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Il cambiamento del voto alle elezioni amministrative e il dibattito di Rifondazione Comunista

Nei giorni 21 e 22 maggio sì è tenuto a Roma il Comitato Politico Nazionale del Prc, alla sua prima riunione dell’anno. Al centro della discussione c’è stata la valutazione dei risultati dell’ultima tornata elettorale, sulla quale abbiamo già pubblicato un articolo di bilancio.

 

La discussione è stata aperta da una analisi dei dati di Gianluigi Pegolo (responsabile Enti Locali) e da un intervento politico di Paolo Ferrero.

Il segretario del partito ha parlato in un clima di maggiore distensione, dovuta alla sostanziale del tenuta del voto alla Federazione della Sinistra, che non ha registrato ulteriori arretramenti dopo il mancato raggiungimento del quorum alle europee del 2009 e l’esito negativo delle regionali del 2010: “possiamo ancora dire la nostra, non come una specie in via di estinzione”.

Secondo Ferrero, occorre lavorare “per impedire la costruzione di un polo escludente Pd-Idv-Sel”. A tal scopo occorre “procedere di pari passo con la ricerca di una unità a sinistra e sul progetto del fronte democratico per cacciare Berlusconi”.

Nel corso del dibattito, dopo la sottolineatura dei risultati di Milano e Napoli, non sono mancate analisi spregiudicate sulle debacle di Torino e Bologna dove, tralasciando qualsiasi considerazione su anni di subalternità al centrosinistra che hanno ridotto al lumicino la nostra capacità di giocare un ruolo indipendente in queste due città, particolarmente i compagni di Essere Comunisti si sono sentiti in dovere di censurare il minoritarsimo della collocazione torinese, assolvendo in toto (sulla base di complicate acrobazie matematiche) la subalternità al Pd sotto le due torri.

Le indicazioni uscite dal Cpn sono:

-    proposta del fronte democratico;

-    lavorare per l’unità a sinistra con Sel e Idv (per evitare di andare a discutere con il Pd in ordine sparso) puntando alla costituzione di gruppi uniti nei consigli comunali e provinciali;

-    una campagna sociale con la proposta di una tassa patrimoniale, la restituzione dei fondi pubblici presi dalle aziende che delocalizzano e il taglio degli stipendi ai parlamentari.

Una campagna che, pur sollevando temi sacrosanti, cala sul corpo del partito nella più totale assenza di riferimenti spazio-temporali: buona oggi come poteva esserlo dieci anni fa, al di fuori di considerazioni su come lavorare per entrare in relazione coi migliori attivisti operai, che si sono affacciati sull’arena della lotta di classe, a partire da Pomigliano, passando per il corteo del 16 ottobre dell’anno scorso e lo sciopero dei metalmeccanici del 28 gennaio, per finire con lo sciopero del 6 maggio che ha visto una nuova combattività da settori come il commercio, la conoscenza e il pubblico impiego, spinti a mettersi dietro alla battaglia della Fiom per riconquistare il contratto nazionale.

Rispetto alla linea politica, il gruppo dirigente del partito ripropone per l’ennesima volta la linea a cerchi concentrici: unità a sinistra, fronte democratico delle forze di centrosinistra. Non pervenuta, nella discussione di questo Cpn, la Federazione della Sinistra (che dovrebbe costituire il primo cerchio di questa proposta politica “circolare”), per tacere della questione dell’“unità dei comunisti”, anch’essa sparita dai radar.

La proposta dell’unità a sinistra con Idv e Sel, vagheggiando di un irrealizzabile polo autonomo dal centrosinistra (irrealizzabile proprio perchè la collocazione di queste due formazioni è saldamente interna al centrosinistra) arriva a prefigurare la costituzione di gruppi comuni nelle istituzioni, che appannerebbe ulteriormente la già decimata presenza istituzionale del partito, intrappolata nel groviglio dei veti incrociati tra Sinistra e Libertà e Italia dei Valori, su questo o quel provvedimento.

Gli exploit di Pisapia e De Magistris portano il gruppo dirigente del partito a illudersi sulla possibilità di influenzare un Pd ora costretto a guardare di più alla sua sinistra dove Rifondazione “può ambire a giocare un ruolo di primo piano nella costruzione del profilo dell’alternativa”.

La proposta del fronte democratico per battere Berlusconi è una carta rispolverata già in molte altre occasioni nel corso degli ultimi 15 anni. L’ultima volta è stata tirata fuori prima che il tentativo di affossare il governo naufragasse il 14 dicembre scorso. Adesso, di fronte ad un voto che punisce severamente l’asse PdL-Lega, torna di gran moda.

Ma non basta ripeterla all’infinito per spiegare come possa essere possibile costituire un fronte democratico col Pd, che né in politica interna, né in politica economica, né in politica estera (si veda l’oltranzismo con cui hanno sostenuto i bombardamenti sulla Libia anchementre il centrodestra era diviso) dimostra in alcun modo di essere seriamente condizionabile da sinistra.

Il fronte democratico trascinerà Rifondazione in un nuovo governo con il centrosinistra? A questa domanda Ferrero ha detto che non risponderemo nè ‘Sì’ no ‘No’. Nel documento conclusivo si scrive ‘la nostra valutazione di fase, per quanto riguarda la non praticabilità di un accordo organico di governo, non rende meno necessario la qualificazione programmatica dell’alleanza da costruire facendo vivere percorsi e confronti unitari e a sinistra.’ Basta porsi la domanda di come sia possibile qualificare il programma di una coalizione senza fare un accordo di governo per capire tutta l’ambiguità di questa linea. La teoria di Ferrero delle “mani libere” (appoggiamo il centrosinistra ma poi saremo indipendenti e fuori da ogni vincolo) è crollata nel giro di due giorni di dibattito nel quale è stata criticata sia da sinistra (si vedano i nostri interventi), sia da destra; la formulazione finale del testo qui citata costituisce una concessione appunto alla critica da destra. È facile prevedere che non sarà l’ultima.

Nel frattempo, in attesa di una risposta, il dibattito tra il gruppo dirigente si è riempito di richiami all’inutilità che dimostreremmo se non accettassimo la “sfida del governo”. Quella stessa sfida che nel 2008 c’ha portato a sparire dal parlamento e che ora ci prepariamo ad affrontare di nuovo con argomentazioni nient’affatto innovative.

Sulla questione sindacale, il segretario è riuscito nell’impresa di essere d’accordo col gruppo dirigente della Fiom quando questo sbaglia (si veda vicenda Bertone) e a criticarlo per quanto di positivo fa, rivolgendo una implicita accusa di pansindacalismo ossia di teorizzare e praticare l’azione sindacale come sostituto di quella politica (accusa poi confusamente ritrattata nelle conclusioni del dibattito).

Singolare anche la tesi di Ferrero secondo la quale si sarebbe chiusa la fase di “Pomigliano non si piega”, giungendosi a dire che in fondo alla Fiat non c’è stata lotta di classe ma solo un voto di oppopsizioone nel referendum di fabbrica.

Dichiarazioni decisamente intempestive che tentano di seppellire il conflitto operaio 24 ore prima che i lavoratori di Fincantieri facessero esplodere la loro rabbia nelle strade di Genova e Castellammare!

Un velo pietoso è bene stenderlo sul fatto che nella Federazione della Sinistra siamo ancora fianco a fianco con Lavoro e Solidarietà che in Cgil continua a rimanere silente di fronte all’appoggio della maggioranza alla guerra in Libia, nonchè alle proposte della Camusso di rivisitazione del contratto nazionale su cui la segretaria generale ha imposto un voto al primo direttivo nazionale dopo lo sciopero del 6 maggio.

Il documento votato dalla maggioranza del Cpn ha visto l’astensione dei compagni Bonadonna e Valentini. Il primo critica una presunta mancanza di decisione nella proposta di unità a sinistra e il secondo mentre il secondo ha chiesto di abbandonare esplicitamente il rifiuto di entrare in un governo nel centrosinistra, picconando l’ultimo mattoncino dell’impianto di Chianciano, rimasto in piedi barcollante.

Hanno votato contro i compagni Targetti, D’Angelo e Malerba con un richiamo davvero fuori tempo massimo alla spinta salvifica dal basso dei “cento circoli” che costituiva il mantra del terzo documento allo scorso congresso seppellito da mille divisioni e scissioni di destra e di sinistra.

La nostra area ha presentato un documento che abbiamo già pubblicato su questo sito.

Ora inizierà il percorso per l’ottavo congresso del partito, dove dovrà essere messo al centro un bilancio sul percorso di “costruzione” della Federazione della Sinistra e sullo stato del partito.

A questo Cpn la Federazione della sinistra è stata solo invocata richiendone una riunione degli organismi nazionali che non si sa se e quando si farà. I risultati di queste amministrative confermano la sua sostanziale natura di cartello elettorale.

Rispetto al partito, è evidente che le prospettive di rilancio rimangono strettamente ancorate alla presenza di un corpo militante che possa sviluppare iniziativa nei luoghi di lavoro e di studio, nel territorio.

La ricerca di un’alternativa a sinistra che abbiamo visto alle elezioni ci permette di lavorare in una situazione politica più promettente.

Il vero e decisivo pericolo nella nuova fase è che delle speranze di cambiamento che si sono manifestate con il voto a Pisapia e De Magistris noi non raccogliamo gli aspetti più radicali, ma solo le inevitabili illusioni in un nuovo governo di centrosinistra.

La discussione sul governo ha avuto dei tratti surreali. Decine di interventi che si sono profusi nella ricerca della migliore geometria possibile per arrivare ad un’alleanza col centrosinistra che, al tempo stesso, preservi il nostro profilo alternativo. Così si è arrivati a definire la possibilità di costituire un polo di sinistra con Sel e Idv sapendo bene che non sarebbe affatto un polo indipendente bensì la certificazione della nostra internità al centrosinistra (vista la collocazione che mantengono Sel e Idv).

Invece di rincorrere l’eterna “offensiva a sinistra” (che più che una offensiva sembra una lamentosa richiesta di non essere scaricati), occorre investire nella ricostruzione di quella rappresentanza di classe oggi assente lavorando a mettere in piedi un polo della sinistra di classe che si candidi a rompere l’alternanza bipolare interna alle compatibilità di questo sistema economico.

Senza perdersi nelle geometrie elettorali, dobbiamo raccogliere la sfida per l’egemonia nel movimento operaio, nella nuova situazione sociale delineata dal riaffacciarsi della radicalità del conflitto di classe come si è espresso dal 16 ottobre allo sciopero della Fiom per finire con la lotta di queste ore dei lavoratori di Fincantieri.

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