Breadcrumbs

Negli anni ’70 e ’80, con la produzione di beni a basso contenuto tecnologico, la Cina si è inserita profondamente nel mercato mondiale.

Negli ultimi 10-15 anni questa situazione si è ulteriormente evoluta e il paese è ora presente in molti settori ad alta tecnologia. Questo è stato determinato da un ritmo di investimenti senza precedenti (il 30-40% del Pil per oltre due decenni) compresi quelli nell’istruzione di base ed avanzata, tanto che oggi la Cina forma più ingegneri industriali di tutto il resto del mondo. Tale elevatissimo livello d’investimenti ha condotto al sorgere dal nulla di interi settori produttivi, creando le condizioni per una grave sovrapproduzione internazionale in diversi comparti dell’industria sia pesante che leggera.

L’integrazione del paese nell’economia mondiale era già visibile durante la crisi delle “tigri” asiatiche nel 1997-98, quando la decisione di non svalutare lo yuan contribuì a frenare la recessione. Oggi questo vale ancor di più e le conseguenze della crisi mondiale in Cina saranno rilevanti. Il rallentamento dell’economia cinese, a sua volta inciderà pesantemente sull’economia di molti altri paesi, a partire da quelli asiatici. Ad esempio, la Cina ha assorbito in questi anni il 40% della produzione mondiale di cemento e circa il 30% del carbone, del ferro e dell’acciaio. Questa immensa richiesta di materiali serviva per il boom delle infrastrutture (in Cina attualmente ci sono 90 città che stanno costruendo delle reti di metropolitane), ma anche del settore immobiliare, con una speculazione edilizia attorno alle grandi città che non aveva nulla da invidiare a fenomeni simili nelle capitali occidentali.

Come nel resto del mondo, questo mercato è crollato. Le vendite di case nei primi otto mesi del 2008 sono calate del 55,5% a Pechino e del 38% a Shanghai. In autunno il governo è corso ai ripari con ripetuti tagli dei tassi e agevolazioni concesse per l’accensione di mutui, frenando la crisi del mercato immobiliare. I volumi delle compravendite di abitazioni a Shanghai sono tornati a crescere, nel mese di novembre, del 24,6%.

La velocità con cui l’economia cinese viene colpita dalla crisi è impressionante. In novembre, le esportazioni cinesi sono calate del 2,2% (quando ancora a ottobre aumentavano al ritmo del 20% annuo), le importazioni sono calate ancora di più (18%, mentre a ottobre anch’esse crescevano a due cifre). È la fine dell’idea accarezzata per anni da numerosi economisti borghesi che la Cina potesse semplicemente sostituire gli Stati Uniti come locomotiva dell’economia mondiale.

2009: la più bassa crescita da 20 anni
Anche secondo il governo ci sarà un serio rallentamento. Il Pil della Cina è cresciuto nel terzo trimestre di quest’anno del 9% sul 2007, per il 2009 si ipotizza una crescita del 7,5%. Visto dall’Europa o dagli Usa può sembrare un dato elevato, ma per la Cina sarebbe il più basso degli ultimi 19 anni. Ciò avrà conseguenze sociali profonde. I salari scenderanno, i contadini non troveranno facilmente lavoro in città. Quest’anno almeno tre milioni di loro sono già tornati in campagna a causa della crisi generalizzata di interi settori industriali come quello dei giocattoli.

La recessione mondiale riduce gli sbocchi esteri per l’industria cinese portando all’emersione di una forte crisi di sovrapproduzione. Il governo tenta di correre ai ripari con un programma di investimenti straordinario che include un forte aumento della spesa in infrastrutture, incentivi fiscali all’export e riduzione di tasse per l’acquisto di case (si parla di almeno 580 miliardi di dollari in due anni). La banca centrale cinese ha tagliato a inizio dicembre i tassi dell’1%, portandoli al 5,58%. È il taglio più importante da 11 anni ed è il quarto consecutivo nelle ultime dieci settimane, rovesciando la politica precedente di aumento dei tassi come misura per ridurre l’inflazione e gli investimenti in un’economia che si avviava chiaramente verso un eccesso di capacità produttiva. Nel tentativo disperato di invertire la direzione di marcia, la banca centrale cinese ha ridotto il livello della riserva obbligatoria delle banche, dell’1% per gli istituti maggiori e del 2% per le banche minori.


Crisi di sovrapproduzione e lotta di classe
Sulla carta l’elevato tasso di risparmi della popolazione cinese potrebbe fornire le risorse per un’ulteriore e importante crescita dei consumi interni. Il problema è che gran parte della popolazione cinese non può contare su nessun tipo di sussidio per la disoccupazione o su un servizio sanitario pubblico decente. La corsa alla crescita capitalista si è attuata eliminando i diritti e le conquiste sociali della rivoluzione, e dando come contropartita salari crescenti e la chimera di un rapido arricchimento per i “più bravi”, cioè per chi aveva le conoscenze giuste nella burocrazia. Le famiglie cinesi sono costrette a risparmiare per la salute, l’educazione dei figli, la vecchiaia. Questa situazione non potrà essere invertita velocemente.

Comunque il maggior controllo centrale sul sistema finanziario e il fatto di avere un consistente surplus commerciale e di capitale, rende la situazione cinese ben diversa da quella degli altri paesi “emergenti”, per i quali una fuga dei capitali stranieri significa il crollo repentino dell’economia. Osserva il Financial Times che “la Cina non è assolutamente dipendente dall’afflusso del capitale straniero”.

Ma rimane il problema di un’economia orientata a un rapido aumento di capacità produttiva per l’export di fronte a un periodo che vedrà una gelata del commercio mondiale: un apparato produttivo che non potrà essere riconvertito e riorientrato senza pagare un prezzo pesante in termini economici e sociali, come dimostrano i dati di queste settimane.

A differenza tuttavia dell’Europa e specialmente degli Usa, dove l’intervento pubblico nell’economia si realizza creando delle autentiche voragini nei bilanci statali, lo Stato cinese con un debito pubblico che non supera il 35% del Pil e riserve valutarie superiori ai 2mila miliardi di dollari, dispone di grandi risorse, nonché di un controllo molto maggiore sul sistema finanziario, sulla moneta, e anche su importanti settori industriali, tutt’ora di proprietà statale. Tutto questo non significa il ritorno ai piani economici dell’Urss o della Cina di trent’anni fa, né eviterà il calo della crescita che sarà pesante e duraturo e avrà forti conseguenze nei rapporti internazionali, conseguenze che non verranno attutite, ma aumentate dalla forza dell’economia cinese. Lo si è visto nei giorni scorsi, con la visita del Ministro del Tesoro americano Paulson a Pechino, che ha implorato i dirigenti cinesi di non svalutare lo yuan. Ma la Cina sarà costretta a una politica più aggressiva verso l’estero per difendere la propria economia.

Ancora più pesanti saranno le conseguenze politiche interne. Due settimane fa, un gruppo di 500 lavoratori inferociti ha attaccato la polizia di fronte a una grande azienda di giocattoli che stava licenziando i dipendenti a Dong-guan, un centro al sud di Hong Kong. È solo l’inizio. I lavoratori cinesi troveranno il modo di difendere le loro condizioni di vita e di lavoro. Nel farlo si dovranno scontrare con chi glieli nega, siano essi i capitalisti o il “partito comunista” al governo. Ci sarà un’esplosione della lotta di classe, che servirà a distinguere gli amici dai nemici e rinnoverà le migliori tradizioni rivoluzionarie del proletariato cinese.

17 dicembre 2008 

Joomla SEF URLs by Artio