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Il 12 dicembre 1969 alle ore 16.37 scoppiò la bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura in piazza Fontana a Milano in cui persero la vita 16 persone (a cui si dovrà aggiungere Giuseppe Pinelli, “caduto” misteriosamente dal terzo piano della questura) e 87 ne rimarranno ferite. A 43 anni dalla strage la giustizia ha trovato solo due esecutori non giudicabili ma nessun mandante.

L’uscita di Romanzo di una strage, diretto da Marco Tullio Giordana, film ispirato dal testo di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di piazza Fontana, è stato dunque un evento atteso.

Il libro a cui si ispira fornisce un’analisi inedita e poco verosimile della strage, basata su due bombe (di cui la seconda non fu mai trovata): la prima di fascisti infiltrati nel movimento anarchico, la seconda commissionata dall’Aginter Press, l’agenzia atlantica e fascista con sede a Lisbona.

Nelle intenzioni dei fascisti la strage avrebbe dovuto costringere il governo ad avviare il paese verso un colpo di Stato come quello dei colonnelli greci, dando al contempo la colpa ai “rossi”.

Dal cinema si esce con la certezza che i fascisti sono stati gli esecutori materiali ma che la vera colpa dello Stato sia nell’impotenza del suo apparato di tutelarsi dalle mele marce proprie e altrui. Si dipinge così una gara tra fascisti in cui lo Stato si assolve di fronte al grande complotto, svaniscono le ragioni politiche dell’autunno caldo e della reazione della borghesia e il commissario Calabresi diventa la vittima di un contesto che non comprende. Gian Maria Volontè si starà ribaltando nella tomba.

Del resto, da premesse forzate discendono sceneggiature forzate: scompare la contro inchiesta La strage di stato, sostenuta da un fortissimo movimento di massa e che anticiperà molte delle verità emerse dopo, e ne compare una redatta da… Aldo Moro; scompare la sentenza scandalo sul presunto “malore attivo” di Pinelli, un malore che non ha più avuto citazioni nella storia della giurisprudenza mondiale, e compare solo l’imbarazzo di Calabresi di fronte agli errori espositivi dei suoi collaboratori. Un Calabresi, insomma, quasi progressista.

Però in tutto questo film un grande assente c’è: la classe lavoratrice e le sue lotte.

È come se in quei 120 minuti venisse dimenticato il periodo storico in cui la strage di piazza Fontana si inserisce, cioè l’autunno caldo, quello straordinario biennio di lotte studentesche e operaie dove sono stati conquistati dalla classe lavoratrice in lotta diritti fondamentali per sé e i propri figli: anni, quelli, di cortei e scioperi praticamente giornalieri, assemblee alle quali partecipavano interi reparti di produzione e l’astensione al lavoro era totale. Di questo si regala solo il corteo al teatro Lirico, dove morirà l’agente Annarumma, episodio preso per spiegare la repressione di piazza e quella sulla stampa con cui la borghesia italiana si preparava all’eventualità del colpo di Stato.

Tullio Giordana non può mostrarci quello in cui non crede, ossia che è nella natura della classe sociale che comanda ricorrere compattamente a questi mezzi quando è minacciata la sua stessa esistenza. In altre parole, per il regista lo scontro è tutto e solo lì, in quelle stanze dove dobbiamo cercare eroi capaci di scoprire la verità.

Se l’intento di “Romanzo di una strage” era quello di far uscire la verità dopo 43 anni, non ci è riuscito.

Dipingere una stagione di lotta di classe come il prodotto di opposti estremismi (“qui siete tutti un po’ troppo eccitati, voi e loro”, dice il giornalista a Calabresi in piazza mentre questo lo salva dai manganelli dei suoi colleghi) e di un apparato dello Stato vittima di un grande complotto che si può sventare solo dall’interno è operazione fin troppo facile e ripetuta per non interrogarsi realmente del perché in fondo tutti questi eroi del sistema, presunti o falsi che siano, finiscono col diventare strumenti di una sottile, e per questo ancora più pericolosa a sinistra, forma di revisionismo.

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