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La rivolta che ha preso l’avvio il 10 marzo in Tibet ha trovato immediatamente un’eco mondiale. Non è difficile capirne il motivo: la macchina propagandistica che si è messa in moto è facilmente identificabile e non è stata certo improvvisata. Si va dalle star hollywoodiane alla Richard Gere, ai grandi giornali, fino a professionisti delle campagne sui diritti umani a stelle e strisce, ai vari Reporter senza frontiere finanziati dagli Usa. Tutti si precipitano ad abbracciare la causa di quel maestro di spiritualità e nonviolenza che sarebbe il Dalai Lama.

Il copione ricalca quanto già visto in Kosovo, Ucraina, e in tanti altri paesi negli scorsi anni. Certo, la Cina non è la Jugoslavia prostrata dell’ultimo decennio, è una grande potenza emergente con la quale tutti hanno grandi affari in corso, e questo induce gli organi di informazione più importanti a una qualche dose supplementare di cautela. Tuttavia il segno generale della campagna è chiaro.

Sulla sponda opposta vediamo una serie di reazioni acriticamente pro-cinesi, a partire da quella di Castro e Chavez, alla quale si sono allineati numerosi partiti comunisti nel mondo (portoghese, brasiliano, ecc.), nonché i loro imitatori nostrani. La posizione può così riassumersi: la rivolta è un complotto reazionario volto a screditare la Cina, il Tibet è affare interno cinese e pertanto non è lecito che altri paesi interferiscano. Questa posizione si giova della sponda offerta dalla Russia e da altri paesi che sono oggi in contrasto con gli Usa

Se la prima posizione è chiaramente reazionaria, la seconda è miope e si basa sul criterio per cui il nemico del mio nemico è mio amico, un criterio pericoloso che può portare a errori disastrosi, come dimostrano decenni di approccio stalinista alla questione delle minoranze nazionali. Gli schieramenti diplomatici cambiano, ma gli interessi di fondo dei lavoratori rimangono ed è su questi che dobbiamo basarci per stabilire la nostra posizione.

La “Marcia del ritorno”

Le autorità cinesi hanno insistito molto sul carattere preordinato della rivolta, accusando la cricca del Dalai Lama con un linguaggio che diversi commentatori occidentali definiscono affine a quello della Rivoluzione culturale. Sull’altro fronte si insiste invece sul carattere spontaneo dell’esplosione iniziata il 10 marzo.

Dai resoconti disponibili, fatta la tara della propaganda, risulta evidente che esiste una campagna progettata dal governo tibetano in esilio, con un dettagliato calendario di iniziative, da lungo tempo pianificata e preparata e tutt’ora in svolgimento.

Tuttavia la rivolta di marzo ha sicuramente travalicato di molto i progetti e le intenzioni iniziali almeno di una parte dei promotori. Il resoconto pubblicato dall’Economist descrive una vera e propria caccia al cinese che si è scatenata a Lhasa per diversi giorni, con un intervento inizialmente piuttosto cauto delle forze repressive, al punto che molti dei cinesi residenti a Lhasa hanno perso case, beni e attività economiche e diversi anche la vita (14 secondo le fonti ufficiali), negli incendi e nella caccia all’uomo dei giorni 10-14 marzo.

Il 17 febbraio, prima quindi dell’esplosione della rivolta, un comunicato da Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio in India, dichiarava: La marcia del ritorno in Tibet costituirà il punto cruciale del movimento della Sollevazione del Popolo Tibetano. La marcia mostrerà al mondo e alla Cina che anche dopo cinque decenni i tibetani desiderano tornare alle loro case e vivere in un Tibet governato interamente da tibetani. Il desiderio di un Tibet libero e indipendente arde ancora nel cuore di ogni tibetano, sia all’interno del Tibet che nell’esilio ha dichiarato Tsewang Rigzin, presidente del Tibetan Youth Congress (pubblicato su www.phayul.com).

Lo stesso comunicato informava che per tre giorni era stato tenuto un seminario con la partecipazione di rappresentanti di 25 comunità di tibetani in India allo scopo di dare loro un addestramento avanzato in tema di attivismo. Tra i temi toccati: l’importanza dei movimenti coordinati, scenario politico cinese contemporaneo, strategia e visione, situazione interna del Tibet, politica delle olimpiadi, media e comunicazioni, azione diretta non violenta, strategie di finanziamento.

Il comunicato termina con la seguente dichiarazione: Con un lavoro instancabile e con dedizione incrollabile alla verità e alla giustizia, determineremo un’altra sollevazione che scuoterà il controllo della Cina sul Tibet e segnerà l’inizio della fine dell’occupazione cinese del Tibet. Obiettivo finale della Marcia è quello di tentare di varcare la frontiera cinese l’8 agosto, giorno di inaugurazione delle Olimpiadi.

Il Tibetan Youth Congress (congresso della gioventù tibetana) costituisce uno dei settori oltranzisti del movimento indipendentista, che lo stesso Dalai Lama dichiara essere in disaccordo con la sua linea di compromesso con la Cina su una posizione di autonomia. Dal Tyc nel 1994 è nato il National Democratic Party of Tibet, anch’esso tra i promotori del seminario di Dharamshala. La prima delle rivendicazioni avanzate nel manifesto è la rimozione di tutti gli ostacoli al ritorno incondizionato di Sua Santità il Dalai Lama in Tibet e il suo diritto a guidare il popolo tibetano.

I legami di queste organizzazioni con Washington non sono affatto un segreto, diverse di queste organizzazioni dichiarano apertamente di ricevere fondi da strutture quali la Ned (National Endowment for Democracy), emanazione della Cia. Lo stesso Dalai Lama riceve fondi dagli Usa che lo hanno anche insignito della Congressional Medal of Honor.

Fino a che punto è corretto dire che il movimento è diviso tra estremisti potenzialmente violenti che vogliono l’indipendenza e moderati, fra i quali il Dalai Lama, che vogliono il dialogo e solo una ragionevole autonomia?

Più che le intenzioni conta qui la dinamica dello scontro. L’idea che con un po’ di autonomia e di crescita economica si possa disinnescare la dinamite dello scontro nazionale è una verità molto parziale. In realtà l’enorme sviluppo economico cinese di questi anni non solo non ha attenuato le contraddizioni in Tibet, ma per certi versi le ha persino esasperate. Il Dalai Lama indica i vantaggi economici derivanti dal legame con la Cina, che investe ora massicciamente nelle zone interne. Tuttavia la stessa crescita economica ha creato nuove contraddizioni sia nelle città che nelle campagne, dove milioni di contadini devono abbandonare la terra sotto la spinta dei processi di industrializzazione, speculazione e differenziazione sociale. In Tibet la crescita economica ha significato un massiccio afflusso di cinesi che spesso dominano i commerci e i posti più qualificati e meglio pagati, soprattutto nelle istituzioni pubbliche. Le modeste concessioni in termini di uso della lingua, ecc. che sono state avanzate da Pechino non solo non risolvono queste contraddizioni, ma le rendono ancora più stridenti.

Cosa significherebbe un Tibet indipendente

Nelle condizioni attuali lo scatenamento di una lotta per l’indipendenza del Tibet avrà inevitabilmente l’effetto di rafforzare le tendenze più reazionarie su scala nazionale e internazionale. Abbiamo già visto quale sia la natura delle forze politiche che si pongono alla testa della ribellione. La restaurazione di un governo del Dalai Lama porterebbe alla creazione di uno Stato sostanzialmente teocratico con una verniciatura democratica e una pesante dipendenza dagli Usa. La reazione della borghesia internazionale è già di per sé eloquente, ma non si tratta solo di questo: nel processo di restaurazione capitalista che ha investito la Cina è implicita la possibilità di una vera e propria frattura dell’apparato statale sulla linea di quanto già visto nell’ex Urss e nella ex Jugoslavia, un processo che avrebbe risultati nefasti per i lavoratori e i contadini cinesi, che si troverebbero presi nel fuoco incrociato dei nazionalismi periferici, sostenuti dalle potenze imperialiste, e della reazione nazionalista della burocrazia cinese, che tenterebbe di usare la classe operaia come massa di manovra per mantenersi al potere.

La classe operaia cinese ha pertanto tutto l’interesse a manifestare la propria volontà e capacità di difendere i diritti di tutti gli oppressi e di rispettare il diritto all’autodeterminazione delle minoranze nazionali. Questo obiettivo può essere realisticamente perseguito solo all’interno di un programma rivoluzionario, che ponga al centro la lotta contro la restaurazione capitalista portata avanti dalla cupola burocratica del Pcc, della lotta contro lo sfruttamento perpetrato dalla nuova borghesia cinese e dalle multinazionali, contro le gigantesche diseguaglianze sociali che stanno erodendo quanto restava delle conquiste della rivoluzione del 1949. L’unione volontaria dei popoli (con rispetto del diritto di autodeterminazione) può essere credibile solo in un contesto di potere dei lavoratori e dei contadini.

Se così non fosse, il proletariato cinese rischia di trovarsi di fronte a una nuova offensiva capitalista che in nome dei diritti, della libertà e della democrazia aspira a riportarlo a una condizione di asservimento già conosciuto nella storia passata della Cina.

18 aprile 2008 

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