Obiettivi e conseguenze dell’aggressione imperialista - Falcemartello

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La guerra in Iraq

Le manovre diplomatiche di Bush e la lotta per avere una risoluzione dell’Onu più o meno dura e vincolante verso l’Iraq non sono che una triste messa in scena che vuole coprire quello che ormai pare chiaro a molti: la guerra si è già decisa e si farà indipendentemente dalle decisioni che prenderanno le Nazioni Unite. Riprendendo il filo degli ultimi articoli sulla guerra, pubblicati su FalceMartello, cercheremo di analizzare non solo le vere cause del conflitto ma anche quali possibilità hanno gli Stati Uniti di vedere realizzati gli obiettivi che si pongono prima dello scoppio del conflitto.

Gli Usa attraversano una crisi economica profonda che nell’ultimo anno ha visto il susseguirsi di fallimenti, licenziamenti e crolli della Borsa. Il tutto condito da scandali di corruzione dove la classe operaia americana ha potuto rendersi conto di quanto marcio sia il sistema capitalista americano.

La campagna militare in Iraq serve anche a distogliere l’attenzione da questa situazione pericolosa, dove i lavoratori, a partire da Seattle, hanno iniziato a mettere in discussione il dominio delle multinazionali. Tuttavia, questa strategia classica della borghesia (fare la guerra ad un nemico esterno per distrarre l’attenzione dai problemi interni) oggi è un’arma spuntata. Dopo la guerra in Afghanistan, nel paese è diminuito il consenso verso la politica estera aggressiva di Bush.

Mentre il governo prepara una nuova guerra, molti operai americani perdono il lavoro e le loro famiglie si trovano senza assistenza sociale. Milioni di dollari vengono destinati all’esercito. I soldi per le commesse belliche peseranno sul bilancio dello Stato che dovrà quindi tagliare ulteriormente lo stato sociale. L’opportunità di grossi guadagni per la produzione di armamenti non riguarderà i lavoratori americani, ma una cricca ristretta di borghesi che ha in mano le industrie di armi. Anche l’idea di rilanciare con le commesse belliche l’economia americana in crisi non è che un’illusione. La guerra in Iraq non sarà certo della portata della Seconda Guerra Mondiale, quando circa la metà della produzione degli Stati Uniti era destinata alle armi, e nonostante i profitti che qualche padrone americano potrà estrarre da questa nuova campagna militare, l’economia Usa non trarrà sostanziali benefici da un attacco all’Iraq.

Così allo scoppio del conflitto una cosa è certa: negli Stati Uniti non c’è entusiasmo per la guerra e la classe lavoratrice non verrà paralizzata per anni da un clima di unità nazionale. Il fatto che già prima dello scoppio del conflitto ci siano state manifestazioni in Usa contro la guerra con migliaia di persone, è un segnale in questa direzione.

 

L’Iraq e le armi di distruzione

 

La propaganda sulle presunte armi di distruzione che il regime di Saddam Hussein potrebbe utilizzare contro l’umanità non ci pare sia molto incisiva. Da alcune inchieste internazionali che anche gli Usa hanno fatto circolare è chiaro che l’Iraq ha un arsenale militare persino inferiore a quello in possesso nella precedente guerra contro gli americani del ’91. Di fronte all’enorme arsenale Usa, le armi di Saddam Hussein sono tutt’altro che una minaccia. La verità è un’altra: sono gli Stati Uniti ad essere una minaccia per il mondo dal momento che non soltanto possiedono armi di distruzione ma hanno anche intenzioni di usarle, come del resto hanno già fatto in passato. Possiamo forse dimenticarci dell’utilizzo di gas tossici e di armi chimiche in Vietnam? Della presenza di uranio impoverito nelle bombe usate in Somalia, Iraq e Serbia?

Non dimentichiamo anche quello che è stato il più grosso crimine che una potenza imperialista abbia mai commesso nella storia del capitalismo: gli Stati Uniti sganciarono nel 1945 le bombe atomiche sul Giappone quando la guerra era già di fatto finita. Lo fecero per terrorizzare tutti i paesi che nel mondo avessero tentato di andare contro gli interessi Usa.

Anche oggi la guerra in Iraq ha la funzione di lanciare un avvertimento a tutti quei paesi che provano a mettersi contro gli Stati Uniti: chi si mette contro verrà bombardato.

Tuttavia, anche se è indiscutibile che gli Usa siano di gran lunga la potenza imperialista più forte del pianeta, non è un segnale di forza dover intervenire in ogni angolo del pianeta contro chi sfida l’egemonia americana.

Proprio come le truppe inglesi, che all’inizio del declino del loro impero erano costrette a posizionarsi un po’ ovunque per sedare rivolte che scoppiavano nelle colonie, così oggi gli Usa sono costretti a piazzare le loro basi in ogni angolo del mondo. Fino a qualche anno fa all’imperialismo Usa bastava la minaccia economica di un embargo, del debito, del blocco dei capitali. Oggi, invece, cercano ubbidienza tramite l’esercito e non sempre gli Stati Uniti hanno dimostrato di poter vincere le loro guerre (vedi Vietnam e Somalia). Trotskij parlava di “gigante coi piedi di argilla” riferito all’incapacità dell’imperialismo di intervenire con truppe di terra in diverse zone del mondo e gli Stati Uniti oggi continuano ad avere questo problema.

Dopo il Vietnam, gli Stati Uniti hanno ancora problemi ad utilizzare massicciamente le loro truppe nei conflitti. In Kosovo, infatti, hanno usato l’Uck, in Afghanistan l’Alleanza del Nord e in Iraq stanno cercando chi potrà fare il lavoro sporco per loro. Risulta però evidente che se vogliono entrare in Iraq e rovesciare il regime, migliaia di soldati americani dovranno combattere in prima linea.

 

Sarà davvero una passeggiata verso Bagdhad?

 

I kurdi al Nord difficilmente si schiereranno a fianco degli Usa, così come diffidenti rimangono gli sciiti al sud. Qualche migliaia di nazionalisti kurdi potrebbero unirsi alle fila degli Stati Uniti ma solo se in cambio riceveranno promesse su di un futuro certo per uno stato indipendente kurdo. Questo in realtà provocherebbe dei problemi grossi con la Turchia che non potrebbe accettare concessioni ai kurdi. Inoltre, i 10mila iracheni che si stanno addestrando all’estero, non basteranno certo a strappare una città come Baghdad che ha 5 milioni di abitanti. Oltretutto, paesi da sempre alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita, hanno dichiarato che non concederanno le basi militari nei loro paesi per l’attacco all’Iraq. I generali americani hanno già fatto capire che l’invasione di terra potrà avvenire solo dopo un massiccio bombardamento del territorio iracheno. Ma se questi bombardamenti avranno il vantaggio di distruggere le infrastrutture del nemico, dall’altro provocheranno migliaia di morti fra i civili. Così il lavoro dei soldati che dovranno entrare nelle città irachene sarà certamente più difficile: ad attenderli sarà un popolo ferito e pronto a combattere casa per casa.

Saddam Hussein, davanti al pericolo di perdere il potere e la vita, potrebbe distribuire le armi alla popolazione. Uno scenario simile sarebbe molto preoccupante per gli Usa che non possono permettersi una perdita di vite elevata nel conflitto. L’esperienza di altre campagne militari torna come un incubo per l’imperialismo. In Somalia, gli Stati Uniti vennero sconfitti proprio quando cercarono di occupare la città di Mogadiscio dove le truppe americane e i loro alleati trovarono una feroce opposizione delle masse somale.

Le esercitazioni che si stanno compiendo in Qatar sono condotte in base al manuale Joint Publication 3-06. All’interno di questo documento di oltre 150 pagine si dice esplicitamente che le vittime fra i civili saranno inevitabili e che queste potranno provocare una reazione pericolosa fra la popolazione. In questo caso “occorrerà un controllo efficace dei disordini e dei movimenti civili … sarà necessario un controllo delle strade e dell’accesso agli edifici, l’arresto e la detenzione senza imputazione”. L’esito della guerra non si può prevedere con certezza, ma è chiaro allora che la campagna militare in Iraq non sarà una passeggiata.

 

Il Medio Oriente in fiamme

 

Imprevedibili saranno le conseguenze negli Stati arabi che circondano l’Iraq. Il governo reazionario dell’Arabia Saudita rischiò già molto quando nel ’91 concesse le basi agli Stati Uniti per l’attacco all’Iraq. La maggioranza della popolazione era contraria a fare questo favore all’imperialismo. La protesta però non trovò un canale giusto per poter rovesciare il regime di Riad, né vi era un partito rivoluzionario in grado di sfruttare quel movimento di opposizione. Da quel momento in poi, e per diversi anni, furono i fondamentalisti ed i terroristi a reclutare parecchi militanti poiché erano gli unici a parlare contro la presenza delle truppe americane in Arabia Saudita.

Negli ultimi 10 anni il tenore di vita dei sauditi si è enormemente abbassato: 20 anni fa il Pil pro capite era di 28 mila dollari, oggi è sceso a 7mila. Si calcola che ogni anno la disoccupazione aumenta del 3,5%. Lo stato spende il 30% del bilancio in armamenti e lascia poche briciole per sanità e scuola. La monarchia è profondamente odiata dalla gente.

Gli operai del settore petrolifero vengono brutalmente sfruttati mentre la cricca al potere vive in castelli e ville ultra lussuose. La popolazione mal sopporta le dispendiose abitudini di 5mila principi e di centinaia di altezze reali che fra vizi e sperperi si spartiscono il 10% del bilancio statale.

La camarilla intorno al re Fahd ha già detto che non è disposta questa volta ad offrire le basi militari agli Usa. Questa linea di neutralità però difficilmente potrà salvare il marcio regime saudita dalla rivolta delle masse.

Anche Re Abdullah di Giordania sembra stretto alle corde. La politica filo americana della monarchia si scontra con una rabbia popolare che cresce giorno dopo giorno. In primo luogo la guerra di Israele in Palestina affligge la popolazione giordana che per il 60% è proprio di origine palestinese. Dopo due anni dallo scoppio della nuova Intifada sono circa 200mila i profughi arrivati nel territorio della Giordania. La solidarietà verso il popolo palestinese è alta e ogni mese ci sono manifestazioni contro il brutale attacco di Sharon. Oltretutto la situazione economica è difficile e la disoccupazione resta altissima. Una guerra all’Iraq peggiorerebbe la situazione perché verrebbe sospeso il traffico di petrolio con l’Iraq che arriva in Giordania a basso costo. Acquistare barili di petrolio al prezzo del mercato internazionale colpirà le già deboli casse dello Stato. Inoltre la guerra all’Iraq così come è già successo per l’Afghanistan potrà spingere Israe-le ad occupare definitivamente i territori di Gaza e della Cisgiordania, provocando un’ulteriore espulsione di palestinesi che arriverebbero in Giordania aumentando la tensione. Potrà rimanere al potere la monarchia reazionaria della Giordania di fronte a tale scenario?

Le probabilità di rimanere in sella sono basse e questo discorso vale anche per l’Egitto, la Siria e per tutti i paesi arabi della zona. Non è nemmeno escluso che qualche regime reazionario prima di cadere provi anche a giocarsi l’ultima carta della guerra contro gli Usa e Israele. In particolare l’Iran difficilmente potrà stare fermo a guardare l’invasione dell’Iraq dopo che Bush ha già detto chiaramente che il governo di Teheran è il secondo della lista degli “Stati canaglia” da combattere.

 

La questione del petrolio

 

Uno degli obiettivi della guerra che è stato riconosciuto giustamente da molti è il possesso del petrolio iracheno. L’Iraq è il secondo stato al mondo per riserve petrolifere, e c’è chi sostiene che nel suo territorio inesplorato possano esserci altri giacimenti pieni di petrolio.

Oggi l’esportazione irachena di questa importante fonte energe-tica è gestita dall’Onu che cura direttamente la gestione dell’embargo criminale che ha già fatto più di un milione di morti fra la popolazione. Il programma Oil For Food (cibo in cambio di petrolio) stabilisce le regole per la compravendita di petrolio iracheno in tutto il mondo. L’Iraq met-te a disposizione il suo petrolio e viene pagato attraverso una cassa di conti correnti dove affluiscono i soldi delle maggiori multinazionali del petrolio che acquistano il petrolio iracheno e lo distribuisco-no un po’ in tutto il mondo. Anche negli Stati Uniti arriva petrolio iracheno che rappresenta il 7% del totale importato negli Usa.

Negli ultimi anni in Iraq sono state soprattutto le compagnie russe e francesi a investire sul petrolio iracheno. La russa Lukoil e la francese Total-Elf-Fina hanno stretto accordi con il regime di Saddam Hussein per lo sfruttamento dei pozzi in Iraq. Accordi e investimenti che, però, entreranno in vigore solo al termine dell’embargo. La decisione degli Usa di attaccare l’Iraq sconvolge completamente i piani e le aspettative di guadagno delle compagnie petrolifere di Mosca e Parigi. Non è difficile comprendere allora come proprio da questi paesi sia emersa chiaramente un’opposizione ad un attacco militare in Iraq. Non è escluso, però, che allo scoppio del conflitto sia Russia che Francia possano affiancarsi agli Usa nella campagna militare, per paura di perdere tutto e quindi per partecipare alla spartizione del petrolio iracheno. Tuttavia è evidente che se gli Stati Uniti riuscissero a rovesciare Saddam Hussein e ad instaurare un regime fantoccio filo americano gli interessi di Russia e Francia verrebbero comunque minacciati.

Per il dopo Saddam Hussein gli Stati Uniti stanno formando e lanciando una cricca di uomini pronta a svolgere questa funzione di burattino dell’imperialismo americano. Si preparano gli eredi della dinastia hascemita rovesciati dalla rivoluzione del’58 e si prepara l’entourage del Iraq National Congress: l’opposizione irachena in esilio guidata da Ahmed Chalabi.

Faisal Qaragholi, un ingegnere petrolifero che dirige l’ufficio londinese di questa organizzazione, ha dichiarato: “Rivedremo tutti gli accordi che l’Iraq ha firmato con le compagnie petrolifere estere”. A ribadire questo concetto è intervenuto in prima persona anche Chalabi che ha detto: “Le compagnie americane si aggiudicheranno una grossa fetta del nostro petrolio”.

Tuttavia tramutare questi sogni in realtà non sarà facilissimo. Apparentemente anche in Afghanistan con Karzai, gli Usa hanno piazzato un loro fantoccio al governo, e guarda caso anche Karzai era stato un uomo sensibile agli interessi dei petrolieri Usa (ex intermediario per diversi anni dell’Unocal, la stessa multinazionale americana che in questi mesi ha ripreso in mano la costruzione del famoso oleodotto che dovrebbe attraversare l’Afghanistan e che era in programma da diversi anni). Sappiamo bene però che il potere reale di Karzai è quasi inesistente, sia per le tensioni all’interno delle fazioni dell’Alleanza del Nord, sia per l’impopolarità che il leader afgano filo-americano ha fra le masse povere che hanno subito proprio dagli americani i pesanti bombardamenti nell’ultima guerra.

 

Quale alternativa per gli iracheni e le masse arabe?

 

Per noi comunisti è evidente che nel momento in cui il conflitto scoppierà, non saremo indifferenti sulla sorte della guerra. Ci schiereremo nettamente a fianco delle masse irachene che subiranno l’attacco imperialista. Questo vorrà dire appoggiare Saddam Hussein? Niente affatto. Saddam Hussein è un dittatore reazionario che da più di vent’anni schiaccia la popolazione irachena e sfrutta i lavoratori nelle fabbriche e nelle campagne. Il regime di Baghdad è stato responsabile della morte di milioni di persone nelle guerre condotte in Iran e in Kuwait.

È necessario che i soldati e le masse irachene resistano all’attacco americano, e contemporaneamente si pongano il problema di abbattere il regime di Saddam Hussein.

Per sostituirlo con cosa? La prima questione da porre è quella della gestione dell’economia e delle risorse necessarie per respingere militarmente l’esercito americano. Oggi le industrie e le campagne sono in mano ad una cricca di borghesi reazionari alleati con Saddam. Qualora l’attacco americano mettesse in pericolo la sopravvivenza del regime, questi proprietari potrebbe facilmente stringere un accordo con l’imperialismo. Le risorse di cui la popolazione avrebbe bisogno per la difesa armata dell’Iraq non verrebbero concesse e messe a disposizione da questi padroni. Per questo motivo i lavoratori iracheni devono rompere con la classe dominate e prendere in mano la produzione. Attraverso la nazionalizzazione dei settori chiave dell’economia irachena gli operai e i contadini devono prendere il controllo delle leve dell’economia. Esiste in Iraq la tradizione dei consigli rivoluzionari (in Russia chiamati Soviet e in Iran e in Iraq chiamati Shura). Nel ’91, durante la Guerra del Golfo, soprattutto nelle zone nel nord del paese nacquero questi organi di democrazia operaia che si ponevano il compito di difendere l’Iraq dall’attacco americano, di lottare per l’abbattimento del regime di Saddam e anche di costruire uno stato operaio socialista.

Questa esperienza oggi va ripresa con forza dalle masse sfruttate irachene perchè una guerra di resistenza può vincere solo se assume un carattere rivoluzionario, e gli iracheni non sono soli nella loro lotta.

L’opposizione del movimento operaio americano e internazionale può svolgere un grande ruolo nel fermare la guerra. Sconfiggere l’imperialismo con la rivoluzione socialista in Iraq capovolgerebbe la situazione a livello internazionale: una rivoluzione vincente si propagherebbe come un incendio in tutto il Medioriente e non solo, tutti i regimi reazionari arabi potrebbero cadere con facilità e la Federazione degli Stati Socialisti del Medioriente avrebbe serie possibilità di concretizzarsi.