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Nel mese di giugno il Sudafrica è stato sconvolto da uno sciopero dei dipendenti del settore pubblico, durato ben 28 giorni. I lavoratori non hanno ottenuto l’aumento salariale del 12% richiesto, fermandosi al 7,5%, ma hanno raccolto la solidarietà della maggior parte dei lavoratori del paese.

È stato il più grande sciopero dalla fine dell’apartheid nel 1991 ed ha coinvolto 17 categorie, dagli insegnanti agli infermieri agli impiegati pubblici. Il ministro della funzione pubblica Fraser-Moleketi, dell’Anc, ha usato la mano dura contro gli scioperanti, proibendo ai lavoratori delle aziende pubbliche dell’acqua, a quelli del settore penitenziario e del servizi di pronto soccorso di aderire allo sciopero. A seicento lavoratori sono state addirittura inviata una lettera di licenziamento perché avevano osato astenersi dal lavoro!

Il momento più alto della vertenza è stato il 13 giugno, quando mezzo milione di lavoratori del settore privato sono scesi in piazza nelle principali località del paese in solidarietà con i colleghi del settore pubblico.

Il compromesso che ha concluso la vertenza è stato raggiunto il giorno prima dell’inizio della conferenza di programma dell’Anc (African National Congress) la formazione politica simbolo della lotta contro il regime dell’Apartheid. La svolta nei negoziati serviva a non offuscare l’assise dell’Anc, ma non è possibile cancellare dal bilancio dei primi tredici anni di governo del partito di Mandela le cifre economiche e sociali.

Secondo le Nazioni Unite, il Sudafrica è una dei paesi che ha al suo interno le maggiori disuguaglianze, terzo solo dopo Brasile e Guatemala. Un rapporto dell’Istituto sudafricano per le relazioni razziali ha dimostrato che le condizioni di milioni di sudafricani sono peggiorate dalla fine dell’ apartheid.  Il tasso di disoccupazione ufficiale è al 26 percento, ma la cifra reale è del 41 percento, il doppio rispetto a dieci anni fa. Quattro milioni di persone, su 40 milioni di abitanti, vivono con meno di un dollaro al giorno.

La riconciliazione nazionale con la borghesia bianca ha portato un risultato molto concreto: la creazione di una borghesia e di una piccola borghesia nera. Diversi dirigenti della lotta contro l’apartheid ora non solo sono diventati deputati o ministri, ma addirittura manager o capitani d’impresa. Cyril Ramaphosa, negli anni ottanta segretario generale del sindacato dei minatori, oggi siede nel consiglio di amministrazione di numerose aziende e fondi d’investimento, mentre la rivista Usa Time lo ha selezionato fra i cento uomini che stanno trasformando il mondo.

Rappresenta l’emblema di un’intera generazione di dirigenti del movimento operaio che hanno tradito la propria classe d’origine. Il Sudafrica è diventato un paradiso per le multinazionali, ancora più di prima, visto che possono sfruttare i lavoratori avvalendosi della coperta di un regime democratico e progressista.

Per diversi anni le masse sudafricane hanno aspettato pazientemente che il nuovo Sudafrica portasse qualche beneficio anche a loro. Oggi sembra che ne comincino ad avere abbastanza di miseria e ingiustizia sociale. Nel 2007 abbiamo assistito anche al primo sciopero nelle miniere d’oro da 18 anni, oltre a lotte nel settore tessile fra i lavoratori aeroportuali e dei trasporti.

In vista del congresso dell’Anc di dicembre, dove si eleggerà il nuovo presidente dell’organizzazione, il patto di unità d’azione tra il sindacato (Cosatu) il Partito comunista sudafricano e l’African national congress, che ha garantito la pace sociale in tutto questo periodo, sta scricchiolando.

Proprio dal movimento operaio e dalla sua organizzazione principale, il Cosatu appunto, potrebbe svilupparsi un’alternativa alle politiche liberiste del governo dell’Anc, a condizione che si abbandoni ogni illusione sulle possibilità di riformare il capitalismo e si adotti un chiaro programma rivoluzionario.

3 luglio 2007 


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