Non una base nè un soldo nè un soldato - Falcemartello

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Per questa sporca guerra

Poco più di un anno fa, quando i marines entrarono a Kabul scrivevamo: “Gli Usa vedono ora sollevarsi forze gigantesche contro di loro”. E davvero gigantesca è stata la forza scesa nelle piazze di tutto il mondo sabato 15 febbraio. Quello che è certo è che si è trattato della prima vera manifestazione globale nella storia dell’umanità, per estensione, numeri e coscienza dei partecipanti di essere legati da un unico obiettivo: fermare l’aggressione all’Iraq.

Londra, capitale del più fedele alleato di Bush, ha visto la più grande manifestazione della sua storia, 750mila secondo la polizia, il doppio secondo la Tv Sky News, mentre a Glasgow e Belfast altre decine di migliaia scendevano in piazza. A Berlino mezzo milione di persone, a Roma forse due milioni, centinaia di migliaia a New York, 200mila in Siria, grandi manifestazioni in Australia, l’altro fedelissimo alleato degli Usa, e la sbalorditiva cifra di sei milioni nelle strade di Spagna, due milioni a Madrid, un milione e mezzo a Barcellona, 100mila a Bilbao e decine di altre manifestazioni…

Ovunque i resoconti parlano di manifestazioni enormi e di una partecipazione massiccia della cosiddetta “gente comune”, di migliaia e migliaia di persone che non avevano mai partecipato a un corteo, che fino ad oggi hanno sempre pensato di potere o dover delegare le grandi scelte ai palazzi del potere, e che oggi invece hanno trovato le motivazioni per mobilitarsi in prima persona, scendere in strada e far sentire il proprio “No” alla guerra.

 

Dobbiamo ragionare attentamente sugli avvenimenti del 15 febbraio. Quando milioni di persone fanno un passo, fosse pure il primo della loro vita, nel campo della mobilitazione di massa, ebbene questo è un fatto potenzialmente rivoluzionario. L’aspetto decisivo è che normalmente questi milioni di persone cercano di accettare come giuste e vere le cose che dicono e fanno i governi  e i “potenti”. E  anche quando  si rendono conto che non sono né vere, né giuste, il più delle volte pensano di non aver modo di impedirle o di modificarle. E invece, questa volta, non è stato così, e hanno detto al più forte governo del mondo e ai suoi alleati “non crediamo più alle vostre menzogne, non vogliamo permettervi di compiere questo ennesimo crimine”.

 

Un movimento come quello che si è visto non si può fermare con la violenza, né bastano le “provette” di Colin Powell per rendere accettabile la guerra. Indubbiamente nelle stanze ministeriali le immagini delle manifestazioni del 15 avranno dato molto da pensare a diplomatici e governanti. Milioni di persone in piazza, impossibile pensare a una risposta repressiva, inefficace lo spettacolo messo in piedi da Powell all’Onu. Che fare?

È possibile che una delle conseguenze di queste manifestazioni sarà quella di rendere ancora più difficile una nuova risoluzione dell’Onu che dia il via libera all’attacco americano. Non perché Chirac o Schroeder abbiano aumentato il loro tasso di pacifismo, ma per semplice e cinico calcolo: perché screditarsi per dare copertura a Bush (che ha già reso chiaro che la “vecchia Europa” pagherà caro per avergli messo i bastoni fra le ruote)? Non è forse meglio per questi politici posare da persone di principio e attente alla voce popolare? Se poi la guerra si svilupperà in modo favorevole per gli Usa, sarà più facile fare accettare ai popoli il fatto compiuto; se invece l’esercito Usa incontrerà problemi inaspettati o addirittura se si impantanasse senza riuscire a risolvere in breve tempo il conflitto, allora sarà il momento di far rientrare in gioco l’Onu per una opportuna “mediazione” europea (che, come tutte le mediazioni, sarebbe opportunamente retribuita).

 

Così le prossime settimane ci verranno descritte come “ore decisive”, nelle quali si “decide tutto” nel Consiglio di sicurezza. Ma si tratta solo di un modo per ipnotizzare il movimento contro la guerra, per metterlo in stallo. All’Onu non si “deciderà” nulla, perché la guerra è già decisa da tempo.

 

E qui si ripresenterà il nodo decisivo del movimento contro la guerra. La stragrande maggioranza di chi è sceso in piazza lo ha fatto certamente nella convinzione che si trattasse di un modo concreto per impedire la guerra. Le posizioni ambigue degli organizzatori hanno fatto di tutto per insinuare l’idea che le manifestazioni possono creare una pressione sufficiente da trasmettersi fino al Consiglio di sicurezza e impedire il voto di una nuova risoluzione. L’appello del Forum sociale europeo è esemplare in questo senso, in quanto si rivolgeva a tutti, ai parlamentari, all’Europa, all’Onu, ai governi, ai paesi che hanno il diritto di veto… insomma si spera in tutto e tutti tranne che nella forza di una mobilitazione di massa, indipendente e di classe.

Certo, queste illusioni erano presenti nelle piazze del 15 febbraio. Ma spariranno di fronte agli avvenimenti, i popoli impareranno a non avere fiducia nella diplomazia, nell’Onu, nei prestigiatori e nei truffatori. Contribuire a questa presa di coscienza è oggi il compito fondamentale per i comunisti nel movimento contro la guerra.

 

Dopo il 15 non si tratta solo di fare grandi manifestazioni. Si aprirà il problema bruciante di agire contro la macchina bellica che potrebbe mettersi in moto da un momento all’altro. L’esempio ci viene da quei due ferrovieri inglesi che hanno rifiutato di guidare un treno carico di materiale bellico, o dai compagni belgi che presidiano il porto di Anversa per opporsi al suo utilizzo militare. Azioni di massa, manifestazioni e scioperi, non solo per dire no alla guerra, ma per bloccare le basi, le infrastrutture, i porti, facendo un appello diretto ai lavoratori e ai sindacati: usiamo la nostra forza, la forza del movimento operaio organizzato! Il governo Berlusconi promette a Bush l’uso delle nostre strade, ferrovie, porti, aeroporti, ecc. Ma dimentica che per far funzionare queste infrastrutture è necessario il nostro lavoro, e che se la classe operaia si oppone attivamente la macchina bellica può entrare in stallo.

Alla Cgil e a Cofferati, che parlano di “no alla guerra senza se e senza ma” dobbiamo porre una domanda precisa: il vostro “no” vale solo per un giorno, per lavarvi la coscienza, o siete disposti a sostenere una mobilitazione di massa che si ponga questi obiettivi e che punti a rovesciare il governo guerrafondaio?

Dopo il 15 febbraio, il seguente passo deve essere lo sciopero generale internazionale.

Esistono le condizioni, forse per la prima volta nella storia, per generare un clima di insubordinazione generale non alla fine di un conflitto (come avvenne nelle grandi guerre del novecento), ma ancora prima che questa cominci.

 

- Non una base, nè un soldo, nè un soldato per questa sporca guerra.

- Nessuna fiducia nell’Onu e nell’asse franco-tedesco.

- Azione di massa contro la guerra e il governo.

- Contro la guerra, l’imperialismo e i capitalisti.

 

Un altro mondo  è possibile:

si chiama socialismo.

 

19 febbraio 2003