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Cresce la rabbia della base

 

Il 32° congresso nazionale del Partito comunista francese (Pcf), dal 3 al 6 aprile, si è tenuto a quasi un anno dalle elezioni presidenziali e legislative in cui questo partito ha registrato il peggior risultato da sempre (3,4%). Per la prima volta nella sua storia il documento presentato dalla direzione nazionale ha ottenuto appena il 55% dei voti e solo il 30% degli iscritti ha votato. Da 15 anni la direzione del Pcf scarica le sue responsabilità sulla direzione altrettanto riformista del partito socialista: ormai questo meccanismo è rovinato e non chiude più gli occhi ai militanti comunisti. Due documenti che criticavano da sinistra la direzione uscente hanno raccolto il 45%, fatto pure questo inedito.

In 16 federazioni tra cui la terza per importanza, il Pas-de-Calais, la mozione della direzione è finita seconda o terza. Nel Val-de-Marne, seconda federazione, il testo della Buffet è primo per un voto ed ottiene solo il 43%. Questa situazione spingerà ancor più all’opposizione la gioventù comunista (JC). Per il gruppo dirigente raggruppato attorno a M.G. Buffet, rieletta segretaria, si tratta quindi di una vittoria di Pirro. L’autorità politica del gruppo dirigente del Pcf è al minimo storico.

 

Lo stato del partito

 

Durante la partecipazione ai due governi  Jospin (1997-2002), quando in Italia molti a sinistra cantavano le lodi della “sinistra plurale” francese,  la direzione del Pcf ha appoggiato la guerra imperialista in Serbia, privatizzazioni per 31 miliardi di euro e la precarizzazione del lavoro, ad esempio la legge Aubry sulle 35 ore senza parità di salario e con l’annualizzazione dell’orario di lavoro. Questa politica al servizio della borghesia ha accelerato la crisi del partito. Nel 1996 la direzione vantava ancora 275mila iscitti, nel 2001 si cadeva già a 138mila, scesi ulteriormente a 133mila. Questa tendenza si è invertita parzialmente nella Gioventù Comunista, che negli ultimi 12 mesi si è ricostituita in almeno 15 province ed a Parigi città, soprattutto grazie alle mobilitazioni di massa della primavera 2002 contro Le Pen. Le sconfitte elettorali, con la perdita di deputati e sindaci, hanno poi fatto precipitare la situazione finanziaria di un partito che dipende per il 90% delle entrate dagli eletti e dal finanziamento statale ai partiti, raccogliendo solo briciole con l’autofinanziamento.

La politica del Pcf, però, non è migliorata dopo la vittoria elettorale della destra. Il gruppo dirigente, oppositori compresi, ha sistematicamente capitolato davanti a Chirac, abbellito di volta in volta come “democratico” o “amante della pace”. Il Consiglio Nazionale del Pcf ha appoggiato all’unanimità l’appello al voto a Chirac per il secondo turno delle presidenziali. Recentemente, nello scontro diplomatico che ha opposto l’imperialismo franco-tedesco a quello nordamericano, l’intero seppur variopinto gruppo dirigente si è compattato dietro la politica ipocrita dell’imperialismo francese, mettendo al centro della propria politica le pressioni su Chirac per l’utilizzo del veto all’Onu.

 

La bagarre  al congresso

 

Molti commentatori borghesi, incoraggiati dal pianto della Buffet, hanno descritto l’assise nazionale coi colori del melodramma. Senza dubbio, il congresso è stato caotico ma ciò rivela la debolezza della direzione, lontana dal dibattito in sala, ed il burocratismo degli stessi dirigenti dell’opposizione, impegnati costantemente in trattative di corridoio per avere posti negli organismi dirigenti. Cosi, il putiferio si è scatenato quando si è decisa la composizione del Consiglio Nazionale (CN). La mozione del Pas-de-Calais aveva già ottenuto di aumentare da 2 a 3 i  propri membri nel Consiglio Nazionale e di avere un rappresentante nel Collegio Nazionale, un CN ristretto. Il resto dell’opposizione, insoddisfatta, presenta invece una lista alternativa. La lista viene poi ritirata quando la direzione aggiunge alla proposta ufficiale per il CN 11 nomi di dirigenti della mozione 3 Marchand-Dimicoli. Dopo aver assisitito a queste scene edificanti, alcuni delegati se ne sono addirittura andati a casa prima del voto finale.

 

Le “nuove” proposte della direzione

 

Nella mozione della maggioranza si incontra l’aggettivo nuovo od un suo sinonimo quasi ad ogni paragrafo. Si inizia affermando la necessità di criticare “l’antica concezione del comunismo”, senza definirne i contorni, per lanciare l’idea “originale” che bisogna puntare al “superamento del capitalismo” attraverso una “serie di rotture”. Questa impostazione tipicamente evoluzionista punta a negare la necessità della rivoluzione e dell’espropriazione della borghesia nel cammino verso il comunismo. Sono idee elaborate cento anni fa, quando la corrente della Seconda Internazionale guidata da Bernstein e la Società Fabiana inglese attaccarono frontalmente i principi fondamentali del marxismo difendendo l’idea di una transizione graduale dal capitalismo al socialismo. Continuando la lettura si potranno scoprire anche le misure “innovative” proposte: abbassamento “selettivo” del credito per le imprese che rispettano determinati criteri di utilità sociale e tassa patrimoniale. Tutto è ispirato ad un vago keynesismo in cui con una mano si alzano le tasse ai padroni e con l’altra gli si riduce il costo del denaro! In un altro paragrafo si parla di un “nuovo internazionalismo” che diventa nient’altro che la foglia di fico per rilanciare l’idea di una riforma dell’Onu, comune anche agli oppositori, mentre non se ne spiega la reale natura reazionaria di forum delle potenze imperialiste in grado di prendere decisioni solo su questioni secondarie.

 

Qual’è la natura politica dell’opposizione?

 

L’inizio di un processo di rottura con le idee del riformismo tra migliaia di militanti comunisti è la ragione profonda del successo delle due mozioni d’opposizione, poi riunificate, che hanno raccolto complessivamente quasi 18mila voti. La mozione 2 (Danglot) della federazione del Pas-de-Calais ha avuto il 24% mentre la 3 di Marchand il 21%. Nonostante l’utilizzo di una fraseologia pseudo-rivoluzionaria, il contenuto di questi due documenti politici è riformista. Non vi sono tra le due mozioni, entrambe di matrice neo-stalinista, differenze significative, eccezion fatta per i toni più accesi della 2. I capofila dell’opposizione sono dirigenti cresciuti all’ombra di Marchais, segretario del Pcf dal 1972 al 1994, relegati in secondo piano quando Robert Hue ha cercato di traghettare il Pcf verso la socialdemocrazia con la parola d’ordine della “mutazione”. Questi dirigenti cercano ora di presentarsi più a sinistra per recuperare terreno all’interno dell’apparato di partito approfittando dell’ampia critica verso la linea attuale.

Ma, quali sono le loro proposte alternative? Nella mozione 2 si propone la “nazionalizzazione delle imprese che delocalizzano all’estero”. Ci chiediamo quale sorte sarà invece riservata a quei “bravi” padroni francesi che invece continueranno a sfruttare e licenziare i loro operai in Francia. Inoltre, mentre il testo denuncia “gli intrighi dell’imperialismo francese”, l’opposizione all’Unione Europea è condotta “in difesa della Repubblica una ed indivisibile” e della “sovranità nazionale” e non in nome di un Europa Socialista e perché l’UE, per quanto non in buona salute, costituisce un blocco imperialista altrettanto reazionario che gli Stati Uniti. Le posizioni delle mozioni 2 e 3 trasudano quel nazionalismo connaturato allo stalinismo che è l’altra faccia della negazione delle idee del marxismo. Infatti, Danglot e Marchand, per quanto critici sulla collaborazione con Jospin, non hanno mai sviluppato una critica generale alla politica di collaborazione di classe tra partiti operai e borghesia, che anzi difendono sistematicamente dal fronte popolare del 1936 fino ai governi col Ps di Mitterand del ‘81-84. Quando poi la mozione 2 indica l’obiettivo di “una repubblica democratica e popolare” non è dato sapere chi deterrà il controllo dei mezzi di produzione: i lavoratori o la borghesia?

La forte tradizione stalinista del Pcf aiuterà questi dirigenti a restare in sella ancora per un certo periodo. Molti militanti onesti del Pcf potranno vedere nel ritorno “al partito dei tempi di Marchais”, peraltro poco conosciuto e molto idealizzato, un antidoto contro i tradimenti dell’oggi. Ma la crisi già cova nell’opposizione, soprattutto tra i più giovani. Quando i dirigenti della Sinistra Comunista, che aveva presentato una sua mozione nazionale, hanno deciso di confluire nella mozione 2, molti loro militanti hanno protestato vivacemente sostenendo che la critica da sinistra alla direzione deve combinarsi con l’antistalinismo. Crisi simili si produrrano in tutto l’arcipelago dell’opposizione.

 

Avanti!

 

Tirando un bilancio della partecipazione al governo la direzione si è cosparsa il capo di cenere per alcuni degli errori commessi. Però, sulla partecipazione a futuri governi, Buffet e compagnia si tengono le mani libere per nuovi disastrosi accordi. Lo svolgimento del congresso ha mostrato altresì l’incapacità dei dirigenti dell’opposizione di condurre in maniera conseguente una battaglia congressuale e di costruire una tendenza rivoluzionaria all’interno del Pcf. Ma l’opposizione alla base crescerà ugualmente. Il clima prevalente nella gioventù comunista è di scontro con la direzione del partito e mancanza di fiducia nella direzione degli oppositori. Spetta ai militanti organizzarsi sulla base di un programma comunista per spazzare via attuali dirigenti e dare una prospettiva rivoluzionaria ai lavoratori.

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