniamo qualsiasi tentativo di far dipendere il destino del popolo iracheno dagli intrighi dell’Onu. È una sciocchezza che  può solo servire a confondere la questione e potenzialmente a fornire una scusa per la guerra. Siamo completamente contrari a qualsiasi attacco all’Iraq, sia esso con o senza la benedizione del Consiglio di sicurezza.

 

Democrazia e imperialismo

 

L’insieme del commercio mondiale è controllato da non più di 200 gigantesche multinazionali, la maggioranza delle quali sono americane. Tutte le decisioni importanti vengono prese nei consigli di amministrazione di questi grandi monopoli. Piccoli gruppi di uomini e donne, non eletti da nessuno e che non devono rendere conto a nessuno, decidono dei destini di intere nazioni. Decidono se milioni di persone potranno lavorare o no, se mangeranno o se digiuneranno, se vivranno o moriranno.

In bocca a Bush e a Blair, la parola “democrazia” non è che uno pseudonimo per la dittatura delle grandi banche e dei monopoli, “pace” sta per dominio militare degli Usa e disarmo dei loro nemici, e l’“umanitarismo” non è che una foglia di fico per giustificare i più brutali interventi militari.

Ma anche negli Usa la marea comincia a cambiare. Le manifestazioni di massa a Washington e San Francisco, prima ancora dell’inizio delle ostilità, sono un segno di quello che si prepara.

I diritti democratici sono sotto attacco in ogni luogo e all’apparato statale vengono dati nuovi e draconiani poteri repressivi. Si approvano a tambur battente leggi antiterrorismo senza alcuna opposizione, leggi che domani potrebbero essere usate contro il movimento operaio. Si limitano i diritti democratici in nome della “guerra al terrorismo”, e si stanziano enormi somme di denaro per i servizi segreti i quali l’11 settembre hanno dimostrato la loro completa inettitudine, eppure nessuno ora mette in discussione le loro azioni. L’orrendo trattamento di prigionieri disarmati nella base americana di Guantanamo mostra la crudeltà, calcolata e a sangue freddo, degli imperialisti americani. Si torturano sistematicamente, si umiliano e si maltrattano prigionieri disarmati che non sono mai stati sottoposti a processo. Tutto questo viene accettato senza problemi dalla nostra “libera stampa”, poiché i prigionieri sono considerati terroristi.

Dobbiamo lottare contro ogni tentativo di limitare i diritti democratici, in particolare il diritto di sciopero, di protestare e manifestare: diritti per i quali il movimento operaio ha lottato contro la resistenza feroce dei capitalisti che oggi si atteggiano disinvoltamente a “veri democratici”. In realtà, l’élite privilegiata è sempre stata nemica della democrazia e l’ha tollerata solo in forma ristretta e mutilata nella misura in cui vi era costretta dalla pressione delle masse. Il movimento operaio non deve accettare alcuna restrizione dei diritti democratici in nome della cosiddetta guerra al terrorismo, quale che ne sia il pretesto. È nel nostro interesse che vi sia la massima estensione dei diritti democratici, poiché questo dà alla classe operaia le condizioni più favorevoli per lottare per la trasformazione della società. Tuttavia, comprendiamo che nessuno di questi diritti è al sicuro fintanto che le banche, la terra, le grandi compagnie rimangono monopolio privato di una potente oligarchia di ricchi.

 

Propaganda e diplomazia

 

Prima dello scoppio di qualsiasi guerra c’è sempre una valanga di propaganda volta a confondere l’opinione pubblica, a giustificare l’aggressione e a demonizzare l’avversario rigettando le colpe sull’altra parte. È necessario seguire i meandri della diplomazia internazionale e scoprire le manovre e gli interessi che si nascondono dietro le frasi altisonanti.

Se accettiamo la direzione della borghesia nelle questioni internazionali, inevitabilmente finiremo con l’accettare la dittatura del capitale nelle questioni interne. La politica estera non è che la continuazione della politica interna. La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Non possiamo pertanto avere una politica per i periodi di pace e un’altra, completamente differente, per i tempi di guerra. Tanto in guerra come in pace ci opporremo implacabilmente ai padroni e al loro stato e lotteremo per difendere gli interessi e l’indipendenza della classe lavoratrice e delle sue organizzazioni.

Solo i lavoratori di tutti i paesi non hanno alcun interesse nelle guerre e nell’oppressione di un popolo da parte di un altro. Il capitalismo inevitabilmente produce l’imperialismo e la lotta per i mercati esteri, le materie prime, i territori e le sfere d’influenza. Il capitalismo significa guerra. La lotta contro la guerra è pertanto inseparabile dalla lotta contro il capitalismo, per la trasformazione socialista della società.

 

Il capitalismo significa guerra

 

Affrontare la guerra da un punto di vista puramente sentimentale o pacifista è un esercizio sterile. Sarebbe come un dottore il quale invece di fornire una diagnosi accurata e una cura adeguata si limitasse a spargere lacrime sul paziente. Il paziente potrà anche esser grato per questa manifestazione di simpatia, ma difficilmente ne trarrà qualche beneficio.

Per condurre una lotta efficace contro la guerra è innanzitutto necessario comprenderne le cause, e questo è possibile solo se si afferrano gli interessi di classe che stanno dietro le guerre. Lenin spiegò molti tempo fa che il capitalismo significa guerra. Nell’attuale epoca di declino capitalista queste parole sono ancora più vere di quando vennero scritte. La crisi globale del capitalismo si esprime in una instabilità generale: economica, politica e militare.

La Casa bianca e i funzionari del Dipartimento di Stato stanno discutendo quello che un alto funzionario ha definito una “transizione impercettibile” dall’attacco a una semplice occupazione militare di parti del paese. Sembrano molto fiduciosi, probabilmente troppo. Ma l’equazione sanguinosa della guerra è piena di elementi imponderabili e nessuno può prevederne il risultato con certezza. Molto tempo fa Napoleone spiegò che la guerra è la più complicata delle equazioni.

Alcuni generali Usa hanno già avvertito che se si arriverà a combattere nelle strade di Baghdad, le perdite americane potrebbero essere alte. Gli iracheni combatteranno una battaglia difensiva sul proprio territorio. Nel caso di Saddam Hussein e la sua cricca, si tratterà di una lotta per la sopravvivenza. E anche se gli iracheni non possiedono le quantità di armi di distruzione di massa che Bush attribuisce loro, è ben possibile che siano ancora abbastanza armati da causare danni seri.

Questo non significa che gli Usa saranno sconfitti in Iraq. La superiorità colossale del loro volume di fuoco dovrebbe essere sufficiente a garantire la vittoria, anche se non è chiaro a quale prezzo. Li attende ogni genere di sgradevoli sorprese.

Il problema del morale non riguarda solo uno schieramento. Bisogna anche considerare la questione del morale delle truppe americane e britanniche. La guerra è impopolare, e persino alcuni ufficiali esprimono apertamente i propri dubbi al riguardo. Recentemente è stato segnalato come il 65 per cento dei piloti da combattimento britannici sia contrario alla guerra. Se la perdita di vite umane fosse maggiore del previsto (e questo non si può escludere) avrà un serio effetto sul morale delle truppe Usa e, ancora più importante, negli stessi Stati Uniti. La scommessa di Bush è rischiosa e può ancora tramutarsi in un serio errore di calcolo.

Anche nel caso di una vittoria Usa i problemi non sarebbero che all’inizio. Le guerre spesso sono state in passato le levatrici della rivoluzione, e lo saranno anche in futuro. Il mostruoso atto di aggressione perpetrato dall’imperialismo Usa avrà indubbiamente serie conseguenze non previste da chi lo ha perpetrato. Quale che sia il risultato immediato del conflitto (che è anche imprevedibile), ne seguirà il caos.

L’invasione dell’Iraq avrà conseguenze di ampia portata nell’intero Medio oriente. I regimi arabi filoccidentali come l’Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita sono terrorizzati all’idea che la guerra con l’Iraq dia fuoco alle micce e porti le masse nelle strade di Amman e del Cairo causando il rovesciamento di questi regimi marci e corrotti. La loro speranza, pertanto, è di evitare la guerra. Ma è una speranza vana.

I lavoratori e i giovani dei paesi arabi si stanno già mobilitando contro l’imperialismo. Tuttavia, questo non è sufficiente. Negli ultimi 50 anni l’enorme potenzialità del Medio oriente e del Nordafrica è stato sprecato da regimi borghesi corrotti che in realtà sono solo i galoppini locali dell’imperialismo. Tutti i sacrifici colossali fatti in passato dalle masse nella lotta per la liberazione nazionale non hanno portato a nulla. Il mondo arabo è oggi più dipendente dall’imperialismo di quanto non lo sia mai stato in passato. È ora di cambiare strada! La rivoluzione antimperialista può vincere solo trasformandosi in una lotta anticapitalista degli operai e dei contadini per rovesciare i monarchi, i latifondisti e i capitalisti arabi.

L’enorme potenziale economico e petrolifero di questa vasta area può esprimersi al suo massimo solo in una federazione socialista dei paesi del Medio oriente e del Nordafrica. La balcanizzazione del mondo arabo lo rende indifeso di fronte all’imperialismo. La rivoluzione socialista spazzerà via le barriere artificiali che separano milioni di persone con un linguaggio, una storia e una cultura comune e creerà le condizioni per un’economia e una cultura fiorenti. Solo una federazione socialista può risolvere i problemi che stanno di fronte ai palestinesi, agli ebrei, ai kurdi, ai copti, ai drusi, agli armeni, ai berberi e a tutti gli altri popoli di questa terra. Il capitalismo ha fallito di fronte a tutti i popoli del Medio oriente. Solo il socialismo può offrire una via d’uscita.

 

“Cannoni invece di burro!”

 

I sogni di una rapida ripresa dell’economia mondiale sono rimandati a data da destinarsi. La crisi economica significa minori entrate fiscali e crescita dei deficit di bilancio. Le grandi spese belliche dovranno pertanto essere finanziate con una nuova serie di tagli alla spesa pubblica, che graveranno sui lavoratori e sulle classi medie.

Alle proteste della popolazione, i governi imperialisti hanno già la risposta pronta: “Sono tempi duri e difficili. Dobbiamo pertanto essere tutti pronti a fare sacrifici per l’interesse nazionale”, cioè l’interesse delle banche e delle grandi imprese che possiedono e controllano ogni paese. Ci verranno a spiegare che la ricchezza del paese non è illimitata e che si devono fare scelte dolorose alle quali non possiamo sottrarci. Tuttavia i profitti dei ricchi sono sacri, e non saranno toccati! Le “scelte dolorose” colpiranno solo i settori più poveri della società.

In altre parole questo significa “cannoni invece di burro”. Con la comoda scusa della minaccia terrorista, tutti sono impegnati in un programma mostruoso e colossale di riarmo. Le somme impegnate in questo gioco mortale sono davvero sconvolgenti e dimostrano che è completamente falso l’argomento secondo il quale “non ci sono soldi” per le necessità della gente.

Nel 1991 la guerra del Golfo costò alla sola Gran Bretagna tra 2,5 e 3 miliardi di sterline ai prezzi attuali. Allora la Gran Bretagna riuscì a passare gran parte del conto ai propri alleati. Oggi Gordon Brown, Cancelliere dello scacchiere (ministro del tesoro - NdT) ha messo da parte un miliardo di sterline per coprire le spese della guerra che si prepara. Ma gli esperti calcolano che in caso di un conflitto prolungato la cifra potrebbe salire fino a 5 miliardi di sterline

Dalla fine della seconda guerra mondiale, gli Usa hanno speso in armi la sbalorditiva cifra di 19mila miliardi di dollari. Se si spendessero 26 milioni di dollari al giorno per i prossimi duemila anni, questo ancora non raggiungerebbe la cifra spesa dagli Usa dal 1945 ad oggi. Le cifre spese in questo modo dall’America sarebbero sufficienti per trasformare il livello di vita dei popoli del mondo intero. Questo dettaglio è già sufficiente a mostrare la natura reazionaria e marcia del capitalismo nel suo periodo di decadenza senile.

Non un centesimo, non un soldato, non un proiettile per la guerra imperialista nel Golfo! No allo spreco delle spese militari. Rivendichiamo invece: un programma su vasta scala di lavori di pubblica utilità. Più spese per case, scuole, ospedali e pensioni!

Per l’immediata nazionalizzazione dell’industria militare e l’esproprio dei profitti dei fabbricanti di armi!

Per un’economia nazionalizzata e pianificata sotto il controllo e la gestione della classe lavoratrice.

 

Contro l’imperialismo, il militarismo e il capitalismo!

 

Ogni militante della sinistra ogni lavoratore o militante sindacale che abbia una coscienza di classe, ogni giovane che voglia lottare per un mondo migliore deve unirsi nella lotta più attiva e combattiva contro questa ingiusta guerra imperialista. È necessario creare il movimento di massa più ampio possibile contro l’imperialismo e il militarismo. È necessario opporsi con tutti i mezzi all’aggressione mostruosa contro il popolo iracheno.

Una priorità chiave è la formazione di comitati di azione contro la guerra in ogni città e paese, che coinvolgano militanti sindacali, socialisti, comunisti, attivisti dei movimenti giovanili, studenti, immigrati e ogni persona che voglia lottare coerentemente e attivamente.

Uniamoci in una campagna massiccia di agitazione contro la guerra, con manifestazioni, presidi, volantinaggi e assemblee di massa in ogni luogo di lavoro, scuola e università. Facciamo sentire la voce popolare!

Dobbiamo denunciare ogni tentativo dell’imperialismo di utilizzare le infrastrutture dei diversi paesi per i loro piani aggressivi. La campagna in corso in Belgio per smascherare l’uso dei porti per le navi da guerra è un buon esempio di quanto si può fare. Dobbiamo seguirlo anche negli altri paesi. L’iniziativa del Sindicato de Estudiantes spagnolo di fare appello a una lotta unita degli studenti di tutti i paesi contro la guerra deve essere sostenuta e pubblicizzata ovunque.

Soprattutto dobbiamo sforzarci di coinvolgere il movimento operaio. Dobbiamo proporre risoluzioni in ogni assemblea sindacale e di delegati che chieda ai sindacati di opporsi alla guerra. Se esistono le condizioni, dobbiamo porre la questione di organizzare scioperi contro la guerra. Queste questioni dovrebbero essere poste all’ordine del giorno e discusse nei luoghi di lavoro.

Se viene data una direzione decisa e le questioni vengono spiegate con chiarezza, i lavoratori risponderanno positivamente. Abbiamo già visto la coraggiosa presa di posizione di due macchinisti britannici che hanno rifiutato di guidare un treno carico di materiale bellico. Questo è un sintomo importante dell’ambiente che si sta sviluppando nella classe operaia.

Dobbiamo quindi lottare contro la guerra, ma dobbiamo farlo con i metodi, la tattica e la politica corretta: le tattiche del movimento operaio, la politica del socialismo e dell’internazionalismo che lega la lotta contro l’imperialismo mondiale alla prospettiva della trasformazione socialista della società, nel proprio paese e nel mondo.

 

•  Opponiamoci a questa guerra criminale!

•  Abbasso l’imperialismo e il capitalismo!

•  No alla guerra, ma lotta di classe!

 

Alan Woods e Ted Grant

 

Londra, 6 febbraio 2003

 

Il testo integrale del Manifesto può essere scaricato in italiano dal sito: www.marxismo.net e in inglese dal sito: www.marxist.com

 

 

Questo manifesto è stato firmato da:

Riviste e siti

Socialist Appeal (Gran Bretagna)

El Militante (Spagna)

The Struggle (Pakistan)

Asian Marxis Review

Sosialistiki Ekfrasi (Grecia)

Der Funke (Austria)

Ezker Marxista (Paese Basco, Spagna)

Marxist Tutun (Turchia)

FalceMartello (Italia)

Socialist Appeal (Usa)

Socjalizm.org (Polonia)

Socialistisk Standpunkt (Danimarca)

La Riposte (Francia)

Socialisten (Svezia)

Militante (Messico)

Vonk (Belgio)

www.1917.com (Russia)

Pubunjeni UM (Jugoslavia)

Fondazione di studi socialisti Federico Engels (Spagna)

 

Pakistan

Manzoor Ahmed, deputato collegio Kasur II

 

Gran Bretagna

Nigel Pearce, vice presidente del sindacato minatori (Num)

Des Heemskerk, responsabile comunicazione Amicus/Aeeu (sindacato metalmeccanici), a titolo personale

 

Spagna

Miriam Municio, segretaria del Sindicato de Estudiantes

 

Austria

Eva Nesensohn, segretaria giovani socialisti di Vorarlberg, direzione nazionale dei giovani socialisti

Ina Ratzenböck, direzione nazionale gioventù socialsita

 

Grecia

Stelios Dafnis, direttivo della federazione dei sindacati di Atene

Tsitonis Takis, esecutivo del sindacato lavoratori settore archeologico

 

Italia

Claudio Bellotti (Direzione nazionale del Prc)

Alessandro Giardiello (Comitato politico nazionale del Prc)