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Le ultime settimane sono state caratterizzate da una ripresa delle mobilitazioni studentesche a livello nazionale. Protagonisti sono stati prima gli studenti medi, a partire dalle manifestazioni del 12 ottobre e le successive iniziative nelle singole città e nelle singole scuole (autogestioni, occupazioni, cortei locali), poi gli universitari, con varie occupazioni di facoltà, per arrivare infine al corteo del 25 ottobre a Roma, proprio mentre la Camera approvava il Ddl Moratti.

In un contesto dove il governo Berlusconi si appresta a lasciare il campo con una pesante serie di colpi di coda, la Moratti sta portando fino in fondo l’attacco all’istruzione pubblica, in primo luogo attraverso l’approvazione di vere e proprie controriforme per superiori e università.

Queste controriforme sono la rappresentazione più schietta degli interessi della classe dominante: per questi signori l’istruzione non deve essere un diritto di tutti, bensì un semplice mezzo per avere da una parte futuri lavoratori sempre più precari, sempre più ricattabili e sempre più docili, e dall’altra un’élite intellettuale molto ristretta (ma non meno plasmata dal conformismo) che, nei loro piani, dovrà essere la nuova classe dirigente. In poche parole si vuole ritornare alla scuola d’élite precedente al 1968.

Nelle scuole superiori l’applicazione di questa logica è caratterizzata innanzitutto dal cosiddetto “doppio binario” cioè alla netta divisione tra il la “scuola del sapere” (i licei, seguiti dall’università) e la “scuola del fare” (i professionali) e dove la scelta tra un binario e l’altro si basa sostanzialmente sulle capacità economiche della famiglia. Tutto questo si inserisce in un contesto dove l’autonomia scolastica, collegata ad anni e anni di tagli dei finanziamenti da parte del governo, ha portato ad una situazione sempre più invivibile nelle scuole, caratterizzata da strutture scolastiche sempre più inadeguate, da un aumento di costi generalizzato (libri, tasse d’iscrizione, trasporti…) e dall’autoritarismo.

All’interno delle università le cose non vanno di certo meglio. Attraverso la diffusione di sbarramenti imposti attraverso i numeri chiusi, la riduzione degli appelli e l’aumento esponenziale delle tasse d’iscrizione si realizza una profonda selezione. Una selezione che, in una società caratterizzata da profonde differenze economiche, è selezione di classe. Le controriforme portate avanti da centrosinistra prima e centrodestra poi stanno perseguendo il risultato di escludere i figli dei lavoratori dai corsi universitari e dalle specializzazioni che contano. Questa situazione è acuita dalle conseguenze dell’autonomia finanziaria e dal Ddl Moratti: esso, tra le altre cose, prevede una sempre maggiore subordinazione degli atenei alle imprese (le quali potranno finanziare l’attivazione dei corsi di cui hanno bisogno), la messa in esaurimento dei ricercatori e la precarizzazione selvaggia del reclutamento dei docenti. Il nostro obbiettivo è diametralmente opposto: un reale diritto allo studio, cioè la possibilità per tutti, indipendentemente dalle proprie condizioni economiche, di poter accedere a ogni livello d’istruzione, eliminando ogni forma di sbarramento.

La risposta a queste legittime richieste da parte delle istituzioni è sempre la stessa: i soldi non ci sono. Vorremmo far notare a lorsignori che però quando si tratta di finanziare l’assunzione di altri 3.000 insegnanti di religione questi non mancano. Sembrano addirittura abbondare, quando si tratta di finanziare con milioni e milioni di euro le nostre truppe che occupano l’Iraq e l’Afghanistan.

L’approvazione del Ddl Moratti non deve essere motivo di rassegnazione o di attendismo in vista delle elezioni del 2006. Non è attraverso il passaggio elettorale che si risolveranno magicamente le problematiche del mondo della scuola. La coalizione di centrosinistra è infatti la stessa che, come visto in precedenza, ha iniziato la privatizzazione di scuole e università e, a sentire dalle ultime dichiarazioni di suoi esponenti autorevoli, non ha di certo cambiato idea. Su questo aspettiamo alla prova anche i compagni dell’Uds, organizzazione che indubbiamente ha giocato un ruolo importante nell’organizzare le manifestazioni del 12 ottobre, ma che in passato ha più di una volta mostrato di vedere nel movimento studentesco non l’espressione organizzata delle lotte, ma piuttosto un rubinetto da aprire e chiudere a seconda delle necessità del momento: impetuoso se governa la destra, accomodante e diplomatico se governa il centrosinistra.

Non esistono scorciatoie: l’unica strada percorribile per sconfiggere tali controriforme e cambiare l’odierno stato delle cose è la lotta di massa. In alcuni settori del movimento studentesco circola l’idea che sia possibile evitare il rischio dell’isolamento attraverso un’abile proiezione mediatica. La visibilità, a parere di alcuni attivisti, garantirebbe alla lotte quell’efficacia che un tempo si riusciva a perseguire attraverso la massa critica che collettivi e organizzazioni riuscivano a mobilitare. Al contrario, noi ci proponiamo di puntare non sulla visibilità di pochi, ma sulla voglia di protagonismo di migliaia e migliaia di studenti.

Organizzare democraticamente il movimento

Lavorare in questa direzione vuol dire innanzitutto dotarsi di strategie e metodi all’altezza della situazione. I successi del governo sono stati enormemente facilitati da un’eccessiva frammentazione delle lotte; troppe volte infatti le mobilitazioni universitarie sono state scollegate con quelle dei medi, oppure sono partite mobilitazioni in diverse città senza alcun coordinamento tra loro, con il nefasto risultato di depotenziare la possibilità di vittoria. Si tratta di unificare nella mobilitazione tutti i settori colpiti dalla controriforma, dagli studenti medi a quelli universitari, dai docenti ai ricercatori (la giornata di mobilitazione del 17, se utilizzata in questa direzione, può essere un primo tentativo), attraverso coordinamenti di lotta che siano espressione della mobilitazione, con portavoce eletti democraticamente dalle assemblee nelle scuole e nelle facoltà e proprio perciò in grado di rappresentare centinaia e migliaia di studenti, e non solo cerchie ristrette di amici incontrati ai cortei. Tuttavia questi anni di mobilitazioni ci hanno dimostrato che non è sufficiente lanciare una data nazionale per sconfiggere il governo: serve un salto di qualità attraverso l’articolazione di un percorso di lotta credibile e con obbiettivi precisi.

Questo significa che c’è bisogno di un programma rivendicativo chiaro, che possa essere condiviso proprio dai vari settori in mobilitazione e che vada da obbiettivi transitori e specifici fino a questioni generali: ci dobbiamo battere innanzitutto per il raddoppio immediato dei fondi da garantire all’istruzione pubblica, superiore e universitaria; per la gratuità dell’accesso a scuole e facoltà e l’abolizione dei numeri chiusi; per l’abbattimento dei costi di studio (attraverso la gratuità di trasporti, alloggi e libri); per il miglioramento delle condizioni di lavoro a scuola e all’università con l’abolizione del precariato; per il ritiro di tutte le controriforme recenti (dalla Moratti alla Zecchino-Berlinguer); per la fuoriuscita dei privati dalle scuole e dagli atenei e l’incremento del finanziamento pubblico della ricerca; per la democratizzazione dei luoghi di studio attraverso il rilancio del diritto all’assemblea e attraverso un aumento della presenza di studenti e lavoratori precari negli organismi rappresentativi.

“Didattica alternativa” o lotta di massa?

La chiarezza da questo punto di vista è decisiva: non si tratta di alimentare l’illusione su un possibile “scardinamento” del 3+2 attraverso la rivendicazione di crediti per i seminari autogestiti o per una fantomatica “didattica alternativa”. Così il sistema dei crediti, questo artificioso strumento di misurazione dello studio, viene, nei fatti, legittimato, indipendentemente dalle belle frasi sull’autoriforma dell’università: tale legittimazione, lungi dal promuovere la presunta diffusione di saperi critici, non può che agevolare, anche se indirettamente, la concretizzazione della controriforma in atto: altro che autoriforma! Non è con queste idee, emerse chiaramente in occasione dell’assemblea nazionale del 6 novembre, fatta alla Sapienza, che si può sconfiggere la mercificazione della cultura!

Infine, la costruzione di un coordinamento democratico e di un programma all’altezza dello scontro, sarebbero sì passi avanti importantissimi, ma non garantirebbero di per sé stessi la vittoria. Il governo non attacca solamente l’istruzione pubblica ma nel suo complesso i diritti di milioni di lavoratori nel paese attraverso i tagli della Finanziaria che si riflettono in uno smantellamento generalizzato dello stato sociale. Contro questi tagli le direzioni sindacali, sotto la pressione di milioni di lavoratori, che subiscono il peggioramento delle proprie condizioni di vita, hanno convocato uno sciopero generale per la giornata del 25 novembre.

Pur essendo limitato a 4 ore (tutta la giornata invece per la scuola), questo sciopero è un’occasione fondamentale che il movimento studentesco deve sfruttare, attraverso la partecipazione combattiva, al fianco dei lavoratori, ai cortei, per dare concretezza nelle piazze agli obbiettivi comuni della cacciata del governo e della sconfitta definitiva delle sue politiche.

11 novembre 2005.

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