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Il 13 settembre, una dichiarazione del sindacato cubano (CTC) pubblicato su Granma ha annunciato un’ampia serie di cambiamenti epocali per l’economia del paese. Queste misure sono il risultato della dura crisi economica che investe Cuba, colpita duramente dalla recessione del capitalismo mondiale. Ciò evidenzia la dipendenza dell’isola dal mercato mondiale e l’impossibilità di “costruire il socialismo in un paese solo”.

La misura annunciata dalla dichiarazione del CTC che colpisce di più è il taglio di 500.000 posti di lavoro nel settore statale entro marzo del 2011 come parte del processo che mira a ridurli di un milione. Circa l’85% dei lavoratori cubani, 5 milioni, lavorano nel settore pubblico, dunque ciò implicherebbe un taglio del 20% e del 10% in sei mesi.

La dichiarazione spiega anche che questi lavoratori dovranno essere reimpiegati nel settore privato, con l’aumento delle licenze per attività indipendenti e familiari, alcuni lavoratori gestiranno in proprio queste licenze o attraverso cooperative, l’affitto dallo stato dei locali per gestire poi l’attività in proprio ecc.


Licenziamenti

Nel passato, i lavoratori licenziati ricevevano integralmente il salario di base fino a che non trovavano il nuovo lavoro. Ora, questi sussidi al 100% verranno limitati a un mese, dopo di che il sussidio si ridurrà al 60% del salario di base con una durata che dipende da quanto hanno lavorato in quel posto: chi ha lavorato fino a 19 anni un mese, due mesi per chi ha lavorato da 20 a 25 anni, tre da 26 a 30 anni di lavoro e un massimo di cinque mesi per chi ha lavorato oltre 30 anni.

Inoltre, quelli che rimarranno nel settore pubblico avranno la paga legata alla produttività, una misura che era già stata annunciata da Raul Castro ma che non tutte le aziende hanno applicato a causa della forte crisi economica che Cuba ha attraversato.

La dichiarazione ha anche ripreso altri punti sollevati da Raul Castro come che gli effetti di “una spesa sociale sovradimensionata” devono essere ridotti e che “sussidi eccessivi” e “servizi gratuiti non meritati” vanno eliminati. Ciò sembra l’annuncio di una completa riorganizzazione dello stato sociale da una situazione di universalità dei servizi a servizi molto più ridotti. Significherà probabilmente l’eliminazione del sistema di razionamento che da a tutti i cubani accesso a un paniere di base di beni fortemente sussidiati, per lo più cibo. L’espansione delle licenze di lavoro autonomo significa, in realtà, la legalizzazione della situazione di fatto in cui molti cubani sono costretti a utilizzare il mercato nero per mettere insieme il pranzo con la cena.


Lavoro autonomo

Per la prima volta, le piccole imprese private potranno assumere dipendenti e dovranno pagare i contributi per i lavoratori che impiegano. Chi si avvantaggerà delle maggiori licenze per imprese private e familiari rientrerà in una nuova struttura fiscale in cui pagherà il 25% di contributi sociali e imposte sui profitti dal 40% (ristoranti) al 20% per chi affitta delle stanze.

Lo stato spera di aumentare le entrate sul lavoro autonomo e le piccole imprese del 400%. A Cuba ci sono già 140.000 cuenta propistas, lavoratori in proprio legali e probabilmente altrettanti nel mercato nero. La cifra si è ridotta dal picco di 210.000 durante l’apertura dell’economia all’inizio degli anni ’90.

I salari monetari a Cuba sono relativamente bassi, ma i cubani ricevono molti servizi quasi gratuiti, la casa gratuita, i trasporti, l’istruzione, la sanità e i cibi di base con una tessera sociale. Il problema è che il salario sociale non permette più ai cubani di vivere e devono fare molte spese anche di base con il peso convertibile (CUC) che si scambia 1 a 24 con il peso cubano con cui sono pagati.

I negozi CUC sono gestiti dallo stato e operano sulla base di elevati ricarichi come mezzo per recuperare le valute forti che i cubani ricevono come rimesse dall’estero e con i loro affari legali, semi-legali e illegali con i turisti.

Tra le altre misure recentemente annunciate vi è l’estensione della durata dell’usufrutto sulle terre, per gli investitori stranieri, da 50 a 99 anni. Questa misura viene giustificata come volta a fornire “una maggiore sicurezza e garanzia agli investitori esteri” soprattutto nel settore turistico. Si parla già di aziende canadesi che andranno a costruire resort di lusso con tanto di campi da golf a 18 buche sull’isola.


Cuba alla mercè del mercato mondiale

Le misure annunciate e altre che erano state già preannunciate o sono in dirittura d’arrivo minacciano di aumentare la disuguaglianza, sviluppare l’accumulazione privata del capitale, minare fortemente l’economia pianificata e cominciare un processo irresistibile verso la restaurazione del capitalismo. Tutte queste misure sono il risultato della dura crisi economica che Cuba affronta da due anni.

Come abbiamo spiegato in un articolo precedente (Cuba 50 years later - part two, in inglese), l’economia cubana è estremamente dipendente dal mercato mondiale. Innanzitutto, il prezzo del petrolio e dei beni alimentari è aumentato fortemente nel 2007-2008. Cuba importa circa l’80% del cibo che consuma, per un totale di 1.500 miliardi di dollari, per lo più dagli Stati Uniti. Poi, è crollato il prezzo del nickel dal massimo di 24 dollari a libbra fino a 7 dollari a inizio 2010. Come risultato di questi fattori, la bilancia commerciale è peggiorata del 38% nel solo 2008.

La recessione mondiale ha anch’essa colpito negativamente l’importante settore turistico e le rimesse dei cubani all’estero che raggiungono i 1.100 miliardi di dollari. A tutti questi fattori negativi dobbiamo aggiungere la devastazione provocata da tre uragani nel 2008 che hanno causato perdite per quasi 10.000 miliardi di dollari.

Cuba è ora fortemente dipendente dall’esportazione di servizi professionali (principalmente medici in Venezuela) per le sue entrate in valuta pregiata che le consente di comprare beni sul mercato mondiale. L’esportazione di servizi medici vale 6.000 miliardi di dollari l’anno, tre volte le entrate generate dal turismo.

La combinazione di tutti questi fattori ha provocato un deficit commerciale record di 11.700 miliardi di dollari (+70% dal 2007) e un deficit della bilancia dei pagamenti di oltre 1.500 miliardi di dollari nello stesso anno (nel 2007, per raffronto, si era avuto un surplus di 500 milioni). Cuba non fa parte di nessuna istituzione finanziaria internazionale e nel contesto del crollo mondiale del credito e del blocco Usa si è rivelato impossibile ottenere linee di credito aggiuntive. Ciò ha condotto al default sul debito estero a metà 2008 (il debito estero di Cuba era di 17,8 miliardi di dollari nel 2007, circa il 45% del Pil).

Dopo una crescita stabile nel 2003-2007, che ha raggiunto il picco dell’11,2% e del 12,1% nel 2005-2006, il tasso di crescita si è fortemente ridotto al 4,1% nel 2008 e all’1,4% nel 2009. Nel 2008, lo stato ha avuto il più forte deficit fiscale del decennio, il 6,7% del Pil, ed è stato costretto ad applicare un programma di aggiustamento, tra cui una forte riduzione delle importazioni (compresi beni alimentari).

Tutte queste cifre dipingono un quadro dell’economia cubana con una base molto debole e fortemente dipendente dal mercato mondiale. In definitiva, si può dire che Cuba esporta materie prime (nickel), prodotti agricoli (zucchero) e soprattutto servizi professionali (medici) e riceve reddito dal turismo e dalle rimesse. Con la valuta forte che ricava, deve importare quasi tutto, dal cibo ai manufatti per non parlare dei beni capitali.

Ciò dimostra in effetti, non in modo teorico, ma nel freddo linguaggio dei fatti economici, l’impossibilità di costruire il socialismo in un solo paese. Era impossibile in Unione Sovietica, che dopo tutto era una nazione grande come un continente con enormi riserve naturali. È ancor meno pensabile in una piccola isola a 90 miglia dalla più forte potenza imperialista sul pianeta.


Il crollo dello stalinismo

La cosa che colpisce davvero è il fatto che la rivoluzione cubana sia riuscita a resistere dopo il crollo dello stalinismo in Unione Sovietica da cui era completamente dipendente dal punto di vista economico (spieghiamo questi aspetti in più dettaglio in Cuba 50 years later - part two). Ciò testimonia le profonde radici che la rivoluzione cubana ha ancora nella popolazione. Il cosiddetto periodo speciale ha mostrato la determinazione di un intero popolo a non lasciarsi schiavizzare di nuovo.

Che atteggiamento dovremmo prendere dunque verso queste proposte? È vero che, di per sé, l’apertura di piccole aziende non è una misura negativa. Un’economia pianificata non deve nazionalizzare tutto fino all’ultima bottega del barbiere. Questa è sempre stata una posizione caricaturale dello stalinismo. A Cuba, la nazionalizzazione delle piccole e medie imprese che ha avuto luogo nella “offensiva rivoluzionaria” del 1968 quando 58.000 piccole attività sono state espropriate. Gelatai, barbieri, calzolai, vennero tutti nazionalizzati. Si trattò di un passaggio per nulla necessario che creò solo un nuovo strato di burocrazia per controllare e gestire queste unità produttive molto ridotte. Nella transizione al socialismo, è inevitabile che continuino a esistere elementi di capitalismo assieme agli elementi dell’economia pianificata socialista. Ciò include un certo numero di piccole imprese, negozi, piccoli appezzamenti di terra ecc.

Ciò di per sé non pone minacce al socialismo, nella misura in cui i punti chiave dell’economia rimangono nelle mani dello stato e lo stato e l’industria sono nelle mani della classe operaia. Sulla base di questa condizione e solo di questa, un piccolo settore privato può essere accettato, poiché lo stato mantiene un controllo fermo sulle leve fondamentali dell’economia.

Negli anni 20 la rivoluzione russa fu costretta a fare concessioni alla produzione privata (soprattutto nell’agricoltura) e offrire concessioni al capitale estero, attraverso la NEP (Nuova politica economica). Lenin era pronto anche a offrire concessioni territoriali sulla Siberia ai capitalisti stranieri. Data l’estrema povertà del giovane stato sovietico, i bolscevichi non avevano mezzi per sviluppare il colossale potenziale minerale di quella vasta regione.

In cambio dell’investimento e della tecnologia estera, che mancavano entrambi alla rivoluzione, Lenin era pronto a offrire agli uomini d’affari stranieri di aprire fabbriche e miniere sul suolo sovietico, impiegare lavoratori e fare profitti, a condizioni che rispettassero le leggi sovietiche sul lavoro e pagassero tasse. Ma la condizione preventiva per fare queste concessioni era che la classe operaia, sotto la guida del partito bolscevico, mantenesse il controllo dello stato. In realtà, queste offerte vennero rigettate perché gli imperialisti volevano rovesciare lo stato sovietico, non commerciarci.

Tuttavia, queste analogie storiche hanno limiti ben definiti e possono sviare. La verità è sempre concreta. Non si tratta di ripetere verità generali sull’economia di transizione ma di analizzare fatti e tendenze concreti. Dobbiamo domandarci la cosa fondamentale: in questo contesto storico: quale sarà il risultato concreto di queste politiche per Cuba?

Il primo problema è che Cuba ha una base economica molto debole. Il secondo è che dista poche miglia dalla più potente economia capitalista del mondo. Il terzo è che, dopo anni di mal gestione burocratica, le aziende di stato sono in situazione disastrosa. E ultimo ma non meno importante, i lavoratori non sentono di poter controllare le industrie per cui lavorano e non hanno dunque interesse a problemi quali la produttività, l’efficienza ecc. C’è un generale senso di malessere e scontento che può portare a un ambiente di alienazione che porrebbe un gravissimo pericolo per il futuro della rivoluzione.

Tutti sono d’accordo che la situazione così com’è non può andare avanti, che “qualcosa deve cambiare”, che “qualcosa va fatto”. La domanda delle domande è: che fare?


Queste politiche funzioneranno?

L’idea che i problemi dell’economia cubana si possano risolvere promuovendo il settore privato è un errore molto grave, un errore che pone seri pericoli per il futuro della rivoluzione. L’esperienza lo dimostra. Ci sono stati già esperimenti di privatizzazione di piccole imprese, tra cui concessione data ai privati di botteghe di barbieri e di un’azienda di taxi.

I risultati sono stati contrastanti. Alcuni barbieri hanno scoperto che non riescono a produrre sufficiente reddito per ripagare l’affitto e le tasse allo stato, altri prosperano. I tassisti in un’azienda che li costringe a prendere a nolo le auto dall’azienda stessa protestano perché devono lavorare moltissimo solo per pagare il costo d’uso del taxi.

Non è chiaro da dove queste aziende riceverebbero il credito o da dove troverebbero efficientemente i fornitori ecc. L’esperienza delle cooperative agricole e dei produttori agricoli privati non ha avuto molto successo, perché dovevano fare i conti con un sistema statale molto burocratico per acquistare i loro prodotti, ritardi nei pagamenti, problemi ad avere fertilizzanti, semi ecc.

Un documento ufficiale si riferisce a molti di questi nuovi progetti che sono crollati in meno di un anno. La cosa non lascia molto spazio all’ottimismo! A differenza delle riforme degli anni 90, questa volta le imprese private potranno assumere lavoratori. Ciò creerà un considerevole settore  di piccoli capitalisti legalizzato: parliamo di 250.000 nuove licenze che si aggiungono alle 170.000 esistenti. È inevitabile che questo strato svilupperà i suoi interessi e le sue prospettive.

Si aprirà una voragine tra il settore pubblico e quello privato. In una situazione in cui lo stato non è in grado di produrre beni industriali e manufatti di buona qualità, il settore privato tenderà a crescere a spese di quello statale. In altre parole, gli elementi capitalisti cresceranno e quelli socialisti si ridurranno. L’idea che lo stato possa tenere sotto controllo gli elementi capitalisti è utopica. Quanto più il settore privato diventa forte, tanto più gli elementi di mercato si faranno sentire.

Ci saranno due tendenze contraddittorie che si escludono a vicenda. Prima o poi una deve prevalere. Quale? Il settore che in ultima analisi attrae più investimenti produttivi e su questa base riesce ad ottenere una più elevata produttività del lavoro e maggiore efficienza. La scelta di oggi di allentare le restrizioni sugli investimenti esteri implica un rapido aumento del flusso del capitale straniero nel settore privato, prima nel turismo e poi in altri settori.

La battaglia tra queste due tendenze non sarà vinta da discorsi ideologici o esortazioni astratte ma dal capitale e dalla produttività. Qui si mostrerà decisivo il peso dell’economia mondiale. La minaccia principale all’economia pianificata non viene da qualche tassista o barbiere ma dalla penetrazione del mercato mondiale a Cuba e da quegli elementi nella burocrazia che, in privato, favoriscono l’economia di mercato in opposizione all’economia pianificata socialista.

Parliamo francamente: c’è una forte corrente, al momento, tra gli economisti cubani che si esprime a favore di queste misure perché sono anche per l’abbandono dell’economia pianificata e per l’introduzione di meccanismi di mercato a tutti i livelli e per aprire il paese agli investimenti stranieri in tutti i settori. Ossia, sono a favore del capitalismo.

Queste persone stanno fondamentalmente proponendo una “via cinese”, sebbene, a causa delle forte critiche sviluppatesi a Cuba contro la Cina tra gli intellettuali di sinistra, preferiscono parlare di “modello vietnamita”. L’uso di una diversa terminologia è irrilevante. Una rosa con qualsiasi altro nome profumerebbe altrettanto dolcemente. E il capitalismo con qualunque altro nome puzzerebbe altrettanto terribilmente.

A prescindere dal nome con cui descrivono quel modello, le proposte sono chiare. “Lo stato non deve più pianificare l’economia ma regolarla”, “industria e agricoltura devono essere aperte agli investimenti stranieri”, ecc. Senza dubbio, le intenzioni di chi propone queste misure sono le migliori. Ma la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, e la restaurazione del capitalismo sarebbe un inferno per il popolo cubano, anche se qualcuno ancora non lo capisce.

Molto tempo fa, Fidel Castro respinse il “modello cinese” perché era solo un sinonimo per restaurare il capitalismo. Ma anche se considerassimo questa opzione, si capirebbe subito che è inapplicabile a Cuba. Le condizioni concrete sono del tutto differenti. Cuba è una piccola isola con una popolazione ridotta e poche risorse. La Cina è un vasto territorio con oltre un miliardo di abitanti, vaste risorse e una forte base industriale.

La sterminata classe contadina cinese ha fornito alle imprese capitaliste una riserva inesauribile di lavoro a basso costo, che ha costantemente rifornito le fabbriche del Guandong dove la manodopera ha condizioni di semi schiavitù con salari bassissimi. L’unica cosa che la variante cubana avrebbe in comune con la Cina è l’ultima: salari bassi.

Una Cuba capitalista non assomiglierebbe alla Cina o al Vietnam, ma piuttosto al Salvador o a Nicaragua dopo la vittoria della controrivoluzione. Tornerebbe presto a una situazione simile a prima del 1959, con miseria, degrado e dipendenza semi-coloniale. E senza considerare le intenzioni dei responsabili, le misure che hanno già trovato applicazione, faranno sviluppare un forte movimento verso la restaurazione del capitalismo, che distruggerebbe tutte le conquiste della rivoluzione. È l’inizio di una discesa su un piano inclinato scivoloso, che una volta cominciata è difficile da fermare.


Corruzione e burocrazia

Qualcuno dira che non si può continuare così! No, non si può. Ma prima di prescrivere la cura bisogna prima avere una accurata diagnosi della malattia. Se pensiamo che il problema sia intrinseco alla nazionalizzazione dei mezzi di produzione, dobbiamo dichiararci in favore della privatizzazione e dell’economia di mercato. Ma non accettiamo che le cose stiano così.

La superiorità dell’economia pianificata nazionalizzata è stata dimostrata dal successo colossale dell’Unione Sovietica in passato. Questo successo venne minato dalle distorsioni burocratiche derivanti dallo stalinismo e da corruzione, truffe e mal gestione che sono l’inevitabile conseguenza di un regime burocratico. Dopo un certo periodo, questi aspetti distrussero i vantaggi dell’economia pianificata e la demolirono. Questo è ciò che condusse al crollo dell’Urss, non difetti congeniti della pianificazione centrale.

Tutti quelli che a Cuba si considerano comunisti e sono preoccupati di vedere le conquiste della rivoluzione in pericolo dovrebbero studiare le lezioni della degenerazione della rivoluzione russa. Era l’esistenza parassitaria della burocrazia, di per sé conseguenza dell’isolamento della rivoluzione in un paese arretrato, che condusse, alla fine, alla restaurazione del capitalismo con il crollo sociale catastrofico che lo ha accompagnato. La pianificazione burocratica dell’economia portava a sprechi, mal gestione e corruzione. Alla fine la burocrazia decise di diventare essa stessa direttamente proprietaria dei mezzi di produzione.

Il problema della corruzione e della burocrazia a Cuba è stato denunciato dallo stesso Fidel Castro in un importante discorso agli studenti universitari nel 2005. Più di recente la questione è stata sollevata in modo acceso da Esteban Morales, direttore onorario del Centro per gli studi sugli Stati Uniti dell’università dell’Havana. In un articolo pubblicato sul sito del Sindacato nazionale degli scrittori e degli artisti (UNEAC), ha identificato con chiarezza la principale minaccia controrivoluzionaria a Cuba oggi:

“non possiamo avere dubbi che la controrivoluzione, poco alla volta, sta prendendo piene a certi livelli nello stato e nel governo. Senza dubbio, diviene evidente che ci sono persone in posizioni di responsabilità nel governo e nello stato che si preparano finanziariamente al crollo della rivoluzione e altri potrebbero aver preparato tutto per trasferire i beni dello stato in mani private, come successe nella vecchia Unione Sovietica”

Ha spiegato che il problema del mercato nero e della corruzione non sta tanto nelle persone che stanno fuori dai grandi centri commerciali e offrono prodotti che non si trovano sugli scaffali dei negozi ma piuttosto in quelli che li riforniscono. In un altro articolo Morales spiega come:

“I veri corrotti non sono quelli che vendono latte in polvere e nemmeno quelli che vendono beni durevoli proprio appena fuori i centri commerciali, ma quelli che, dalla loro posizione nel governo e nello stato, controllano e aprono le porte dei magazzini”.

Morales spiega che la corruzione a tutti i livelli della burocrazia è nei fatti molto più pericolosa dei cosiddetti dissidenti, che non hanno nessuna base nella popolazione dato che

“la stessa gente, su cui i dissidenti per ora non hanno alcuna presa, se colpita dall’ambiente di corruzione, sfiducia nella direzione del paese, se vede l’immoralità nella gestione delle loro risorse (perché le risorse appartengono al popolo e queste non dovrebbero essere solo parole), in una situazione di crisi economica, che non è stata superata, si demoralizzerà e indebolirà la resistenza nella lotta politica”.

Dopo poco la pubblicazione dell’articolo originale, che si intitolava “Corruzione, la vera controrivoluzione?”, Morales è stato espulso dal Partito comunista, nonostante le proteste di molti militanti della sua sezione e l’articolo è stato rimosso dal sito dell’UNEAC.

Come ha spiegato lui stesso, Esteban Morales è un comunista convinto con oltre 50 anni di lotte sulle spalle. Ha quindi deciso di scrivere un altro articolo che denuncia questi metodi che hanno un effetto demoralizzante sui rivoluzionari e i comunisti. Ha insistito nel legare i problemi della corruzione alla questione della burocrazia e ha fatto un appello alla base del partito per condurre una campagna contro entrambi. Ha osservato che le organizzazioni di base del partito non dovrebbero limitarsi a discutere di problemi locali ma affrontare i problemi nella loro interezza. “Questa situazione, osserva, impedisce alle organizzazioni di base del partito di veicolare le critiche al vertice, che sarebbero molto importanti in termini di controllo dell’attività degli organismi più alti da parte delle base”. Ha proseguito evidenziando che “la parte più importante del partito è la militanza, non i suoi organismi di vertice a ogni livello. Questa deformazione si è pagata cara nell’Urss”.

Morales sta affrontando con chiarezza uno dei problemi centrali che la rivoluzione cubana ha davanti. Quando Raul Castro ha preso il potere, ha aperto un ampio dibattito nazionale sul futuro della rivoluzione. Centinaia di migliaia, milioni di persone hanno partecipato al dibattito e hanno contribuito con le loro idee su come migliorare la rivoluzione. Si è trattato di un dibattito che ha generato vero entusiasmo. Tuttavia, non c’erano meccanismi effettivi attraverso cui il popolo che partecipava poteva decidere l’esito del dibattito. Si sono fatte migliaia di proposte, spedite alle strutture competenti ma di cui nessuno ha più sentito parlare. In realtà, non si è trattato di un vero processo di decisione ma piuttosto di una consultazione, che è molto diverso.

La mancanza di vera democrazia operaia, in cui lavoratori comuni partecipano direttamente alla gestione dello stato e dell’economia, è una delle principali minacce alla rivoluzione. Alimenta demoralizzazione, scetticismo, cinismo e mina in generale il morale rivoluzionario del popolo. Se si combina con una situazione in cui le esigenze fondamentali non sono soddisfatte, il potere d’acquisto dei salari si riduce e tutti conoscono bene la corruzione e i furti che avvengono al vertice dello stato, c’è un enorme pericolo di controrivoluzione.

Un altro esempio di questo è il differimento del VI congresso del partito comunista che avrebbe dovuto avere luogo l’anno scorso, dopo che sono già passati dodici anni dal quinto, nel 1997. Ci sono molti militanti del partito che condividono le preoccupazioni di Esteban Morales. Temono che sezioni della burocrazia porteranno alla restaurazione del capitalismo come è successo in Unione Sovietica. Ci sono molti segnali di questo fermento crescente nella sinistra cubana.


Quale strada?

È chiaro che lo status quo non si può mantenere indefinitamente, ma le misure introdotte sono un passo avanti o indietro? Si potrebbe dire che, in condizioni sfavorevoli, la rivoluzione deve prepararsi a fare dei passi indietro. Sono frequenti i riferimenti a Lenin e alla NEP in questo contesto. Come idea generale, è senz’altro corretto che a volte è necessario ritirarsi. Ma un generale che si ritira deve stare attento a non trasformare la ritirata in una disfatta. Ed è completamente inaccettabile confondere ritirate tattiche con rese senza condizioni.

I bolscevichi non hanno mai avuto illusioni sulla possibilità di costruire il socialismo nella Russia arretrata. Lenin ha osservato molte volte che per consolidare i guadagni della rivoluzione e avanzare verso il socialismo, occorreva la vittoria della rivoluzione socialista in uno o più paesi avanzati europei. Sarebbe stato possibile se non fosse stato per la codardia e i tradimenti dei dirigenti socialdemocratici europei. Una volta isolata in condizioni di spaventosa arretratezza, per la rivoluzione russa, la ritirata era inevitabile.

Le misure difese da Lenin erano chiaramente spiegate come un passo indietro temporaneo, causato dal ritardo della rivoluzione mondiale, non come un passo avanti. I bolscevichi, guidati da Lenin e Trotskij, continuavano a sottolineare l’esigenza che la rivoluzione mondiale venisse in aiuto alla Russia sovietica e combattevano contro la strisciante burocratizzazione delle istituzioni statali per preservare la democrazia operaia. Tutte le loro speranze erano basate sulle prospettive della rivoluzione socialista internazionale.

Non è un caso che Lenin e Trotskij prestassero così tanta attenzione alla costruzione della Terza Internazionale (l’Internazionale comunista). Un atteggiamento di chiuso nazionalismo gli era del tutto alieno. Allo stesso modo, Che Guevara incarnava lo spirito internazionalista della rivoluzione cubana. Il Che comprese che, in ultima analisi, l’unico modo per salvare la rivoluzione cubana era di espandere la rivoluzione all’America Latina, una causa per cui fu disposto a sacrificare la vita.

Le condizioni oggettive per la vittoria della rivoluzione socialista in America Latina sono mille volte più avanzate oggi rispetto al 1967. La rivoluzione venezuelana, assieme a Cuba, ha fornito un punto di riferimento per la rivoluzione in Bolivia, Ecuador e altri paesi. L’iniziativa del Presidente Chavez di lanciare la Quinta Internazionale, con lo scopo di rovesciare l’imperialismo e il capitalismo, dovrebbe ricevere il sostegno entusiasta dei rivoluzionari cubani. Questa è la speranza del futuro!

Secondo noi, l’unica vera via di uscita per la rivoluzione cubana sono l’internazionalismo rivoluzionario e la democrazia operaia. Il destino della rivoluzione cubana è fortemente legato al fato della rivoluzione venezuelana e alla rivoluzione nell’America Latina in prima istanza e alla rivoluzione mondiale in generale.

Non si tratta di “esportare il nostro modello” ma di dare un sostegno attivo alle forze rivoluzionarie che combattono contro l’imperialismo e il capitalismo in America Latina e oltre. Invece di fare concessioni alle tendenze capitaliste, la rivoluzione cubana dovrebbe proporre con chiarezza l’espropriazione dell’oligarchia, dei capitalisti e dell’imperialismo come unica strada per il Venezuela, la Bolivia, ecc. Questa è proprio la lezione che si può trarre dall’esperienza viva della stessa rivoluzione cubana. Solo l’espropriazione dell’imperialismo e dei capitalisti cubani permise alla rivoluzione di avanzare dopo il 1959.

Ma una politica internazionalista non risolverà i problemi del popolo cubano qui e ora! Certo che no! Non siamo utopisti. Né confondiamo la strategia con la tattica. È necessario combinare una politica internazionalista rivoluzionaria con le misure concrete per risolvere i problemi economici di Cuba. La questione è: come risolverli? Secondo noi, le misure proposte non forniranno una soluzione duratura. Possono riuscire temporaneamente a eliminare certi colli di bottiglia e la scarsezza di certi prodotti, ma solo a costo di provocare nuove e insolubili contraddizioni nel medio e lungo termine.

Ci potrebbe essere una parte della società cubana che accoglierà volentieri le riforme prospettate, con l’idea che “qualcosa si deve fare”. Ma quando se ne sentiranno tutti gli effetti, l’ambiente cambierà. L’unico modo reale di migliorare la produttività del lavoro è di far capire ai lavoratori che sono loro a decidere, ossia introducendo le più ampie misure di democrazia operaia nell’industria, nella società e nello stato.

Il popolo cubano ha mostrato molte volte che è pronto a fare sacrifici per difendere la rivoluzione. Ma è essenziale che i sacrifici siano gli stessi per tutti. Abbasso i privilegi! Dobbiamo tornare alle semplici regole della democrazia sovietica che Lenin propose in Stato e rivoluzione, non per quando sarebbe arrivato il comunismo o il socialismo ma per il giorno dopo la rivoluzione: tutti i funzionari siano eletti e revocabili, nessun funzionario riceva un salario maggiore di un lavoratore specializzato, rotazione di tutti gli incarichi (se tutti fanno i burocrati nessuno è un burocrate), abolizione dell’esercito permanente, armare il popolo.

Che Guevara insisteva sull’importanza dell’elemento morale nella produzione socialista. È ovviamente vero ma può essere garantito solo in un regime di controllo operaio, quando ogni lavoratore sente responsabile per le decisioni che influenzano la produzione e ogni aspetto della vita. Tuttavia, dati i grandi problemi che ci sono, alcuni incentivi materiali sarebbero necessari.

Il principio base, in questa fase, rimarrebbe da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il lavoro svolto. Ciò implica l’esistenza di differenze salariali, come era anche in Russia subito dopo la rivoluzione. Ma ci dovrebbe essere un tetto a questi differenziali che dovrebbe tendere a ridursi nel tempo, nella misura in cui aumenta la produzione e con essa la ricchezza e il benessere della società.

Ma l’incentivo più grande è chiaramente quando i lavoratori sentono che il paese, l’economia e lo stato gli appartengono e si può avere solo se sono i lavoratori stessi a prendere tutte le decisioni e tutti i funzionari eletti rispondono a loro. Solo su questa base la radice socialista della rivoluzione cubana può essere difesa e si può sconfiggere la controrivoluzione capitalista.


Qual è l’alternativa?

Quando i dirigenti del Partito comunista in Cina cominciarono in origine il loro programma di riforme non avevano idea che stavano preparando la strada alla restaurazione capitalista. Ma l’introduzione di alcune misure di mercato (in nome dell’efficienza), in un lungo periodo di tempo, ha condotto al ritorno del capitalismo, con un enorme aumento della disuguaglianza, al distruzione del sistema di sicurezza sociale, ecc.

Quelli che hanno beneficiato di questo processo non sono stati i lavoratori e i contadini ma i burocrati. Non sorprende dunque che settori della burocrazia a Cuba stanno guardano alla Cina come modello. Qualcuno può essere impressionato dalla crescita del Pil in Cina, trascurando le enormi contraddizioni sociali che si sono accumulate. Ad ogni modo, l’applicazione del “modello cinese” a Cuba non produrrebbe nemmeno crescita economica, ma piuttosto un rapido e catastrofico crollo dell’economia pianificata. Le multinazionali straniere, dalla Spagna, dal Canada, dal Brasile, dal Messico e da altri stati, che già operano a Cuba, guardano a questo processo e si stanno già posizionando. Che cosa cercano? Materie prime, lavoro a basso costo e un clima favorevole dell’isola, ossia la ri-colonizzazione di Cuba.

Importanti settori della classe dominante statunitense si chiedono se il blocco è la politica più intelligente per minare la rivoluzione cubana o se stanno perdendo delle possibilità di investimento a scapito di multinazionali di altri paesi. La restaurazione del capitalismo a Cuba getterebbe l’isola indietro agli anni ’30, dominata dal capitale straniero, una località amena per i turisti dei paesi avanzati. Ma non deve andare per forza così.

A Cuba ci sono molti che sono giustamente preoccupati della situazione attuale ma non vogliono una soluzione sulle linee di un’economia di mercato. Se venisse presentata una chiara alternativa  basata sull’internazionalismo rivoluzionario e la democrazia operaia, migliaia di onesti comunisti, veterani della rivoluzione, intellettuali, giovani, lavoratori, tutti coloro che non sono disposti a lasciare che la rivoluzione sia distrutta dall’imperialismo o da forze interne si unirebbero in un fronte comune. Per andare avanti, dobbiamo tornare prima al programma di Lenin!

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