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La questione del debito e del ruolo della finanza, privata e pubblica, è al centro del dibattito. Parole d’ordine quali “non pagare il debito”, “diritto al default” ossia all’insolvenza, sono discusse in ambiti sempre più vasti.

Non c’è bisogno di sottolineare qui l’importanza di questa discussione. La prospettiva che il sistema capitalista ci pone di fronte è quella di sacrifici senza fine: salari, diritti, pensioni, istruzione, servizi pubblici, sanità… tutto deve essere gettato nel tritacarne per garantire il pagamento dei debiti pubblici.

A loro volta, gli Stati devono continuare a indebitarsi per sostenere i bilanci delle banche, in un circolo vizioso senza fine.

In campo vi sono sostanzialmente tre posizioni.

La borghesia dice: “il debito va pagato, costi quello che costi”. Su questo non vi sono sostanziali divergenze tra le grandi forze politiche, anche se ovviamente esiste un conflitto, a volte latente e a volte aperto, tra debitori e creditori.

Una seconda posizione dice: “il debito va pagato, ma il carico va equamente distribuito fra le varie classi sociali”; è la posizione delle burocrazie sindacali e delle forze riformiste; è anche presente nel Pd, tuttavia di fronte ai diktat dei mercati queste forze non fanno altro che lamentarsi per poi inchinarsi alle politiche dettate dai “mercati”, ossia dal capitale. La Grecia lo dimostra (tragedia), e anche il Pd (farsa).
Infine una terza posizione viene proposta in ambiti di sinistra sindacale, di movimento giovanile, fra le forze della sinistra radicale, ed è la posizione di “non pagare il debito”. È di questa che vogliamo qui occuparci.

DIVERSE POSIZIONI SUL NON PAGAMENTO DEL DEBITO

Il lato positivo di questa parola d’ordine è evidente: rifiuta di accettare come giuste o addirittura inevitabili le regole di questo sistema ed è questo il motivo fondamentale per il quale sosteniamo fin dal principio l’azione del comitato No Debito lanciato dopo l’assemblea del 1° ottobre scorso a Roma.

All’interno questo fronte del No Debito sussistono varie interpretazioni di questa parola d’ordine. Esiste infatti un tentativo di dare una versione “compatibilista” di questo concetto, secondo la quale si dovrebbe condurre un “audit”, ossia una revisione dell’origine del debito pubblico per capire quale parte di esso sia “legittima” e vada ripagata, e quale sia “illegittima” e sia dunque da non pagare. In alcune proposte tale impostazione si sposa all’idea di una riforma della Bce che dovrebbe stampare moneta per sottoscrivere i debiti pubblici (questa in sintesi la proposta avanzata dal segretario del Prc Ferrero).

Esiste un altro punto di vista, nel quale ci riconosciamo, che ritiene che il non pagamento del debito non sia questione di categorie morali o legali (debito “giusto”, debito “legittimo”), ma vada inserita in una lettura complessiva della crisi e dei compiti che essa pone di fronte al movimento operaio.

Le domande fondamentali da porsi sono:

1) Quale impostazione corrisponde a una corretta analisi della crisi economica?
2) Quale tutela gli interessi generali dei lavoratori e delle classi popolari?
3) Cosa implicano sul terreno pratico queste due impostazioni?

FINANZA E PRODUZIONE

La base teorica dell’impostazione gradualista è che sia possibile separare in qualche modo la finanza dalla produzione, la finanza “sana” da quella “illegittima”. È un tentativo più o meno cosciente di dare una rinfrescata a una nota formula di Keynes, che parlava di “eutanasia del rentier” (ossia di chi vive di rendita). Purtroppo la rendita finanziaria non solo non è disposta a lasciarsi dolcemente sopprimere, ma sta sopprimendo tutti noi e neppure tanto dolcemente.

In realtà questa idea, vecchia di molti decenni, è del tutto utopica e non diventa più attuale se qualcuno tenta di fondarsi sull’autorità di Carlo Marx per riaccreditarla. Non si tratta solo del fatto banale che finanza e produzione sono indissolubilmente intrecciate, ma della natura fondamentele di questo sistema.

Marx nel III volume del Capitale illustra la genesi e il ruolo del capitale finanziario, lo sviluppo di quello che definisce “capitale fittizio”, e introduce una distinzione all’interno del profitto, fra interesse e reddito dell’imprenditore. Quest’ultimo viene descritto come residuale rispetto al primo, a dimostrazione del fatto che anche nell’epoca d’oro del capitalismo, l’analisi marxista indicava con chiarezza la prospettiva del predominio della finanza all’interno della classe dominante. Tuttavia Marx non si sognò mai di proporre tale contraddizione quale leva per una azione politica del movimento operaio. Dalla prima all’ultima riga, la sua analisi propone un concetto unitario del capitale, di cui la finanza, con la sua raffigurazione anche ideologica del “denaro che produce denaro” non è una degenerazione o una anomalia, bensì l’espressione più pura e condensata.

Scrive Marx: “D–D’, denaro che produce più denaro. È la formula originaria del capitale condensata in un’espressione priva di senso (…).

Nel capitale produttivo d’interesse [ossia il capitale finanziario – CB] questo feticcio automatico, valore che genera valore, denaro che produce denaro, senza che in questa forma sussista più nessuna traccia della sua origine, è quindi messo perfettamente in rilievo.

Il rapporto sociale è perfezionato come rapporto di una cosa, del denaro, con se stessa. In luogo dell’effettiva trasformazione del denaro in capitale non si ha qui che la sua forma priva di contenuto. (…)

Precisamente come la proprietà di un pero è di produrre pere, così la proprietà del denaro è creare valore, di dare dell’interesse. (…)

Avviene anche un altro capovolgimento; mentre l’interesse è unicamente una parte del profitto, ossia del plusvalore che il capitalista operante come tale estorce al lavoratore, l’interesse appare ora al contrario come il frutto vero e proprio del capitale (…) la mistificazione del capitale nella sua forma più stridente.

Per l’economia volgare, che vuole rappresentare il capitale come la fonte indipendente del valore, della creazione del valore, questa forma è naturalmente pane per i suoi denti, una forma in cui la fonte del profitto non è più riconoscibile e in cui il risultato del processo capitalistico di produzione, separato dal processo stesso, ha una esistenza autonoma”. (Il Capitale, vol III, pag. 465, Ed. Riuniti 1980).

È paradossale come vi sia chi (ad es. F. Chesnais che sarebbe un economista di Attac) pensi di potere usare questa elaborazione per introdurre concetti esattamente opposti e distinzioni fra debiti “legittimi” e “illegittimi”.

Rubiamo ancora poche righe a Marx: “Nel denaro germoglia la vita. Non appena esso è dato a prestito o anche investito nel processo di riproduzione esso genera dell’interesse, sia che dorma, sia che sia sveglio, sia che si trovi a casa o in viaggio, di giorno e di notte”… il tutto quasi un secolo e mezzo prima che Oliver Stone coniasse il motto “Money never sleeps”, il denaro non dorme mai, per i suoi film su Wall Street!

Cinquant’anni più tardi Lenin articolò ulteriormente tale concetto quando parlò nell’Imperialismo della aristocrazia finanziaria e della sua fusione con lo Stato borghese come la caratteristica “recentissima” e predominante del sistema.

Nonostante tutti i fuochi d’artificio e i giochi di prestigio messi in campo in trent’anni di finanziarizzazione estrema dell’economia, è bene innanzitutto ricordare che qualsiasi profitto deriva in ultima analisi dal lavoro non pagato della classe lavoratrice. Non solo il profitto dell’industria, ma anche quello della banca, dello speculatore di borsa, del finanziere.

Il tentativo di distinguere il “debito legittimo” da quello “illegittimo” quindi ci preclude completamente una comprensione della natura reale della crisi, crisi capitalistica di sovrapproduzione classica e non certo semplicemente crisi “della finanza” o della “speculazione”.

DALLO SLOGAN ALLA BATTAGLIA CONCRETA

Poniamo ora la questione concretamente, sul piano dell’azione politica. Se la parola d’ordine di non pagare il debito non è solo una frase vuota, può significare solo una cosa: ci poniamo l’obiettivo di suscitare un forte movimento di massa che possa costringere il governo a metterla in pratica.

Ad oggi siamo ancora molto lontani dalla forza necessaria, se è vero che in Grecia non sono bastati dodici scioperi generali per impedire l’applicazione dei piani di austerità, tuttavia ci puntiamo. Ebbene, se un movimento di questa forza crescesse nel nostro paese, la sua prima conseguenza sarebbe precisamente quella… di aumentare enormemente l’indebitamento dello Stato italiano. I suoi creditori infatti farebbero un ragionamento molto semplice: prestare soldi all’Italia diventa sempre più rischioso, e tale rischio va fatto pagare con interessi più alti. Questo ragionamento, sia detto per inciso, vale per qualsiasi serio movimento di resistenza che si svilupperà nel prossimo periodo.

Il passo successivo sarebbe quello di tentare di mettere ancor più sotto tutela il governo italiano per costringerlo a onorare le scadenze del debito; ancora una volta vale l’esempio greco, dove al governo socialista è succeduto un governo di unità nazionale precisamente per questo motivo.

A quel punto come potremmo rispondere? L’idea che si possa risolvere una controversia di questo genere mediante un negoziato, per quanto aspro, non sta in piedi. Qualsiasi cedimento sarebbe visto dalla borghesia, come un incoraggiamento a far sviluppare movimenti simili in tutti i paesi in crisi, e con ragione. Per lo stesso motivo sono utopistiche le idee che con la pressione di un movimento del genere si potrebbe ottenere una radicale riforma della Banca centrale europea costringendola a sottoscrivere i debiti sovrani.

Le alternative a quel punto sarebbero solo due: o arretrare, pagando un prezzo pesantissimo sia in termini politici che economico-sociali; oppure fare un ulteriore passo avanti e porre la questione di un governo che basandosi sui lavoratori organizzati prenda in mano tutte le principali risorse economiche mettendole al servizio dei bisogni sociali e sottraendole al controllo dei padroni e dei banchieri. Sia detto per inciso, solo per questa via, forse, sarebbe possibile ottenere una vera trattativa sul debito, posto che di fronte al rischio di perdere tutto anche le banche potrebbero decidere di cercare di limitare i danni.

Credo siano evidenti le implicazioni rivoluzionarie di questo ragionamento: proprio per questo pensiamo sia sbagliato considerare il “No Debito” come una specie di pietra filosofale, una formula magica che può permetterci di non pagare la crisi pur restando all’interno dei limiti del sistema capitalista. Al contrario, la questione del debito non è altro che una delle facce della crisi del sistema. Potremmo seguire lo stesso filo di ragionamento se, anziché il debito, assumessimo come punto di partenza la difesa dei posti di lavoro nelle aziende che licenziano e chiudono, o la difesa del diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione o alla pensione.

Non pagare il debito contiene quindi questa ambiguità, che dobbiamo sciogliere: considerata come parola d’ordine a sé stante, non è altro che la presa d’atto del possibile fallimento degli Stati e, nel migliore dei casi, un tentativo di anticipare i tempi per limitare i danni. Considerata invece come parte di una prospettiva di trasformazione rivoluzionaria della società, assume il senso di una rivendicazione transitoria, ossia che parte dal problema urgente e immediato del momento per legarsi a un programma generale.

È POSSIBILE UN DEFAULT “CONCORDATO”?

Gli esempi dell’Ecuador, che ha rinegoziato il proprio debito, e dell’Islanda (dove però il fallimento era delle banche e non dello Stato) vengono citati in lungo e in largo per dimostrare che il default non significa la fine del mondo e può anche avere effetti positivi. Purtroppo si tratta di parole in libertà. Nei due casi citati si trattava di pochi miliardi di euro; l’Italia ha un debito pubblico di 1.900 miliardi di euro circa pari grosso modo a un terzo di tutti i debiti pubblici dell’eurozona. Un’eventuale crisi del debito sovrano italiano farebbe immediatamente tracollare la moneta unica.

Date le rigidità e i meccanismi di azione/reazione dovuti all’esistenza dell’euro, un’insolvenza anche parziale dello Stato italiano avrebbe conseguenze semplicemente incalcolabili, che andrebbero ben al di là delle cifre non rimborsate. Sarebbe il crollo di Lehmann Brothers (2008) moltiplicato all’ennesima potenza. L’analogia storica più pertinente sarebbe qualcosa tra il default argentino e il tracollo tedesco del 1923, che scatenò l’iperinflazione, l’occupazione militare della Ruhr da parte della Francia (paese creditore in quanto vincitore della guerra) e una situazione rivoluzionaria prossima alla guerra civile.

Dobbiamo quindi dire anche una parola chiara sulla questione dell’euro. La prospettiva di un non pagamento del debito è incompatibile con l’idea della riforma della Bce, dei Trattati europei e delle istituzioni che li sorreggono. Non si tratta di contrapporsi fra europeisti e nazionalisti, o di immaginare improbabili nuove monete uniche fra i paesi più indebitati (è questa ad esempio la proposta dell’economista Luciano Vasapollo); è la semplice constatazione che una Europa dei lavoratori potrà esistere solo se prima verrà spezzata l’Europa del capitale; un serio conflitto di classe contro i piani di austerità entra oggi obiettivamente in contrasto irriducibile con l’Europa capitalista e le sue istituzioni, precisamente perché sono queste istituzioni a costituire il baluardo più forte che sostiene l’offensiva delle borghesie e dei loro governi.

L’“INSOLVENZA SOCIALE”

A lato di questo dibattito, c’è anche chi dice che il problema non sia se gli Stati falliscono, ma il “diritto individuale all’insolvenza”. Per esempio Franco Berardi Bifo elucubra su questo spiegandoci che in fondo basta rifiutare il denaro o battere moneta in proprio, e il gioco è fatto. Bellissimo, come non averci pensato prima?

Alcune controindicazioni tuttavia pare rimangano. Se non pago l’affitto, il padrone di casa mi sfratta e se non me ne vado chiama la polizia; se non pago la spesa al centro commerciale devo correre molto veloce se voglio evitare un arresto per furto. Non si può “andarsene” dal mercato, dal denaro o dai rapporti di produzione; si può o subirli, o rovesciarli. L’aspetto più deteriore di queste proposte non è l’utopismo, ma precisamente il fatto che pur ornandosi di tanto radicalismo verbale sono iper-moderate proprio in quanto propongono l’illusione che il vero potere che ci opprime, ossia quello che deriva dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e dallo Stato che tale proprietà difende, possa essere aggirato, evaso, “svuotato”, o quant’altro, insomma tutto e il contrario di tutto pur di non parlare del punto essenziale.

Questo non significa che occupare una casa o pretendere con una azione collettiva e organizzata il ribasso di una tariffa o un servizio gratuito non possano essere azioni utili, tutt’altro. Ciò che contestiamo è una ideologia che a milioni di persone che soffrono sempre di più le conseguenza di una crisi devastante dice “va bene, andate al centro commerciale e chiedete un prosciutto, occupate una casa popolare (di solito malmessa) e accontentatevi perché il potere è cosa che non ci interessa e non ci deve interessare”.

IN SINTESI

Non pagare il debito è quindi un concetto che va articolato in una prospettiva generale di trasformazione della società. Con il che siamo a dire:

- che non riconoscere il debito pubblico (fatta salva ovviamente la tutela del risparmio dei lavoratori, dei pensionati, ecc.) significa immediamente dopo porre il problema di nazionalizzare le banche e la finanza, con l’obiettivo di prendere in mano una leva decisiva per gestire l’insieme dell’economia;
- che prendere in mano le banche significa porsi immediatamente l’obiettivo di prendere in mano i grandi gruppi industriali e commerciali, la proprietà fondiaria, tutti i mezzi fondamentali di produzione e scambio;
- che questi obiettivi implicano non la gestione “tecnica” di un default, ma la lotta per il potere politico.

Non vogliamo essere i curatori degli interessi dei lavoratori durante un processo per fallimento; vogliamo e dobbiamo essere coloro che propongono la prospettiva di un altro potere, un’altra proprietà, un’altra economia e quindi un’altra società e un’altra vita. Chiamala, se vuoi, rivoluzione.

 

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