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Per il partito di classe
(traccia per la commissione politica congressuale)

Nota:

Il comitato politico nazionale di Rifondazione comunista ha aperto il percorso congressuale che vedrà il prossimo passaggio il 24-25 settembre, quando il cpn si riunirà nuovamente per approvare documenti politici e regolamento congressuale.

I punti che seguono sono stati illustrati durante il comitato politico nazionale del 9-10 luglio e nella riunione della commissione politica incaricata di elaborare i documenti per l’VIII congresso del Prc.

In entrambe le riunioni è emersa la netta riconferma da parte del segretario Ferrero della linea seguita negli scorsi due anni, che è stata all’origine della nostra rottura con la segreteria eletta dopo il congresso di Chianciano e della nostra opposizione alle scelte fondamentali assunte dalla segreteria nazionale “unitaria” successivamente eletta, alla quale come è noto siamo l’unica area a non avere partecipato.

È quindi doveroso assumerci la responsabilità di avanzare una proposta complessiva al partito, e non solo semplici emendamenti parziali, che sostanzi i motivi della nostra opposizione e soprattutto che si cimenti con l’indicazione di una prospettiva.

I punti che seguono costituiscono solo una prima traccia sulla quale intendiamo lavorare per completarla con la collaborazione di tutti quei compagni e compagne che come noi sentono l’urgenza di costruire una proposta forte per il nostro partito, che rompa una volta per tutte con l’istituzionalismo e il moderatismo e che sappia fare scelte all’altezza di un conflitto sociale che si preannuncia sempre più aspro e con il nuovo precipitare della crisi economica e sociale.

Qualsiasi osservazione, proposta e contributo è benvenuto e può essere inviato ai compagni facenti parte della commissione congressuale, ai seguenti indirizzi

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In vista del comitato politico nazionale di settembre, che licenzierà i testi definitivi, è utile promuovere momenti di discussione e approfondimento sui temi qui indicati.

1. A partire dal 2008 si è aperta una voragine nella rappresentanza e nell’espressione organizzata dei lavoratori nel nostro paese. La scomparsa della sinistra dal parlamento per la prima volta dal 1892 è stata solo la manifestazione più evidente di questo vuoto, che in realtà si era già espresso nei due anni di governo Prodi con la completa incapacità di affermare gli interessi di classe all’interno di una coalizione dominata da politiche confindustriali sul piano interno e filo-atlantiche sul piano internazionale.

Tuttavia non è scomparsa né la militanza di sinistra, né tantomeno il conflitto sociale che al contrario ha visto punti alti. Neppure il Prc è scomparso, a dispetto delle scissioni e dell’abbandono di una parte della propria militanza ha mantenuto un patrimonio di forza organizzata. In quale direzione investire questo prezioso e unico patrimonio del nostro partito è il tema di questo congresso

2. A dispetto delle decisioni assunte nel documento conclusivo del Congresso di Chianciano (alternatività strategica al Pd, ricostruzione del partito “in basso a sinistra”, immersione nel conflitto sociale), la discussione del gruppo dirigente è stata completamente dominata da un solo punto: come garantire al Prc una rappresentanza istituzionale che permettesse di “rientrare nei giochi”. Tutte le scelte e discussioni fondamentali sono state condizionate da questo solo punto. Rompere questa gabbia è il primo compito del dibattito congressuale.

3. L’accordo del 28 giugno con la capitolazione della maggioranza Cgil al modello Marchionne rappresenta un punto di svolta paragonabile agli accordi del luglio ’92-’93 e pone l’urgenza di una battaglia a tutto campo per riconquistare il diritto ai contratti nazionali, la democrazia nei luoghi di lavoro e nel sindacato, il diritto di sciopero e la stessa esistenza di un sindacato espressione dei lavoratori. Non si tratta di manifestare solo la propria opposizione, ma di aggregare le forze capaci di far saltare questo patto scellerato.

Non è a caso che proprio oggi si giunga a questa firma: la ripresa delle mobilitazioni operaie, da Pomigliano a Fincantieri, l’avvio da parte della Fiom della battaglia per la riconquista del contratto nazionale di categoria, la crisi del governo dopo le sconfitte elettorali e referendarie, la ripresa dei movimenti come si è vista in Val Susa, creano una spinta alla “unione sacra” per soffocare ogni elemento conflittuale e imporre i sacrifici economici gestiti dall’Unione europea e imposti dalla crisi.

4. La crisi del berlusconismo può sfociare in coalizioni di unità nazionale o in un nuovo centrosinistra. A prescindere dalle geometrie parlamentari, deve essere chiaro che qualsiasi coalizione di governo non potrà che applicare la medesima politica di tagli, austerità, demolizione dei diritti che in tutta Europa tanto i governi di destra come quelli di centrosinistra portano avanti in maniera omogenea.

Non c’è, né ci può essere alcuno spazio di collaborazione con queste coalizioni che come dimostrano già oggi gli esempi di Milano, Trieste, Cagliari, non possono che escludere qualsiasi tentativo di condizionamento di sinistra, neppure il più pallido e velleitario. Proposte quali le “primarie di programma” non sarebbero altro che la foglia di fico per nascondere questa realtà. Il programma non lo dettano le primarie, bensì la Bce, Confindustria, i “mercati”. Un centrosinistra più o meno rinnovato nelle forme si propone una volta di più come unico possibile garante degli interessi padronali e del “risanamento” del capitalismo italiano, come già fu negli anni ’90: questa è la sintesi dell’attuale quadro politico. Cade anche ogni pretesa di Sel di poter plasmare una identità di sinistra per il centrosinistra, come dimostra il suo assordante silenzio sull’accordo del 28 giugno.

5. Il livello di coscienza e combattività crescenti dimostrato in tante mobilitazioni degli ultimi anni non trova quindi riferimenti credibili in alcuna forza politica nella sinistra italiana. Il partito di Pomigliano, il partito di Fincantieri oggi non esiste; le lotte sono più avanti delle organizzazioni: questa è la nuda realtà. Non a caso la Fiom si è trovata a svolgere un ruolo di riferimento politico al di là della semplice battaglia sindacale, come manifestato chiaramente nella piazza del 16 ottobre e nello sciopero del 28 gennaio.

Tale questione è dominante nella coscienza di tutti i settori più avanzati del movimento. Quale sindacato, quale partito, quale programma possono esprimere in forma compiuta le istanze che si sono manifestate negli scioperi e nelle piazze?

Non si tratta di dare la “sponda politica” a questo o quel pezzo di apparato sindacale privo di “copertura politica”: il partito del lavoro di cofferatiana memoria non è una risposta, né lo sono le coalizioni d’occasione che il gruppo dirigente della Fiom ha costruito con Sel o con l’area dei centri sociali “disobbedienti”, incapaci di essere autentica leva per la costruzione del conflitto.

Noi dobbiamo essere la parte militante che lotta coerentemente contro queste espressioni moderate e che al problema della “rappresentanza del lavoro” risponde che essa può essere costruita solo in base a un autentico protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici e alla irriducibilità dei loro interessi alle compatibilità di un sistema in crisi.

6. La crisi ha generato una vasta critica al sistema economico, alle scelte prevalenti negli ultimi trent’anni, ai dogmi del liberismo. Ad oggi, tuttavia, nessuna tendenza della sinistra ha espresso una chiara posizione antitistema. L’intervento statale realizzato nella forma dei giganteschi salvataggi del sistema finanziario si riduce a una semplice socializzazione delle perdite. Il neoliberismo è stato in minima parte abbandonato nei suoi orpelli propagandistici, ma non nelle sue basi sociali (prevalenza del capitale finanziario, deregolamentazione totale, aggressione alle economie dipendenti, ecc.). Questa realtà mostra l’inconsistenza delle posizioni che sognano un rilancio keynesiano fuori tempo massimo, impossibile tanto negli Usa come in Europa innanzitutto per l’enorme peso dei debiti pubblici. Non a caso in questi anni le uniche nazionalizzazioni che hanno assunto un carattere progressivo, sia pure con limiti e contraddizioni, si sono date in quei paesi latinoamericani investiti da processi rivoluzionari quali Bolivia e Venezuela.

Differente è la posizione di quei settori di movimento che hanno abbracciato la posizione dei “beni comuni”, ossia l’idea che si possa immaginare la costruzione di un settore della produzione e dello scambio né pubblico né privato, ma “oltre” queste forme. Si tratta di una posizione radicale nella critica ma inconsistente nella proposta, ovvero nell’illusione che si possa semplicemente “aggirare”, “ignorare” o “disperdere” il potere della classe dominante, tanto quello economico quanto quello politico e statale. A questa si legano le proposte sul reddito sociale nella loro forma “non lavorista”, ossia slegate dalla prospettiva del conflitto di classe. Sono posizioni destinate ad esprimere una dinamica centrifuga nella misura in cui una parte può essere inglobata in logiche di ristrutturazione del sistema (una su tutte, quella della sussidiarietà), mentre un’altra graviterà attorno al movimento operaio nella misura in cui questo sia capace di esprimere con la propria azione una effettiva egemonia nello scontro sociale.

7. La crisi che ha investito il movimento operaio deve trovare una risposta teorica e un percorso di costruzione credibile. Se oggi non possiamo essere “il” partito della classe operaia e di tutti gli sfruttati, possiamo e dobbiamo assumere questa prospettiva che ci ponga nell’onda montante del conflitto, nel quale si manifestano forze di molto superiori a quelle ad oggi organizzate nel Prc che possono essere mobilitate attorno alla costruzione del partito di classe. Al di fuori del nostro partito, queste forze esistono oggi: nella Fiom; nella sinistra Cgil; in un settore dei sindacati di base; in un settore delle scissioni di sinistra del Prc; in ampi settori giovanili e non solo che, come mostrano gli esempi di Grecia e Spagna, possono rapidamente radicalizzarsi ed entrare in campo a fianco del movimento operaio.

Il punto non è fare una sommatoria, ma indicare il conflitto di classe come centrale per l’aggregazione di queste forze. Non è in discussione che la classe operaia debba essere in grado di stabilire alleanze e fronti di lotta con altri settori sociali e movimenti, la questione dirimente è chi eserciterà la funzione centrale e dirigente in tale fronte. Il 16 ottobre 2010 ha mostrato almeno potenzialmente come attorno al conflitto operaio si possa costituire un fronte estremamente vasto, capace di rompere gli equilibri del bipolarismo di liberarsi della tutela del Pd innanzitutto sul piano ideologico e programmatico. È quello il modello da perseguire. È plateale come la Federazione della sinistra non risponda ad alcuna di queste necessità.

8. Nessuna delle proposte fin qui avanzate dal gruppo dirigente di maggioranza ha avuto alcun esito. Non la Federazione della sinistra; non le variegate proposte di unità a sinistra (con Sel, con l’Idv, ecc.), né il cosiddetto “fronte democratico” in funzione anti berlusconiana. Da oltre due anni il Prc viene impantanato in una discussione su proposte non solo scorrette, ma persino irrealistiche e del tutto prive di contatto con la realtà. La proposta di gruppi unitari Fds-Sel-Idv è stata avanzata proprio mentre Di Pietro abbandonava il suo demagogico antiberlusconismo militante dichiarando l’Idv forza centrista e “ragionevole”.

Un probabile cambiamento della legge elettorale peraltro renderebbe superfluo il contributo del Prc anche da un punto di vista strettamente elettorale. Pertanto tale strategia pone in grave rischio il Prc, preparando le condizioni per una svolta obbligata dell’ultima ora (dalla richiesta di coalizione all’obbligo di corsa elettorale solitaria) che a quel punto non potrebbe che avere esiti negativi. La nostra alternatività al Pd non può emergere in modo subalterno, come risultato di una esclusione dettata da scelte altrui, ma è una precondizione essenziale per impedire di ripetere le disastrose esperienze del passato.

In assenza di ciò, si genera il rischio che la spinta al cambiamento venga incanalata in movimenti di carattere populistico che, pur assumendo in parte fraseologie di sinistra, si caratterizzano in primo luogo per l’affidamento a leaders carismatici e per una logica in ultima analisi interclassista, come dimostrano il caso Napoli o il movimento di Grillo. Si tratta di un terreno di lotta per l’egemonia nel quale è forte il rischio di scivolare in una logica subalterna e “codista”, e dove dobbiamo tenere la barra inflessibilmente puntata sul principio dell’organizzazione e dell’azione indipendente dei lavoratori e del nostro partito.

9. Il congresso deve avviare un processo di revisione delle scelte operate a partire dal lancio della Fds dopo le Europee del 2009. La Fds può funzionare in funzione di fronte elettorale laddove si costruiscano le necessarie convergenze sulle scelte politiche di fondo, a partire dalla questione delle alleanze. Gli organismi “dirigenti” devono essere trasformati in sedi pubbliche di discussione e consultazione su questi punti; deve essere sciolto il rapporto con Lavoro e Società, obiettivamente incompatibile con la urgente necessità di collocare i lavoratori e i militanti sindacali iscritti al nostro partito su una chiara posizione di critica e opposizione al percorso assunto dalla maggioranza del gruppo dirigente Cgil.

Sulla crisi del progetto della Fds tenta di agire l’ennesima proposta di “unità comunista” che al prezzo di una nuova – ridotta – scissione dal nostro partito propone l’unificazione nel Pdci. Tale proposta va respinta innanzitutto per il suo completo distacco precisamente dal conflitto di classe: alla concezione marxista della lotta di classe come motore della storia essa sostituisce la concezione burocratica degli apparati (a partire dagli apparati di Stati più o meno “guida”) come terreno per rovesciare i rapporti sociali dominanti, e alla analisi marxista sostituisce la riproposizione caricaturale di una fraseologia tardo stalinista.

10. Il pericolo di liquidazione o scomparsa del Prc, che fu al centro dello scontro congressuale di Chianciano, è tutt’altro che sconfitto. Esso può essere definitivamente superato solo se sapremo finalmente voltare pagina mettendo la nostra militanza al servizio della prospettiva di costruzione di quel partito di classe più che mai necessario se vogliamo essere all’altezza della sfida lanciata da un sistema sempre più imbarbarito dalla crisi. I movimenti rivoluzionari nel mondo arabo così come gli avvenimenti in Grecia e il risveglio dei movimenti di massa in Spagna e Gran Bretagna indicano come la questione della uscita rivoluzionaria da questo sistema non sia più cosa confinata in lontane aree del pianeta, ma si avvicini rapidamente anche a questa parte del mondo. È questa la base sulla quale dobbiamo fondare la nostra prospettiva nei prossimi anni; al di fuori di ciò vi può essere solo la subordinazione e la sconfitta delle speranze di cambiamento che anche nel nostro paese si manifestano con sempre maggiore forza e radicalità.

Claudio Bellotti, Alessandro Giardiello, Andrea Davolo, Lidia Luzzaro, Mario Iavazzi, Sonia Previato, Jacopo Renda, Dario Salvetti, Antonio Santorelli

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