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Il prossimo 9 giugno Bush sarà in visita a Roma, subito dopo il vertice dei G8 in Germania. Arriva in Italia un presidente fortemente impopolare a casa propria, depotenziato dopo la sconfitta elettorale del novembre scorso e la conseguente perdita della maggioranza al congresso. Un presidente che, vistosi in difficoltà, ha deciso di rilanciare, come un giocatore di poker all’ultima e disperata mano. Ha aumentato l’impegno in Iraq e ribadito l’intervento in Afghanistan.


Continua a lanciare ultimatum all’Iran e con il progetto di scudo spaziale minaccia la Russia. In gioco quindi ha messo non solo il suo destino personale ma soprattutto le vite di milioni di iracheni e afgani e di migliaia di soldati del suo stesso esercito.

La parola d’ordine all’interno del movimento contro la guerra dovrebbe essere quella di organizzare un grande corteo di protesta per far capire a Bush che è “persona non grata”. Esisterebbero tutti i presupposti per bissare la grande manifestazione, sempre contro il presidente Usa, del giugno di tre anni fa, quando centomila persone scesero in piazza a Roma.

Qual è la differenza? Che George W. in quella occasione rese visita a… Berlusconi. Oggi il governo è cambiato e allora cambiano anche le priorità del movimento. Quindi, per la direzione del Prc, del Pdci, e della Fiom la manifestazione deve essere “contro Bush ma non contro Prodi”. Niente corteo, quindi, per Giordano e Diliberto, ma un presidio-concerto a Piazza del Popolo: una scelta che di fatto si contrappone all’appello di convocazione per il corteo nazionale già pubblicato in precedenza da numerose forze del movimento contro la guerra. Qualcuno può ancora sostenere crediblmente che la collocazione governativa del Prc non avrebbe impedito lo sviluppo e la nostra “internità” dei movimenti?

Perché non si dovrebbe scendere in piazza anche contro la politica estera e le scelte nel campo della difesa del governo Prodi? Nel suo primo anno di mandato, l’esecutivo ha aumentato del 13% le spese militari. Ha obbedito al diktat di Washington, approvando il raddoppio della base di Vicenza. Ha confermato il suo impegno in Afghanistan, in cui l’esercito italiano si trova invischiato in un conflitto sempre più sanguinoso. È stato fra i promotori dell’intervento della forza multinazionale in Libano, che non ha affatto portato la pace come vediamo dai combattimenti di questi ultimi giorni. Infine, il ritiro dall’Iraq avvenuto lo scorso novembre era già stato programmato da Berlusconi.

Quindi ci sono tutte le ragioni perché si partecipi al corteo già convocato contro la politica di Bush ma anche contro la politica del governo Prodi, nei fatti di assoluta continuità rispetto a quella del governo di centrodestra.

In questo corteo il Prc poteva portare i propri “contenuti alternativi” (se veramente ci sono). Quale miglior modo per condizionare le scelte del governo con un grande corteo contro la politica criminale dell’imperialismo nel mondo? Si è persa certamente un’ennesima occasione da parte della direzione del nostro partito.

Ma non è ancora troppo tardi. Organizziamoci nelle prossime settimane che precedono il 9 giugno in tutti i luoghi di lavoro e di studio, in tutti i circoli del Prc per scendere in piazza a Roma e imporre il ritiro delle truppe italiane da tutte le missioni all’estero e la chiusura di tutte le basi Nato e Usa sul suolo italiano.

 

23/05/07 

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