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Bin Laden è morto. Per la terza volta. Come in una cattiva serie televisiva, per dieci anni gli sceneggiatori americani non si sono inventati molto altro. E quindi il cattivo è stato dato per morto due volte e per tre volte è stato ammazzato.

Sappiamo che l’ideologia dominante è l’ideologia della classe dominante. La classe dominante proietta su ogni aspetto della vita la propria immagine di sé e del mondo. Perfino nei fumetti si riflette la presunta neutralità dello Stato. Il supereroe non interviene per difendere interessi materiali ed economici, ma per il puro gusto del bene, sgominando cattivi dallo smodato egocentrismo. Ma a furia di propaganda, il rapporto tra mito e realtà appare quasi invertito. Non è il fumetto a riflettere la classe dominante, ma è il presidente degli Usa che ci appare come in un fumetto. Si presenta di fronte alle telecamere e afferma: “We got it”. Ce l’abbiamo. Chi? Il Dottor Male, Osama Bin Laden. Ma questo non è un film e gli effetti speciali sono di pessima qualità: fotomontaggi approssimativi, storie poco credibili, personaggi stereotipati. Pessima la fotografia e noiosa la sceneggiatura.

Noi non ci addentreremo nella dietrologia: Osama era già morto, è morto veramente, è mai esistito? Prenderemo l’annuncio degli Usa, vero o falso che sia, come un fatto politico. Ammesso che in passato abbia giocato il ruolo che gli si attribuisce, Osama Bin Laden non contava più nulla. Non muoveva i fili del cosiddetto fondamentalismo islamico, né era il mito a cui inneggiano le rivoluzioni arabe. Era poco più di un simbolo. Offerto in pasto all’opinione pubblica mondiale per giustificare una strategia, ora il simbolo è stato soppresso. Così gli Usa comunicano che la strategia cambia. E cambia perché quella precedente ha fallito.

La guerra è persa

Ad aprile un sondaggio del New York Times ha rivelato che ben il 70% degli americani ritiene che il paese stia andando male. Obama è al picco minimo della popolarità. Deficit e debito pubblico sono fuori controllo. Il capo economista dell’Fmi ha definito il budget Usa “poco credibile”. Lo stesso mese, il Congresso ha approvato il più grosso taglio della storia Usa: 39 miliardi di dollari, sottratti in grossa parte a spese di assistenza sociale e sanitaria.

L’espansione militare americana ha quindi raggiunto il proprio limite oggettivo. Eppure gli Usa sono avvitati in una contraddizione insolubile: il declino economico li spinge a rivalersi sul terreno politico e militare, l’impegno sul terreno militare ne accelera il declino economico.

Anche ammettendo che le guerre degli ultimi 10 anni siano state dirette contro Al Qaeda, che costo hanno avuto? Le 3 operazioni militari – Enduring Freedom (Afghanistan), Iraqi Freedom (Iraq), Noble Eagle (potenziamento basi militari nel mondo) – sono costate 1.300 miliardi di dollari. Il debito Usa era di 6.400 miliardi di dollari nel 2003 ed è di 13.345 oggi, pronto a sfondare il tetto – stabilito per legge – dei 14mila miliardi di dollari.

Eppure gli Usa non possono semplicemente rinunciare al proprio protagonismo militare, come dimostra il caso libico. Significherebbe formalizzare il proprio declino. Ma rispetto al 2001, il divario tra fronti aperti e capacità umane ed economiche è spaventosamente più ampio. Le rivoluzioni arabe costringono il gendarme a stelle e strisce a correre da un paese all’altro. Non c’è alternativa quindi a ridislocare le risorse in campo. L’Afghanistan, in particolare, dal punto di vista militare è un pantano senza fine.

Nel 2008 il costo delle operazioni militari Usa in Iraq era di 142 miliardi di dollari e in Afghanistan di 43. Oggi l’Iraq costa 49 miliardi, mentre l’Afghanistan 118. E la situazione non è mai stata tanto sfavorevole. Gli attacchi verso il contingente di occupazione internazionale sono passati dal picco di 634 nel 2008 a quello di 1.541 nel 2010. L’Afghanistan ha superato da pochi mesi la durata della guerra in Vietnam, diventando ufficialmente la campagna bellica più lunga della storia Usa. A poco o nulla è valso mandare altri 40mila soldati.

La tensione tra Casa Bianca e comando militare è arrivata alle stelle. Prima è stato rimosso McChrystal, ideatore dell’aumento delle truppe e della guerra a rete. Dopo 8 mesi viene ora rimosso – ufficialmente promosso – Petraeus, teorizzatore della “controinsurrezione” basata sulle tribù locali. In realtà, in Afghanistan la guerra è persa. Non rimane altro che la ritirata travestita da disimpegno, sancita da un accordo sottobanco con i Talebani che salvi almeno le apparenze. Ai talebani rimarrebbe il controllo del territorio, agli Usa una parvenza di governo centrale a Kabul. Ma per mutare la sostanza, era necessario trovare nuove forme: l’uccisione – reale o mass mediatica che sia – di Bin Laden va in questa direzione. Eliminato il pretesto dell’attacco, è creata la base psicologica per la ritirata. La società Usa ha ricevuto così l’ennesima dose massiccia di droga. Ma quando l’effetto cala, la realtà è più buia di prima.

La situazione in Pakistan

Tra le strategie imperialiste e la realtà si apre un divario sempre maggiore. Hanno eliminato Bin Laden per disimpegnarsi dalla zona e presto potrebbero essere risucchiati nuovamente nell’area. è successo così in Afghanistan: tutto ciò che gli imperialisti hanno combattuto negli ultimi 10 anni è stato creato da loro negli anni ‘80 in chiave antisovietica. Ora sembra arrivato il turno dello scontro con il Pakistan. Quest’ultimo è rispettivamente il quinto e il quarto paese al mondo in quanto a sovvenzioni economiche e militari da parte degli Usa. Eppure le ragioni di tensione con gli Usa sono in continuo aumento.

Nel caso del blitz contro Bin Laden, la scelta è stata lasciata ai servizi segreti pakistani: passare per incompetenti o per complici di Al Qaeda. Il covo di Bin Laden era ad Abbottabad, sperduto centro a poco meno di 150 km da Islamabad. Si trattava di una villa fortificata, a pochi metri da un’accademia militare e costruita su territorio militare. Immaginatevi che ai margini di Camp Darby o a Sigonella, venga tollerato per oltre 10 anni un edificio enorme e fortificato. C’è chi ipotizza che il blitz Usa abbia voluto umiliare i servizi segreti pachistani (Isi), colpendo platealmente il loro legame con i Talebani. Del resto le stesse fonti del Pentagono hanno lasciato trapelare che “il Pakistan non è stato avvertito perché avrebbe informato Bin Laden”. E c’è chi invece sostiene che Bin Laden sarebbe stato consegnato agli Usa dall’Isi stesso in cambio di nuova agibilità in Afghanistan. In questo caso tra i due Stati vi sarebbe solo un gioco delle parti. Entrambe le cose sono probabilmente vere: in Pakistan non c’è un solo Stato, ma un coacervo di cordate repressive in lotta l’una contro l’altra.

Gli Usa hanno avuto l’assistenza di un settore dell’apparato statale pakistano e contemporaneamente potrebbero aver sancito la rottura con un altro settore. Se così fosse, questo gioco avrebbe solo l’effetto di esacerbare la guerra civile strisciante in cui è immerso il paese.

Il Pakistan ha già oggi più vittime per bombe e attacchi suicidi dell’Afghanistan: 30mila vittime tra i civili e 5mila tra le forze di sicurezza. Che gli Usa si disimpegnino dalla zona con in mano un accordo con i talebani o dando l’ultima lezione ai servizi segreti pachistani, poco cambia. Lo scontro tra signori della guerra e della droga nella zona ne esce solo alimentato. Come nei fumetti, il mondo è in pericolo. Ma qua nella realtà Capitan America è parte del problema.

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