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Valanga di sinistra in Francia

Le elezioni regionali in Francia hanno registrato una netta vittoria della sinistra. La coalizione tra partito socialista (Ps), partito comunista francese (Pcf) e verdi ha ottenuto la maggioranza in 22 regioni su 23. Alla destra gollista è rimasta soltanto la piccola Alsazia, zona rurale e conservatrice. Mai la destra è stata così schiacciata alle amministrative. Tutti i ministri in lizza sono stati sconfitti. Questo voto è innanzitutto un riflesso delle lotte di massa che nei mesi scorsi hanno contrastato le controriforme del governo di Raffarin (Ump, unione per la maggioranza presidenziale, coalizione di destra).

Instabilità politica

Il governo Raffarin ha attaccato a testa bassa lavoratori, disoccupati, immigrati e studenti: aumento degli anni di lavoro per la pensione, riforma dell’università a favore delle imprese, riduzione degli assegni di disoccupazione e indurimento delle leggi repressive, soprattutto contro gli immigrati. Ora Chirac ha incaricato Raffarin di formare un nuovo governo, che avrà il compito di portare a termine il “lavoro sporco” svolto finora. Restano sul tavolo del governo la controriforma del Codice del Lavoro, lo smantellamento dell’assicurazione contro la malattia e la privatizzazione dell’elettricità e del gas. Tuttavia, anche quando Raffarin riceverà il suo benservito, la musica non cambierà. La politica di Raffarin è dettata da precise esigenze della borghesia. La stagnazione economica che prosegue dalla primavera del 2001 combinata con l’indebolimento dell’imperialismo francese nel mondo rende infatti ancora più virulenti e sistematici gli attacchi del padronato per mantenere i propri profitti. Dal settembre 2002 all’ottobre 2003 la produzione industriale è calata dello 0,4% mentre gli investimenti si sono ridotti del 2,8% nel 2002 e del 1,8% nel 2003. Il padronato francese vuole scaricare i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori: dal 1° gennaio 2004 250mila disoccupati hanno perso l’indennità ed il numero crescerà a 750mila nel 2005. Migliaia di licenziamenti sono partiti ad Alcatel, Credit Lyonnais, Air Libérté ecc. France Telecom, indebitata per 68 miliardi di euro, prevede 27mila licenziamenti nei prossimi due anni.

La presa dell’imperialismo francese su paesi da esso storicamente dominati è in crisi, sia nell’Africa Sub-Sahariana (Costa d’Avorio e Senegal) che nel Maghreb (Marocco, Algeria e Tunisia), davanti all’ascesa degli Usa, ma anche di Germania e Spagna. In Sudan, dove la Francia è stato il principale sostegno del regime fondamentalista, il governo, incapace di stroncare le forze filo-USA, si sta orientando verso Washington a cui verrà probabilmente concesso lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nel centro del paese. Queste difficoltà spiegano la politica di riarmo del governo che, mentre taglia le spese sociali, ha previsto nel quinquennio 2003-2008 un aumento delle spese militari. Nel 2004 la spesa militare sarà di 32 miliardi di euro. La costruzione di una seconda portaerei non arresterà però il declino dell’imperialismo francese, salvando solo le apparenze.

L’elezione trionfale di Chirac alla presidenza della Repubblica nell’aprile 2002 fu possibile per il crollo della sinistra. Le politiche di privatizzazione e precarietà e la partecipazione alla guerra imperialista in Serbia avevano infatti deluso profondamente milioni di lavoratori che si astennero o votarono per le liste dell’estrema sinistra. Solo un anno fa Chirac cavalcava un clima di unità nazionale attorno alla sua politica diplomatica sulla questione irachena. Purtroppo, i dirigenti della sinistra avevano contribuito a creare questa situazione accodandosi a Chirac invece di spiegare che questo rappresentante della classe dominante si opponeva all’invasione Usa solo perché questa ledeva gli interessi imperialisti della Francia in Medio Oriente. Nonostante ciò, la popolarità di Chirac aveva basi fragili ed è ormai un lontano ricordo.

Nell’epoca del boom economico successivo alla Seconda Guerra Mondiale, una relativa stabilità politica si rifletteva anche nella rarità con cui si verificavano spostamenti elettorali significativi. L’attuale crisi del capitalismo pone invece l’instabilità all’ordine del giorno a tutti i livelli: economico, sociale, politico e diplomatico. Possiamo così vedere con più facilità cambiamenti repentini nella coscienza di tutte le classi sociali. Forti spinte verso destra possono essere seguite da spinte ancor più decise verso sinistra. I risultati di queste elezioni sono una piccola conferma di questa analisi.

La situazione a sinistra

I segretari del Ps e del Pcf hanno sostenuto che la vittoria elettorale traduce un consenso verso le loro politiche. Questa tesi non ci pare convincente. Infatti, il programma dei due partiti non è cambiato rispetto a quello di austerità sociale portato avanti durante gli anni del governo Jospin (1997-2002), duramente sanzionato dalle masse popolari nelle elezioni del 2002. La sinistra ha vinto malgrado i limiti di programma delle sue dirigenze. Nel contempo, le mobilitazioni di massa contro il governo non hanno portato voti all’estrema sinistra che, al contrario, è crollata dal 10% delle presidenziali a meno del 5%. Alla vigilia del primo turno, la portavoce di Lotta Operaia (Lo) aveva dichiarato che una avanzata della sinistra che non si estendesse anche alle liste comuni Lo-Lcr (Lega Comunista Rivoluzionaria) sarebbe stato il peggior scenario possibile. Proprio questo è successo. Però, l’indebolimento di un governo borghese come quello Raffarin è un fatto positivo per il movimento operaio.

Che questo si traduca in appoggio massiccio per i partiti della sinistra riformista risponde ad una dinamica precisa: quando le masse vogliono pesare, cioè colpire direttamente il proprio avversario di classe, elettoralmente o socialmente, la loro spinta si esprime inevitabilmente attraverso un appoggio ai partiti tradizionali del movimento operaio. Nonostante l’estrema sinistra francese ne abbia più volte proclamato “la morte”, Ps e Pcf dispongono tuttora di enormi riserve sociali di appoggio nella popolazione lavoratrice, molto maggiori di quelle di tutti i gruppi pseudo-rivoluzionari messi assieme.

Una ripresa nella militanza nel Ps e nel Pcf era osservabile già dalle mobilitazioni contro l’estrema destra di Le Pen tra il 1° ed il 2° turno delle presidenziali del 2002. Proprio in quel periodo la gioventù del Pcf ricominciò ad organizzarsi dopo anni di crisi nerissima. Incapaci di intervenire nelle organizzazioni di massa, Lo e Lcr si sono presentate alle elezioni con un programma riformista di sinistra (più moderato di quello che Ps e Pcf adottarono nel 1981) ed hanno erroneamente fatto appello all’astensione per il secondo turno. Molti dei loro elettori non li ha ascoltati, criticando implicitamente questa scelta settaria. L’opportunismo e la superficialità della Lcr sono particolarmente visibili: dopo aver fatto appello nel 2002 al voto a Chirac, un politico borghese, come “minor male” rispetto a Le Pen, nel 2004 decidono di astenersi tra un candidato Ps o Pcf e la destra...

Quale alternativa?

Tuttavia, le elezioni in sé non risolvono i problemi dei lavoratori. Per sconfiggere la destra ed il padronato occorre la mobilitazione ed i lavoratori non sono certo rimasti fermi. A maggio-giugno un movimento contro la riforma delle pensioni aveva messo in crisi il governo ma era stato sconfitto per il freno posto dalle direzioni sindacali ad un allargamento della lotta. Blondel, segretario del sindacato Fo (Force Ouvrière), aveva rifiutato di fare appello allo sciopero generale affermando in tv che ciò avrebbe potuto produrre “una situazione insurrezionale”.

Non è inutile notare che l’ultima volta che le confederazioni sindacali hanno dichiarato uno sciopero nazionale di 24 ore era il 10 maggio 1968… Thibault, segretario della Confederazione Generale del Lavoro (Cgt), legata al Pcf, ha spesso affermato di non essere a priori contrario al governo, ma di aspettare negoziati. Questi atteggiamenti cedevoli pongono la necessità di forgiare una direzione sindacale all’altezza dei compiti. Analogamente, se la sinistra dovesse tornare al governo col suo attuale programma che si propone di “gestire il capitalismo”, la musica sarebbe molto simile a quella di Raffarin. Per questo è necessario radicare il programma ed i metodi del comunismo nelle principali organizzazioni del movimento operaio.

Nel 2003 ci sono state 130 milioni di ore di sciopero. Quattro volte sono scese in piazza più di due milioni di persone in tutto il paese. La situazione internazionale accentuerà l’asprezza della lotta di classe anche in Francia. Le organizzazioni di massa del movimento operaio, sindacati e partiti, saranno sconvolte da cima a fondo e si creeranno le condizioni per un appoggio di massa alle idee rivoluzionarie.

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