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Nella “guerra globale al terrorismo” gli Stati Uniti hanno bisogno di definire di volta in volta quelli che sono i propri alleati. Così può succedere che quelli che solo 13 anni fa erano considerati “i nemici della libertà” diventino di colpo soci da arruolare nel nuovo fronte da aprire contro il fantasma di Al Qaeda.

 

Nel 1993, due anni dopo la caduta della dittatura di Siad Barre, l’imperialismo statunitense cercò di riprendere il controllo di questo Stato del Corno d’Africa letteralmente collassato a causa di una guerra civile che contrapponeva le varie bande dei cosiddetti “signori della guerra”,  gruppi armati contrapposti che cercavano di conquistare il Paese per imporre un nuovo regime.

L’intervento militare degli Usa, sotto l’egida dell’Onu, venne accompagnato da torture, omicidi e stragi di popolazione civile e militarmente si rivelò un totale fallimento, al punto che i caschi blu dovettero abbandonare il Paese in fretta e furia sotto i colpi di un’insurrezione popolare. 

Quegli stessi “signori della guerra” sono invece oggi utilizzati dagli Stati Uniti nel tentativo di tutelare gli interessi imperialistici messi in pericolo dalla presa del potere da parte delle Corti islamiche.

A partire dal 2000, le Corti Islamiche, estremisti islamici armati e riuniti in “tribunali”, hanno cercato di riportare ordine nell’anarchia imposta dal terrore dei “signori della guerra”, attraverso l’applicazione della Sharia, la legge islamica, e istituendo scuole, orfanotrofi, strutture sanitarie, cosa che, in un paese con l’analfabetismo al 70 per cento e il sistema sanitario completamente distrutto, ha assicurato alle Corti anche un certa quota di sostegno popolare. Nel mese di giugno dello scorso anno le Corti hanno infine conquistato Mogadiscio costringendo il governo di transizione, che a malapena controllava una parte della capitale, a rifugiarsi a Baidoa. La prospettiva di uno Stato islamico ha spaventato gli Stati Uniti naturalmente non per la struttura politico-economica  che un governo delle Corti islamiche avrebbe potuto dare alla Somalia, ma perché questi non si dimostravano agli occhi dell’imperialismo totalmente affidabili dal punto di vista della tutela degli interessi strategici nella regione.

Il Corno d’Africa è ricco di petrolio, si trova ad appena qualche miglio dall’Arabia Saudita, e si affaccia sul mar Rosso, in una zona quotidianamente attraversata da una grande quantità di petroliere e navi da guerra. La posizione è quindi anche di primaria importanza nella prospettiva di un conflitto con l’Iran. Inoltre, i giganti statunitensi del petrolio Conoco, Anoco, Chevron e Phillips detengono le concessioni in Somalia. Secondo il Los Angeles Times, “documenti aziendali e scientifici hanno rivelato che le compagnie statunitensi sono ben posizionate per ricercare le più promettenti potenziali riserve di petrolio somale nel momento in cui la nazione sarà pacificata”.

Ovviamente, una prospettiva di questo tipo non è detto che possa venire assicurata dalle Corti islamiche, che cercano di riunificare un paese distrutto da anni di guerra civile sotto l’autorità di un governo centrale. Più sicura è invece la strada di una “pacificazione” per mano imperialista che porti alla formazione di un governo “fantoccio” debole, sottomesso e meglio manovrabile.

I bombardamenti sui villaggi somali avvenuti alla fine del mese di dicembre e la contemporanea invasione delle truppe etiopi sono quindi parte di questa strategia. Impegnati i marines nei pantani iracheni ed afgani e memori del disastro del 1993, gli Stati Uniti agiscono quindi “per procura”.

Gli Usa hanno infatti, per prima cosa, mobilitato l’esercito dell’Etiopia, fiero alfiere degli interessi imperialistici nella regione. È importante ricordare che il governo etiope si è già macchiato dell’aggressione nei confronti dell’Eritrea e si è distinto negli anni scorsi in una feroce campagna di annientamento dei più basilari diritti democratici, reprimendo anche le dimostrazioni studentesche ed operaie del 2005. Ora, ritirate lentamente le truppe etiopi e stabilite le “forze di pace” dell’Unione Africana, versione locale della foglia di fico del multilateralismo, sono tornati tutti i vecchi “signori della guerra”, ieri acerrimi nemici, oggi nuove marionette da utilizzare. è ironico, infine, notare, che una delle possibilità a cui l’imperialismo sta lavorando è quella di un governo di “coalizione” affidato a Sharif Sheik Ahmed, uno dei leader delle Corti islamiche!

Tuttavia, i piani dell’imperialismo potrebbero andare a rotoli. Proprio l’esperienza dei governi “fantoccio” in Afghanistan ed in Iraq insegna che nessun governo può durare a lungo quando è spudoratamente a fianco di potenze straniere percepite a tutti gli effetti come potenze occupanti.

Né un governo islamico, né un neo-protettorato possono dare una risposta alle masse somale, enormemente impoverite da decenni di terrore e da una guerra senza fine. Gli Stati Uniti potrebbero preparare le basi per una nuovo pantano altrettanto ingestibile, intricato e pericoloso. 

 

07/02/2007 

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