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Il governatore Draghi, nelle sue “considerazioni finali” all’Assemblea della Banca d’Italia ha avallato pienamente la manovra finanziaria Tremonti- Berlusconi. La sua relazione ha ricevuto il consenso di quasi tutti. Il giudizio di Draghi loda l’intenzione di ridurre le spese correnti, ma non vi trova elementi di rilancio dell’economia. In questo è molto simile a quello di Confindustria e Pd ed in parte a quello della Cgil con l’eccezione della Fiom, del Prc e del più ampio fronte della cosiddetta “sinistra radicale”.


 Le critiche che accettano l’idea dei tagli, magari redistribuendo a loro dire un poco meglio i sacrifici, ritenuti comunque necessari, si collocano  dentro il solco  delle politiche liberiste e dei conseguenti “aggiustamenti strutturali” sollecitati ad ogni occasione da Fmi, Banca Mondiale, Ocse ed Unione Europea. Sollecitazioni alle quali i governi di tutta Europa hanno risposto con manovre di lacrime e sangue.

Il governatore nei suoi giudizi sulla manovra dà comunque indicazioni sugli indirizzi da seguire:

– rafforzamento del Patto di stabilità europeo,

– correzione dei conti pubblici,

– completamento della riforma del mercato del lavoro,

– prolungamento della vita lavorativa e maggiore flessibilità dell’età pensionabile.

La manovra finanziaria è incentrata soprattutto sui tagli alla spesa (per il 2011 la stima dei tagli è pari a circa 8 mld di euro, per il 2012 a circa 15 mld, per il 2013 a circa 17 mld) se a queste cifre aggiungiamo il saldo delle entrate raggiungiamo le seguenti cifre: 12 mld per il 2011, 25 mld per il 2012 e 25 mld per il 2013 queste cifre non comprendono il minore esborso per lo Stato derivante dal mancato rinnovo contrattuale del pubblico impiego stimato in 1,8 mld per anno. Esse rappresentano comunque il saldo della manovra.

Analizzando in maniera accurata le “voci contabili” della manovra si vede con chiarezza che i principali e più significativi “risparmi” sono ottenuti dai tagli dei trasferimenti alle Regioni ed Enti locali, dal peggioramento dei criteri di fruizione della pensione pubblica, dal blocco dei rinnovi contrattuali per il pubblico impiego, e dalla spesa farmaceutica, il resto sono “quisquiglie”. Poco o nulla si è fatto sul fronte delle entrate o sul taglio di altri consistenti capitoli di spesa come quelli per gli armamenti.

Sul versante pensionistico, che è quello che in questo articolo ci prefiggiamo di analizzare più dettagliatamente, la manovra prevede un aumento dell’età di pensionamento. Sia per quel che riguarda le pensioni di vecchiaia che per le pensioni di anzianità, il diritto alla pensione, a partire dal gennaio 2011, scatta 12 mesi dopo la maturazione dei requisiti per i lavoratori dipendenti, 18 mesi dopo per i lavoratori autonomi e per chi accede alla totalizzazione dei periodi assicurativi.

Si stimano “risparmi” di 6,5 mld dal 2011 al 2013, in buona parte derivanti dal posticipo delle pensioni di vecchiaia per i lavoratori dipendenti, un provvedimento che colpirà soprattutto le donne che sono quelle che più accedono al trattamento di vecchiaia, non riuscendo a raggiungere i requisiti contributivi per l’anzianità.

L’incidente di percorso in cui è incappato il governo, che ha dovuto smentire un emendamento alla manovra secondo il quale dal 2016 non sarebbero bastati 40 anni di lavorio per andare in pensione, non è “un refuso” come afferma Sacconi, ma è la direzione di marcia che governo e Confindustria vorrebbero intraprendere. Dal 1995, con la “riforma” Dini che ha eliminato il sistema di calcolo retributivo per le generazioni più giovani, il sistema pensionistico è stato fatto a pezzetti. L’obiettivo sarebbe quello di privatizzarlo e lasciare allo stato la copertura pensionistica degli indigenti. Certo, a causa della crisi attuale i fondi pensione non se la passano molto bene, ma la propaganda dei mass media sull’eccessiva spesa pensionistica che rischia di mandare in bancarotta il paese, nonchè sul presunto stato disastroso dei conti dell’Inps non si deve mai fermare.

A riguardo si impongono alcune considerazioni. Va sgomberato il campo dall’idea che in Italia la spesa per le pensioni sia superiore alla media europea. Secondo i dati Eurostat l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil è del 13,8% nell’Europa a 27, del 14,1% nell’Europa a 15. La spesa previdenziale italiana, se il confronto viene fatto su dati omogenei, è inferiore a quella dell’Europa a 15.

Il dato italiano passa al 17% del Pil per due motivi: perchè in esso vengono impropriamente conteggiate sia l’indennità di fine rapporto, sia gli interventi di contrasto alla disoccupazione come i prepensionamenti, e perchè la spesa pensionistica è conteggiata al lordo delle ritenute fiscali, mentre in alcuni paesi come la Germania non esistono e in altri come la Francia sono bassissime, in Italia invece sono pesanti con un prelievo fiscale pari al 2,4% del Pil. Va inoltre ricordato che nel 2009, come oramai avviene da diversi anni, il bilancio dell’Inps, presentato a fine aprile, si è chiuso con un attivo di 7,9 mld, nonostante un numero crescente di lavoratori con contribuzione ridotta o nulla.

Queste considerazioni finali peraltro non tengono conto delle gravi iniquità contenute nel bilancio stesso a danno soprattutto dei lavoratori dipendenti e della classe operaia che, come noto, in questo paese gode di trattamenti salariali e pensionistici inferiori a quelli dei maggiori paesi dell’Unione Europea.


7 luglio 2010

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