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“Per il partito di classe” – 1 aprile 2012

È positivo che abbiamo rinviato di qualche settimana questa assemblea: oggi discutiamo in un quadro in movimento che ci permette di fare non solo ipotesi, ma anche di tracciare una linea di intervento.

 

Abbiamo pensato questa assemblea innanzitutto come un momento di dibattito politico approfondito, la cosa di cui si sente più carenza oggi nel partito e non solo. Dobbiamo rifuggire dal modello per cui discutere del nostro orientamento significa spiare ansiosamente se questo o quel dirigente del Pd o di Sel ha fatto una dichiarazione per spostarsi di un millimetro a destra o a sinistra, e concentrarci invece sui fattori fondamentali che disegnano il campo in cui dobbiamo condurre la nostra battaglia.

Il punto centrale è quello di sempre: come si esprime la classe, come la situazione obiettiva, la crisi, il cambiamento epocale che stiamo vivendo influenzano il modo di pensare di milioni di lavoratori, la loro concezione del loro stesso ruolo nella società e soprattutto il conflitto che esprimono, le forme che questo assume, il rapporto con le diverse organizzazioni sindacali e politiche.

Quando nel 2008 è esplosa la crisi è stato uno shock per la gran maggioranza della popolazione. Dobbiamo essere consapevoli che la coscienza tende ad essere sempre in ritardo sugli avvenimenti, le persone e anche le classi si basano sulla loro esperienza passata e tendono ad aggrapparsi a ciò che già conoscono. Questo conservatorismo naturale si concentra in particolare nelle organizzazioni, negli apparati, nei gruppi dirigenti e nelle burocrazie. Ma questo è solo un lato della medaglia: quando la contraddizione tra la realtà oggettiva, tra le necessità sempre più urgenti, e questa arretratezza politica si fa intollerabile, si producono le esplosioni sociali, i grandi movimenti e anche le crisi rivoluzionarie.

Dopo quattro anni possiamo dire che molte cose sono cambiate. Da un punto di vista economico la crisi non è affatto superata. Il sistema a livello mondiale continua ad essere gravato da una enorme sovrapproduzione potenziale, che si esprime nel basso utilizzo della capacità produttiva, nella massa di debiti che non verranno pagati, nelle ristrutturazioni e chiusure di impianti. Oggi l’Europa è il punto di maggiore crisi, ma non è l’unico. La crescita negli Usa rimane bassa e l’area asiatica, a partire dalla Cina, vede prospettive sempre più incerte; ricordiamo che la crescita delle zone di nuova industrializzazione è stata per oltre vent’anni uno degli elementi decisivi nel sostenere la crescita a livello mondiale, sostenendo il saggio di profitto che nei paesi capitalisti più avanzati era in declino dagli anni ’60 e ’70.

L'intervento iniziale di Claudio Bellotti

L’euro ha confermato quanto dicevamo anni fa, ossia che non sarebbe stato un fattore di stabilizzazione ma al contrario con il tentativo di ingabbiare economie diverse all’interno della moneta unica si sarebbero create delle contraddizioni intollerabili, e così è stato. Non c’è soluzione per la crisi dell’euro se non in una regressione sociale paurosa che desertifica le economie più deboli con tutte le conseguenze che ne derivano. Né d’altra parte è possibile il semplice ritorno indietro alle valute nazionali


L’Unione Banche Svizzere fornisce una stima approssimativa del costo per un paese debole come la Grecia che scegliessse di lasciare l’euro. Si presuppone che qualsiasi paese che lasci l’euro veda calare la sua moneta di circa il 60 per cento contro il restante blocco dell’euro. Un sommovimento del genere non si può paragonare ai piccoli aggiustamenti del meccanismo di cambio negli anni 1980 o all’inizio degli anni 1990. Il parallelo più appropriato è probabilmente l’implosione economica dell’Argentina un decennio fa.


Il forte default sia del debito sovrano che delle imprese genererebbe un aumento del premio per il rischio per il costo del capitale, pur presupponendo che il sistema bancario nazionale sarebbe in qualche modo in grado di fornire capitale. Con una stima molto cauta, questo comporterebbe un aumento del 7% del premio a rischio. Se il sistema bancario è completamente paralizzato (di nuovo, l’Argentina fornisce qualche precedente, così come il sistema bancario degli Stati Uniti durante il crollo dell’unione monetaria degli Stati Uniti nel 1932-33), allora l’aumento di fatto del costo del capitale è infinito. Nel caso estremo di paralisi della finanza, non c’è capitale disponibile a nessun prezzo.” (Global Economic Perspectives, 6 settembre 2011)


La banca svizzera inoltre assume un calo del volume degli scambi del 50 per cento, e l’adozione di tariffe protezionistiche a compensare il deprezzamento della moneta dello stato che secede. Si assumono anche le perdite alle banche di circa il 60 per cento (“Ovviamente, stiamo anche tenendo in conto una corsa agli sportelli prima che avvenga la secessione”).


“Considerando tutti questi fattori, un paese che secede dovrebbe aspettarsi un costo tra i 9.500 e gli 11.500 euro a persona e dopo si potrebbe avere un costo di circa 3.000-4.000 euro a persona per ogni anno successivo.”


E la banca aggiunge: “Queste sono stime prudenti. Le conseguenze economiche del caos sociale, del crollo del paese che esce, ecc. non sono incluse in questi costi


Stephane Deo di UBS scrive: “Se un paese è arrivato sino a ripensare l’introduzione dell’euro, è almeno plausibile che forze centrifughe tenderanno di farlo a pezzi... le rotture delle unioni monetarie finiscono quasi sempre accompagnate dal caos sociale o la guerra civile”.


Da un punto di vista capitalistico la via d’uscita da ogni grande crisi è obbligata: distruzione del capitale in eccesso, ricerca di nuovi mercati. Solo che oggi i mercati sono saturi, le famiglie e le aziende sono cariche di debiti, il reddito reale cala in termini assoluti, gli Stati non solo non possono spendere ma al contrario faticano a fare fronte ai loro debiti. E d’altra parte le pesanti ristrutturazioni fatte fin qui non sono affatto sufficienti a rilanciare la crescita.

Il Fondo monetario internazionale nel suo rapporto finanziario di settembre sintetizzava così la situazione: le soluzioni economicamente necessarie sono sempre più lontane dalle soluzioni politiche sostenibili; un modo elegante per dire che di carote non ce ne sono più, resta solo il bastone.

Per questo fanno sorridere tutti quegli economisti di sinistra che continuano a ripetere che bisogna tornare alle politiche keynesiane. Intanto perché una forma distorta di keynesismo non è mai morta. Le spese militari, l’esplosione dell’indebitamento degli Stati, il denaro facile sono stati fenomeni che hanno attraversato le politiche economiche, a partire da quelle degli Usa, negli anni ’80, ’90 e 2000. Ancora più oggi le banche centrali e gli Stati intervengono eccome, su scala mai vista. Ma soprattutto perché la logica di queste proposte è quella di chi cerca una stabilizzazione del sistema. Si sogna l’impossibile.

La manifestazione di ieri ha visto una presenza positiva, che è stato un punto importante per aprire un serio dibattito a sinistra su quali siano le risposte da mettere in campo contro la crisi. Noi dobbiamo respingere quelle impostazioni illusorie che cercano di trovare la pietra filosofale, la singola proposta che ci fa uscire da questo stallo. Non pagare il debito è una parola d’ordine radicale, ma di per se non risolutiva. Anche la Grecia non restituirà 100 miliardi dei suoi debiti, ma questo non la salva dal rischio di fallimento e soprattutto non salva il popolo greco dal massacro sociale.

Per molti, anche nel movimento che ha dato vita alla manifestazione, il concetto del diritto all’insolvenza è considerato come pienamente compatibile con un’idea di capitalismo “sano”, “produttivo”, più equo e democratico, ecc. Ecco, per tutti costoro il problema finisce dove invece per noi inizia: il rifiuto delle politiche di austerità ha senso se è inserito all’interno di una prospettiva di trasformazione sociale o, per chiamarla col nome più appropriato, una prospettiva rivoluzionaria. Non fa parte dei nostri compiti indicare alla classe dominante (che conosce già benissimo il suo mestiere) come creare una situazione sostenibile e compatibile; il nostro compito è precisamente lavorare affinché nel movimento operaio si diffonda sempre più la consapevolezza che le compatibilità del sistema vanno rotte se non si vuole finire macinati.


Tornando al problema della coscienza, dobbiamo identificare un cambiamento in corso; se due o tre anni fa prevaleva la paura e il disorientamento, oggi c’è un atteggiamento diverso. Si è capito che questa crisi non è un fenomeno passeggero, un temporale che prima o poi finisce; si è capito che il capitalismo pretende una regressione sociale permanente e su vasta scala, che non c’è più niente di “sacro”, che tutto può essere messo in discussione. I lavoratori iniziano a prendere le misure di questa nuova situazione, anche sul piano politico.

In una serie di paesi europei vediamo una ripresa elettorale e di consenso delle forze della sinistra alternativa. Citando solo gli ultimi risultati, abbiamo il voto di Izquierda Unida prima nelle elezioni politiche (dove i socialisti sono crollati) e ora in Asturie e Andalusia. I sondaggi segnalano una forte crescita del Pcf (inserito nel Fronte de Gauche) e del Kke e di Syriza nelle imminenti elezioni francesi e greche. In altre parole anche sul piano elettorale, dove in genere i cambiamenti si registrano in modo tardivo e particolarmente distorto, si inizia a vedere l’effetto politico della crisi e delle mobilitazioni che hanno attaversato molti paesi: Grecia innanzitutto, ma anche Francia, Spagna, Gran Bretagna, Portogallo, Usa… Laddove i partiti socialisti sono stati corresponsabili delle politiche di austerità vengono severamente puniti, anche se questo non significa che spariranno da soli, il voto in Andalusia dimostra che i lavoratori capiscono di dovere far argine contro il governo di destra, di questo ha beneficiato Iu ma anche il Psoe ha immeritatamente raccolto parte di questo sentimento.

Questa è anche la risposta a tutti quelli che continuano a piangere dicendo che siamo alla vigilia del fascismo, della reazione, della catastrofe. Ce ne sono tanti anche nel Prc, li conosciamo tutto. Ora questi stessi personaggi tentano di rinfrancarsi un po’ e dicono “beh, in fondo se in Francia o in Spagna la sinistra avanza magari un briciolo di speranza c’è anche per noi…”. Questo è il problema: hanno la testa piena solo di schede elettorali.

La speranza per la sinistra noi l’abbiamo sempre identificata nel conflitto di classe, nel fatto che la crisi avrebbe inevitabilmente posto prima o poi la necessità di mobilitazioni più forti e profonde, come oggi inziamo a vedere. Sicuramente questo può portare a una crescita elettorale delle forze di sinistra, ma la domanda è “cosa si farà di questo consenso?” In tempi come questi, con una polarizzazione che si approfondisce sempre di più, chi non saprà fare scelte chiare e coerenti potrà anche raccogliere dei voti, ma rischia poi di rimanere schiacciato dalla sua incapacità di avanzare una proposta credibile. La prospettiva che proponiamo: questo è il punto fondamentale e inaggirabile. Una maggior forza significa una maggiore responsabilità e questo vale anche per noi.


Dobbiamo anche tornare sulla nostra analisi del governo Monti, non parlo qui della sua natura di classe che è penso chiara a tutti in questa sala (e sempre più anche fuori di qui). Il tratto distintivo di questo governo, del suo metodo di azione, è che rompe ogni simulacro di mediazione sociale. Per questo governo è tanto importante l’obiettivo quanto il metodo con il quale raggiungerlo. Per sintetizzarlo potremmo definirlo il trasferimento sul piano politico del metodo Marchionne.

La conseguenza più rilevante è che il conflitto sindacale cambia coordinate. Non ci sono più zone franche, non ci sono più diritti riconosciuti. La borghesia ha deciso di strappare il velo della concertazione e mette a nudo tutta la debolezza dei gruppi dirigenti sindacali. Da due anni è una continua escalation: prima Pomigliano, poi tutto il gruppo Fiat, poi l’indotto, poi Federmeccanica… Contratti, leggi, diritti sindacali conquistati decenni fa: tutto può essere cancellato con un tratto di penna. Il governo segue e col decreto liberalizzazioni si disfa del contratto di lavoro nei trasporti. E quando i dirigenti sindacali protestano la risposta è sempre la stessa: per noi non contate nulla, se siete così imprescindibile, dimostratelo! E quelli cadono in depressione.

Con l’articolo 18 il governo ha messo due dita negli occhi alla Camusso (e uno anche a Bersani), in realtà le distanze sul merito non erano certo così abissali, tutti si dichiarano disponibili a discutere forme di arbitrato e di monetizzazione. Solo che hanno scelto di umiliare la Cgil e hanno provocato una rottura che non sarà facile ricomporre. Dobbiamo essere consapevoli del clima in cui cade questo conflitto. Da un lato c’è una grande rabbia e, come detto in precedenza, una consapevolezza crescente che bisogna fare qualcosa, che non basta aspettare che passi la nottata. Tuttavia sul piano strettamente sindacale la mobilitazione incontra ostacoli significativi, i lavoratori vogliono sapere per cosa gli si chiede di scioperare e di mettere a rischio salario e magari anche il posto di lavoro; le lotte dimostrative, il conflitto mimato non convincono più. Ci si chiede innanzitutto se ci si può fidare di chi dirige, se c’è una prospettiva non tanto di vittoria certa, ma soprattutto di non essere abbandonati per l’ennesima volta in mezzo al guado.

Su questo dobbiamo essere chiari: noi sosteniamo lo sciopero generale annunciato dalla Cgil come a maggior ragione abbiamo sostenuto quello della Fiom del 9 marzo, ma il nostro messaggio deve essere molto netto: si lotta per salvare l’articolo 18, non per salvare Bersani. Uno sciopero generale può assumere un carattere dirompente se cresce un’onda di conflitto diffuso nelle prossime settimane, per la quale esiste una chiara disponibilità come abbiamo visto negli scioperi convocati dalla Fiom, a partire da quello di Genova, ma non solo.

Un compagno da Modena pochi giorni fa ci ha inviato una mail con un breve resoconto dello sciopero provinciale dei metalmeccanici, la leggo perché penso sia significativa.


"Grande manifestazione della FIOM in difesa dell’Articolo 18

Quando la settimana scorsa la segreteria Fiom di Modena ha proposto all’attivo dei delegati di chiamare a raccolta tutti i lavoratori metalmeccanici di Modena e provincia per 4 ore di sciopero e per un’azione eclatante per la settimana successiva (oggi 29 marzo) che desse visibilita’ alla lotta in difesa dell’Articolo 18, probabilmente non immaginava neanche lontanamente il successo che avrebbe avuto.

Migliaia di lavoratori si sono riversati nel punto d’incontro bloccando la principale strada di accesso a Modena e successivamente la tangenziale bloccando completamente la citta’ per alcune ore. La dimostrazione che quando i lavoratori vengono chiamati per iniziative importanti che non siano solo sfilate per il centro citta’ era davanti agli occhi di tutti, nel lungo serpentone di lavoratori in manifestazione diretti verso il casello autostradale della principale arteria che collega il nord al sud, l’Autostrada Bologna-Milano.

Qui, e’ iniziato il comizio del segretario provinciale della Cgil e di quello della Fiom. Ma ai lavoratori non bastava. La volonta’ di occupare l’autostrada era palpabile e i lavoratori chiedevano a gran voce di oltrepassare il casello con lo slogan di “Occupare”. Il servizio d’ordine non ha retto la pressione e una marea di bandiere rosse si e’ riversata sull’Autostrada bloccandola per una mezz’ora.

Al ritorno ai pullman e automobili, un ulteriore corteo spontaneo ha nuovamente bloccato la via principali della citta’, mettendo in crisi il traffico e la polizia, assolutamente non preparata a una cosa del genere.

I lavoratori ci sono e sono disposti alla lotta, adesso sta alle direzioni sindacali sottrarsi alle estenuanti e inutili tentativi e portare la lotta fino in fondo.

Giu’ le mani dall’Articolo 18!!!"


Tutto questo disegna uno quadro di straordinario interesse e potenzialità per il nostro intervento operaio, se sappiamo interpretare correttamente le linee di fondo, che a mio parere sono

- una burocrazia sindacale in forte difficoltà, che ha perso molta autorità fra i lavoratori e al tempo stesso non trova più le sponde che vorrebbe nel governo e nel padronato;

- una forte richiesta di responsabilizzazione da parte dei lavoratori, che vogliono organizzazioni, dirigenti, quadri che possano sentire come propri, come affidabili e disponibili a verifica sottoporre ogni scelta e ogni proposta;

- una disponibilità a forme di lotta ad oltranza, che vediamo manifestarsi in molte vertenze che vedono presidi e occupazioni anche per mesi e mesi, con pratiche ormai diffuse di casse di resistenza, ecc, di fatto si sta creando o riscoprendo una “competenza operaia” nel gestire vertenze con questo carattere.

- infine segnalerei che proprio per il calo dell’autorità dei dirigenti sindacali esiste una maggiore disponibilità a dialogare con interlocutori che in passato non sarebbero stati presi in considerazione.

È un contesto di grande potenzialità perché ci offre un terreno certo difficile ma al tempo stesso molto fecondo per mettere alla prova i nostri compagni, le nostre idee, i metodi che proponiamo per organizzare il conflitto. Certo non si conquista autorità semplicemente gridando, facendo la gara a chi propone lo sciopero più duro o gridando tre volte al giorno che i dirigenti tradiscono. Faccio una parentesi su questo: se avessimo fatto questa assemblea 15 giorni fa avremmo detto che la Camusso si apprestava a firmare e che con ogni probabilità la partita si sarebbe chiusa entro marzo. Ora non è che è cambiato il mondo, conosciamo bene la inflessibile volontà di capitolare che anima le burocrazie; tuttavia al momento non abbiamo la firma ma la rottura e un possibile sciopero generale. Con questo intendo dire che in un quadro così instabile dobbiamo seguire gli avvenimenti giorno per giorno e soprattutto concentrarci sugli aspetti fondamentali, non giochiamo a ping pong con le burocrazie ma dialoghiamo incessantemente con i lavoratori, a partire dai più avanzati proponendo ad ogni passo una linea di azione coerente con la situazione data.

Dobbiamo anche assumerci un impegno specifico verso i nostri compagni impegnati nei luoghi di lavoro e nella battaglia sindacale, perché la pressione è continua come da decenni non si vedeva.

A pochi chilometri da qui è in corso una lotta che ci è molto cara, una lotta esemplare: mi riferisco agli operai delle cooperative che lavorano per un colosso della distribuzione come Esselunga. Da ottobre sono in lotta, 25 sono stati licenziati per essersi sindacalizzati nel Si.Cobas e avere organizzato lo sciopero, c’è stato un presidio per oltre quattro mesi, sgomberato pochi giorni fa perché il sindaco di Pioltello essendo del Pd è appunto un democratico… Il giudice ha emesso una prima sentenza che ordina il reintetro per due dei licenziati, ma invece del rientro l’azienda li mette in cig e trovano la polizia schierata non per far rispettare la sentgenza, ma per tenerli fuori dal posto di lavoro!

Va aggiunto che questi lavoratori sono quasi tutti immigrati, la cancellazione dell’articolo 18 significa, grazie a una legge infame come la Bossi-Fini, che il padrone ha in mano non solo la minaccia di licenziamento ma ti mette anche a rischio il permesso di soggiorno.

Questa pressione senza precedenti da decenni è un dato diffuso nei luoghi di lavoro.

Dunque stiamo parlando di una svolta nella situazione sociale e politica e non a caso questa in qualche misura si riflette anche sul nostro partito, nel senso che offre ai militanti, ai circoli un terreno di intervento chiaro sul quale si possono attivare ed ottenere risultati anche con strumenti che di per sé non sono esattamente contundenti come una petizione per l’articolo 18.

Siamo dunque di fronte a un disgelo, l’ipnosi del governo Monti (che peraltro era un fenomeno superficiale, in particolare fra i lavoratori) si sta dissolvendo rapidamente. Però, vivaddio, bisogna anche metterci qualcosa se si vuole cogliere l’opportunità.

Dobbiamo registrare che se da un lato l’ambiente fra un settore della militanza del partito è migliorato, è più ottimista, il dibattito proposto dai gruppi dirigenti rimane confinato in un ambito estremamente ristretto. Si continua a giocare di rimessa e per giunta a giocare di rimessa solo sul piano elettorale.

Il fronte democratico apparentemente riposa in pace e lo lasciamo volentieri nella spazzatura. Peccato che al suo posto abbiamo il “mini fronte democratico” in sedicesimi, ossia la famosa alleanza tra Federazione della sinistra, Sel e Idv. Qualcuno telefoni a Vendola…

Un gioco di rimessa estremamente pericoloso, che lascia sempre il pallino in mano ad altri. In particolare dobbiamo avere un’attenzione rispetto a forme di populismo borghese o piccolo borghese che nelle specifiche condizioni italiane ha dimostrato di avere uno spazio. Abbiamo avuto i girotondi, abbiamo avuto il popolo viola, abbiamo avuto i grillini, ovviamente Di Pietro, anche Vendola ha cavalcato quest’onda, anche personaggi che non sono oggi leader politici ma che potrebbero provarci, figure alla Saviano per intenderci, e ora abbiamo i nuovi cavalieri senza macchia e senza paura, ossia i sindaci della “primavera” scorsa: Pisapia, De Magistris, e ora candidati come Doria e Orlando.

I compagni poi avranno modo di intervenire sulla situazione di queste realtà che hanno valenza nazionale. L’esperienza milanese credo abbia molto da insegnarci, l’elezione di Pisapia ha generato una vera e propria sbornia, in senso proprio e figurato. Ora dove siamo? Si aumenta di 50 per cento le tariffe del trasporto pubblico, si conferma l’impostazione del Pgt della Moratti, si introducono cooperative nei servizi pubblici, si vendono le azioni della Sea… l’anno prossimo devono trovare 400 milioni di euro per pareggiare il bilancio, è implicito che prima o poi dovranno iniziare a svendere i gioielli di famiglia, in particolare le azioni A2A. Ci sono vertenze di precari del Comune e di altri settori del pubblico impiego, come i rilevatori del censimento, che si moltiplicano, spesso coloro che le animano sono stati entusiasti sostenitori della campagna di Pisapia fin dalle primarie.

Questo ci insegna che una forza che vuole essere alternativa deve sapere in certe fasi resistere a un ambiente che pare irresistibile, con la comprensione che il processo oggettivo è più forte delle illusioni. Certo questo va fatto con metodo, dialogando e sviluppando una capacità di tessere relazioni anche in momenti dove apparentemente la corrente va in un’altra direzione, ma senza perdere di vista le questioni di fondo. altrimenti il partito diventa una macchietta, una presenza di colore più o meno bene accolta, ma senza una credibilità.

Al congresso del partito milanese, pochi mesi dopo le elezioni, il trionfalismo si era già spento e prevaleva il disorientamento. La compagna nostra capogruppo al Comune ha dichiarato davanti a 150 delegati che per reggere la pressione che le causa la contraddizione tra quello che pensava di fare e quello che poi è costretta a votare, va avanti a forza di psicofarmaci. Lo dico senza ironia, perché è una conferma clamorosa di quanto dicemmo alla maggioranza del partito al momento dell’elezione di Pisapia: attenti perché pensate di essere arrivati al “governo” e senza accorgervene vi ritroverete all’opposizione.

L’esperienza di Milano va quindi conosciuta, come quella di Napoli e altre. Ora si dice che a Palermo si replicherà quanto accaduto a Napoli. Intanto va detto che a Napoli il partito ha imbroccato un filotto di colpi di fortuna perché l’impostazione era completamente diversa. Ma soprattutto va capito che a Napoli si era frantumato un blocco di potere, obiettivamente De Magistris ha avuto uno spazio enorme creato dal terremoto che stava attraversando i riferimenti politici tradizionali della borghesia e del sistema di potere bassoliniano ormai decomposto. La composizone del consiglio comunale obiettivamente lo dimostra. A Palermo indubbiamente le cose non stanno così, sicuramente Orlando può raccogliere una popolarità di cui gode e un disgusto di un settore di sinistra verso il Pd e soprattutto la parte che ha prevalso, alleata anche del governatore Lombardo, ma non mi pare che si presenti una situazione di un blocco di potere in crisi o tantomeno in disfacimento.

Ma il punto fondamentele non è solo l’impatto elettorale di un candidato o di una coalizione; la borghesia, nei suoi vari settori, ha tutti gli strumenti per riorganizzarsi anche da uno sbandamento come quello di Napoli, sicuramente il campo di battaglia è diverso da Milano ma è chiaro lavorano a indebolire e riassorbire la contraddizione rappresentata da De Magistris. Il sindaco accarezza l’idea di un movimento nazionale, la lista civica nazionale, organizza convegni, si tira coltellate sottobanco con Vendola perché di fatto tenta di raccogliere nel suo campo… e intanto si tira dietro pezzi del nostro partito, invece di fare noi battaglia di egemonia finisce che la fanno altri su di noi.

Ora i sindaci fanno fiumi di parole e dicono che il patto di stabilità interno deve essere rivisto, superato, derogato, ecc. Fanno convegni, piangono e poi tornano a casa: quando vedremo uno di questi sindaci che veramente fa un bilancio che rompe il patto, che veramente mobilita la cittadinanza, i lavoratori, le organizzazioni, allora ci crederemo. Per il momento la certezza è che Monti non sgancerà un centesimo.

Se il partito vuole seriamente risalire la china non può fare la minima concessione politica a queste forze: metodo, dialogo, pedagogia, tutto quello che si vuole, ma l’obiettivo deve essere chiaro e deve essere chiaro che se si permette a questo tipo di populismo di stabilizzare un insediamento elettorale nella classe lavoratrice poi saranno dolori.

Io credo però che questi fenomeni, che indubbiamente hanno uno spazio anche per la profonda crisi dei partiti della sinistra (oltre che per il ruolo del Pd), siano fenomeni transitori; quando la classe si esprime le cose diventano immediatamente molto più chiare.

Però, ripeto, il nostro contributo alla chiarezza dobbiamo darlo anche noi. Oggi si parla di legge elettorale. Ebbene, qual è il ragionamento che si propone nel gruppo dirigente? Ah, bene: se la legge è più proporzionale avremo il problema dello sbarramento e quindi dovremo porre l’accento sull’unità della sinistra; se la legge è più maggioritaria avremo il problema della coalizione e allora dovremo discutere sulle alleanze… Insomma il centro dell’universo rimane sempre la agognata presenza parlamentare, tutto ruota attorno a questo.

Su questo vogliamo essere chiari: noi pensiamo che essere rappresentati in parlamento sia un obiettivo importante per il partito, una tribuna importante. Su questo siamo anche disposti a discutere sui meccanismi elettorali. Qui però si parla di tutt’altro: si parla di alleanze politiche a geometria variabile in funzione della legge elettorale che si farà. Sottolineo: alleanze politiche, non tattiche elettorali più o meno accorte.

Su questa strada i pericoli sono enormi: in primo luogo e fondamentalmente per il profilo politico del partito e la sua coerenza, immaginiamoci una coalizione con Di Pietro in cui noi diciamo “no all’austerità” il giorno dopo che l’Idv ha votato con tutti gli altri l’inserimento del pareggio di bilancio nella costituzione; e questo è solo un esempio.

Ma anche sul piano tattico i pericoli sono enormi; perché sei sempre lì ad aspettare fino all’ultimo nel timore di potere essere scaricato; e soprattutto perché noi dobbiamo avere una posizione riconoscibile, se entriamo in parlamento i nostri interolocutori devono sapere cosa andiamo a fare, e se malauguratamente non ci riusciamo devono sapere chi e perché è rimasto fuori. Altrimenti saremo il partito dei trombati che mendica di volta in volta un carro a cui attaccarsi.

Peraltro già con queste amministrative si vede cosa vale la federazione della sinistra. A Genova il partito era esterno alle primarie mentre il “partito del lavoro” appoggiava Sassano (0,7 per cento); bello che si è stati fuori dalle primarie perché non c’era una base programmatica e il minuto dopo l’accordo con Doria di fatto era già concluso.

All’Aquila il Pdci ha appoggiato Cialente (Pd) mentre il partito ha dato “appoggio esterno” (novità assoluta!) al candidato di Sel, Festuccia. Però ho letto un articolo di una compagna della segreteria nazionale che dice che a Comacchio le primarie le ha vinte la Fds…


Abbiamo fatto un congresso sotto una parola d’ordine molto netta, “per il partito di classe”. Con questo abbiamo tentato di andare al nocciolo del problema. Credo che questi mesi abbiano confermato che abbiamo fatto bene, ossia che non abbiamo toccato un punto congiunturale, momentaneo. Dobbiamo elaborare e approfondire questo orientamento: noi non ci siamo mai concepiti come un’area che fa campagne elettorali nei congressi di partito e del parlamentarismo negli organismi dirigenti.

Cosa siamo, o meglio cosa vogliamo essere? Vogliamo essere il punto dove si lavora per sintetizzare al punto più alto le necessità molteplici e multiformi di esprimere l’alternativa di classe, che non può essere ridotta a uno solo dei suoi aspetti. Il movimento ha bisogno di sindacalisti combattivi e coerenti, ha bisogno di una battaglia politica a tutto tondo, ha bisogno di una battaglia anche ideologica e programmatica, ha bisogno di poter esprimere il punto di vista indipendente, di classe, irriducibile a tutte le mode e a tutti i fenomeni passeggeri di radicalismo più o meno variopinto. Noi non ci attribuiamo etichette, non proponiamo di costruire tutto questo in una provetta, non siamo di quelli che dicono “tutto è in macerie, andiamo da un’altra parte e costruiamo da zero”. No, noi dobbiamo essere coloro che forti di un orientamento chiaro sono in grado di portarlo in tutti gli ambiti dove si esprime il conflitto, anche quelli più complessi e difficili.

Lo facciamo in una fase storica critica; i gruppi dirigenti ereditati dal passato verranno messi sotto una pressione violenta, ci sarà una selezione durissima, vedremo smottamenti, cedimenti, abbandoni ma vedremo anche farsi avanti la nuova leva che dovrà farsi carico di affrontare la asprezza della nostra epoca. Una generazione che si è formata soprattutto negli anni ’60-’70 ha retto in gran parte le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra, e non per caso: perché sono i grandi movimenti e le grandi rotture che creano quei militanti e quei quadri che poi per lunghe fasi storiche costituiscono l’ossatura del movimento, al di là delle vicende delle singole organizzazioni.

Oggi si prepara una svolta simile, a tutti i livelli e in primo luogo nei luoghi di lavoro, ma che poi si rifletterà su tutti i fronti. Ci sarà chi si farà indietro e ci sarà chi dovrà fare un passo avanti, e anche più di uno. Il nostro posto è lì, se saremo capaci di immergerci fino in fondo in questo processo, di essserne carne e sangue, non solo il futuro della nostra battaglia è assicurato ma potremo concorrere in modo decisivo a dare al movimento operaio nel nostro paese una direzione all’altezza delle sue battaglie passate, della sua storia e soprattutto delle battaglie immani che dovrà affrontare nei prossimi anni.

 

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