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Il movimento “Occupy Wall Street” è entrato come un fiume in piena sulla scena della politica americana. Non dà segni di stanchezza: le manifestazioni si susseguono e coinvolgono sempre più città. Non conosce confini, ispirandosi alle rivoluzioni arabe ed ai movimenti di massa in Grecia e Spagna. Costringe presidenti come Barack Obama a misurarsi con esso, quando ammette che tale movimento esprime la “frustrazione di tutti gli americani”. Una frustrazione che è aumentata durante il suo fallimentare mandato.

“Ne abbiamo abbastanza! Siamo il 99%”. Questa è la convinzione espressa da questi giovani coraggiosi che stanno occupando Fredom Plaza a New york, a pochi passi da Wall Street. E si diffonde. Le occupazioni si sono diffuse a numerose città in tutti gli Stati Uniti, ispirate dalla reciproca eroica resistenza ai tagli e ai programmi di austerità che sono imposti sulle nostre teste. È l’inizio di un nuovo risveglio, di una nuova presa di coscienza, e ancora più importante di un desiderio di agire, di fare veramente qualcosa. Migliaia di giovani, un tempo definiti apatici e apolitici, hanno oggi aperto gli occhi.

Nelle parole di Bob Masters del “Communications workers of America” “Occupy Wall Street ha catturato lo spirito del nostro tempo. Questa è Madison (la capitale del Wisconsin teatro di manifestazioni di massa all’inizio del 2011, ndt). Questo è Il Cairo.  Questa è la Tunisia”.

Era dal movimento antiglobalizzazione del 1999-2000 che non vedevamo una tale convergenza di lotte. L’11 settembre, il Patriot Act, un decennio di guerre e le illusioni nella presidenza democratica avevano spintosottotraccia rabbia e insoddisfazione. E oggi quest’ultimo è più chiaro che mai: il dominio delle multinazionali sull’economia e la politica. Sempre più gente sta cominciando a capire che la radice di tutte questi problemi è solo una: il capitalismo.

Molti sindacati hanno già dichiarato la propria solidarietà con gli occupanti di Wall Street. Gli attestati di solidarietà sono importanti ma quello di cui più c’è bisogno è la mobilitazione attiva. I lavoratori sindacalizzati a New York sono un milione e duecentomila e potrebbero chiudere la borsa di Wall Street in un battito di ciglia, tagliando la luce e le linee telefoniche, cessando di raccogliere i rifiuti e di fare le pulizie, bloccando i trasporti e chiamando a raccolta decine di migliaia di lavoratori per occupare fisicamente Manhattan.

Il movimento #occupy deve rivolgersi ai sindacati e cercare di diffondersi ad ogni posto di lavoro, scuola e quartiere. Da parte loro i sindacati devono prendere l’iniziativa e rivolgersi a loro volta al movimento per rafforzarlo con la forza numerica e organizzativa.

Tre anni fa molti di coloro che oggi sono in piazza avevano creduto alle promesse di cambiamento di Obama. Oggi stanno prendendo il destino nelle proprie mani. Le presidenziali sono fra soli 12 mesi e gli americani sono frustrati ed arrabbiati, mentre il governo ha il tasso di popolarità più basso mai registrato. Solo il 15% degli americani credono infatti che l’operato del governo Obama sia corretto, mentre un anno fa la percentuale era del 25%.

Cresce la consapevolezza di come sia i repubblicani che i democratici siano al soldo delle grandi multinazionali. L’elettorato  vuole che “se ne vadano via tutti”. Ma chi li deve sostituire? Un governo o difende gli interessi dei lavoratori oppure difende quelli dei capitalisti. O usa il suo potere e le risorse per migliorare il tenore di vita della maggioranza o li utilizzerà per arrichire ancora di più i possidenti. Per troppo tempo il “sogno americano” ha illuso le masse che questi interessi contrapposti potessero convivere in armonia. Oggi questo sogno sta crollando in mille pezzi sotto l’impatto della crisi e del movimento di massa.

La Workers international league (i marxisti americani, ndt) è parte integrante del movimento, dove interverrà spiegando la necessità di

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