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Necessaria una prospettiva comunista

Senza dubbio il Forum sociale europeo (Fse) che si è tenuto a Firenze fra il 6 e il 10 novembre scorso è stato un successo completo. Certamente un ringraziamento caloroso va anche a Berlusconi e alla Fallaci per il merito di aver convinto tanti indecisi a partecipare in massa al corteo del 9 novembre.

I tre giorni di dibattito precedenti il corteo hanno visto una partecipazione altissima. Nonostante per entrare nella Fortezza da Basso (sede del Forum) e per accedere a tutti i dibattiti organizzati dal Forum fosse necessario iscriversi, pagando, in base al reddito, un minimo di dieci euro, almeno 40mila persone, prevalentemente giovani, hanno sopportato code lunghe ed estenuanti pur di poter assistere a questo grande evento. Il carattere internazionale dell’iniziativa, il fatto che lì si riunivano giovani e organizzazioni da tutta Europa, ha creato una grande aspettativa e curiosità fra tanti.

In tutti i dibattiti ha prevalso la critica al liberismo, alla globalizzazione, il no alla guerra anche se patrocinata dall’Onu. L’aspetto che tuttavia colpiva maggiormente è stata la presenza di organizzazioni e posizioni politiche assolutamente diverse fra loro. Abbiamo visto la presenza dei sindacati confederali, di quelli extraconfederali, di Rifondazione, con tutte le sue anime, della Sinistra giovanile, una quantità di gruppi “rivoluzionari”, delle Acli, degli anarchici. Addirittura abbiamo visto uno stand con il seguente striscione appeso: “licenziamoci, facciamogli la bioconcorrenza” - per favore non chiedeteci chiarimenti -, oppure “un altro dio è possibile”. Insomma, una vera torre di Babele.

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La rete delle diversità

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Gli organizzatori del forum sostengono che questa è la forza del movimento, ovvero la capacità di mettere insieme tanti punti di vista diversi, anche in contrasto fra loro, uniti dal no alla guerra e al liberismo. E a giudicare dalla capacità di mobilitazione, parrebbe che questa tesi sia effettivamente vincente. Pensiamo che la realtà sia più complessa. Senza dubbio questo movimento ha dato voce alle aspirazioni di trasformazione radicale di tanti giovani in Italia e a livello internazionale, che contestano l’incapacità di questo sistema economico, dominato dalla ricerca del profitto, di garantire un futuro alle masse e al pianeta.

Ma non si può negare la sproporzione fra il coinvolgimento di massa nelle mobilitazioni a Genova nel 2001 e quest’anno a Firenze, con l’incapacità dei social forum di essere punto di riferimento per il conflitto sociale su tutti i temi che quotidianamente dimostrano la natura del cosiddetto liberismo (tagli ai posti di lavoro, precariato dilagante, attacchi allo stato sociale, alla scuola pubblica, ecc.). Anzi, a partire da Genova, tutti i social forum locali che sono nati sull’onda dell’entusiasmo di quella esperienza, sono entrati in una forte crisi. Le associazioni che compongono i social forum hanno promosso le iniziative sui loro “programmi concreti” (Tobin tax, commercio equo e solidale, consumo critico, difesa ambientale, ecc.), ma questa attività è risultata incapace di mantenere quell’alto livello di partecipazione che si era visto a Genova, anzi abbiamo assistito ad un vero e proprio svuotamento dei social forum. In realtà la diversità dei punti di vista lascia lo spazio libero ad una interpretazione moderata del significato “dell’altro mondo possibile”, la quale interpretazione minaccia sia la capacità di mobilitazione che l’incisività del movimento stesso.

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Il rapporto con la politica

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Nasce proprio da qui il desiderio fra tanti giovani a Firenze di confrontarsi, di capire cosa significa lottare per un altro mondo possibile, per dare continuità ad un movimento che non dovrebbe limitarsi a convocare le grandi iniziative, i grandi cortei, ma cercare di articolare il conflitto sociale nei luoghi di lavoro, di studio, nelle università, ecc.

Ma vediamo, su questo terreno, cosa emerge dal forum di Firenze. A partire da Porto Alegre si è intensificato l’interesse degli apparati delle socialdemocrazie e dei sindacati che si rendono conto di non poter più ignorare il movimento no global e di doverlo condizionare per orientarlo su linee moderate. Così vediamo Fassino che vuole accreditarsi come amico del movimento, come colui che ha interceduto presso il governo per garantire il buon esito della manifestazione. Il paternalismo di Fassino viene giustamente rispedito al mittente, ma non c’è solo Fassino. I dirigenti della Fiom, della Cgil (Epifani), della sinistra Ds, dei Popolari (Rosi Bindi) sono intervenuti nel forum sociale, in un giubilo di acclamazioni, hanno presentato le loro posizioni sulla guerra, sulla globalizzazione con l’obiettivo evidente di egemonizzarlo, di porsi come punto di riferimento. È evidente l’interesse della direzione sindacale di impedire ai tanti giovani nel movimento di approfondire la loro critica al capitalismo, di trarre la conclusione sulla necessità di aprire un conflitto con le stesse burocrazie sindacali che hanno avvallato la precarizzazione, i peggioramenti delle condizioni di lavoro, grazie all’accondiscendenza con il padronato e i governi di centrosinistra.

L’obiettivo di questi corteggiamenti è il seguente: di fronte alla richiesta pressante di cosa vuol dire un altro mondo possibile, la sinistra moderata propone la globalizzazione dal volto umano. Chi può guidare questo processo? Loro, un vasto arco di cosiddetti “riformisti” che di fronte al malcontento crescente verso Berlusconi punta a ricreare lo spirito dell’Ulivo di Prodi. Per questa ragione anche il movimento antiglobalizzazione, per le dimensioni che ha assunto, deve essere un pezzo che va conquistato a questo progetto.

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Il ruolo di Rifondazione Comunista

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Non c’è dubbio che il personaggio politico più amato, più applaudito a Firenze fosse Bertinotti. Ma Rifondazione Comunista invece di dare battaglia e denunciare le opzioni moderate che si insinuano nel movimento è tutta impegnata ad esaltare il ruolo intrinseco del movimento stesso, la sua autonomia, la sua capacità di andare avanti sempre e comunque, la sua necessità di non avere un riferimento politico. Parallelamente a questo ragionamento si avanza in termini sempre più stringenti l’idea della sinistra alternativa. Non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere. Indipendentemente dai desideri dei dirigenti del Prc, anche nel movimento antiglobalizzazione il vuoto non esiste. Se i comunisti non spiegano che l’unica alternativa realmente credibile ai mali della globalizzazione è la prospettiva comunista, ovvero un movimento di massa in cui la classe lavoratrice si impossessa delle leve di comando di questo mondo, del potere economico e politico, per poter gestire democraticamente le risorse di questo pianta nell’interesse dei popoli, per soddisfare i bisogni della maggioranza, altre idee “alternative” cresceranno nel movimento, ed è, come spiegato sopra, quanto sta avvenendo.

Ma Rifondazione ha sposato le tesi della diversità come valore, per cui ognuno dice quello che vuole e tutti insieme andiamo avanti. Ma avanti dove? I continui riferimenti alla formazione di una sinistra alternativa rischiano di essere fumosi obiettivi per giustificare un sostanziale immobilismo nel rispetto del movimento.

Due parole sui disobbedienti

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I giovani comunisti presenti nell’area dei disobbedienti hanno rilevato il rischio della deriva moderata del movimento antiglobalizzazione. All’ippodromo, dove erano alloggiati i disobbedienti, nella loro assemblea i dirigenti dell’area hanno rivendicato se stessi come i veri no global, quelli che attraverso la disobbedienza mettono veramente in discussione il sistema. Si sono dati appuntamento per il giorno dopo per un corteo nelle vie della città per mostrarsi alle masse, ...ma il corteo non c’è mai stato. Hanno ripiegato su una serie di atti eclatanti (Caterpillar, Siae, Omnitel), ma era evidente la crisi di chi ha vaneggiato sull’illegalità, sull’anticonformismo, sull’atto eclatante ed è vittima delle proprie idee. C’èra una bel cartello all’ippodromo: “vediamoci tutti a Christiania a dicembre, tanto hashish per tutti, poi c’è pure il summit dell’Unione europea, per fare anche politica”.

L’unico terreno per arginare la deriva moderata del movimento è avanzare la necessità di una prospettiva di trasformazione rivoluzionaria in senso socialista e articolare la battaglia contro la globalizzazione nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università.

Oggi la vicenda Fiat ci mostra esemplificativamente la crisi del capitalismo. Le famiglie padronali si arricchiscono come parassiti sulle nostre spalle, e quando un po’ di operai sono di troppo, dopo averli spremuti come limoni vengono buttati via.

Chi aspira ad un altro mondo possibile ha il dovere di battersi in prima fila con i lavoratori Fiat per l’occupazione degli stabilimenti, per il loro esproprio e per il controllo operaio sulla produzione. Se non vogliamo solo manifestare il nostro dissenso contro il capitalismo, dobbiamo recuperare le tradizioni rivoluzionarie del movimento operaio italiano e internazionale e avanzare il nostro modello di società; come dice lo slogan: “È ora, è ora, potere a chi lavora!”

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