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Il 7 settembre di quest’anno, il primo ministro del governo di destra in carica a Lisbona, ha tenuto un discorso in Tv, prima di una partita della nazionale di calcio portoghese, per annunciare l’aumento del 7% della quota della Tassa sociale unica pagata dai lavoratori e la contemporanea diminuzione del 5% della quota attribuita alle imprese.

Questa misura si aggiunge ai devastanti pacchetti di sacrifici, varati a partire dal 2010 sotto la dettatura della Bce, come contropartita richiesta dalle istituzioni europee a fronte del prestito al Portogallo di 78 miliardi di euro, di cui 12 sono stati direttamente destinati al settore bancario e 30 sono serviti allo Stato per garantire i crediti emessi dalle banche.

L’economia portoghese è in recessione da anni ed anche nel secondo semestre del 2012, in base agli ultimi dati disponibili, si prevede un crollo annuale del Pil del 3,3%.

Una mobilitazione permanente

Il discorso a reti unificate del 7 settembre ha scatenato una tale indignazione popolare che è stato sufficiente un appello di intellettuali di sinistra, che ha dato vita ad un gruppo di reti sociali denominato “que se lixe a Troixa” (che si fotta la Troika) , per portare in piazza, otto giorni più tardi, 600mila portoghesi in 40 diverse città. “Il popolo è stanco di farsi derubare e umiliare” è stato lo slogan delle manifestazioni.
L’aumento della Tassa sociale unica è solo l’ultimo di una serie di attacchi alle condizioni di vita dei lavoratori portoghesi, i cui salari sono già stati ridotti del 10% per tutti e del 20% per i dipendenti pubblici, attraverso la cancellazione di tredicesime e quattordicesime. Il potere d’acquisto è stato inoltre falcidiato da un poderoso aumento dell’Iva su beni e servizi e dall’aumento del 15% del prezzo dei trasporti. Le leggi sul lavoro sono state modificate attraverso l’introduzione di norme che facilitano i licenziamenti.
Le manifestazioni del 15 settembre, come gli scioperi generali degli ultimi due anni, caratterizzati da una schiacciante adesione della classe operaia, testimoniano un cambiamento fondamentale nella società portoghese, dove la maggioranza della popolazione vuole rompere con l’Europa capitalista ed è disposta a lottare (“Il popolo sta perdendo la paura” titolavano i giornali di sinistra il giorno dopo il 15), anche se non sa ancora bene per che cosa.
Il 29 settembre la classe operaia portoghese è di nuovo scesa in piazza, convocata dalla centrale sindacale legata al Partito comunista portoghese (Pcp), la Cgtp. Centinaia di migliaia di giovani e di lavoratori hanno manifestato in tutte le città contro le misure anti-operaie del governo. Il successo di questa ennesima giornata di lotta ha portato il Consiglio nazionale del sindacato a convocare per il 14 novembre il prossimo sciopero generale.

Il congresso del Partito comunista

Il Pcp e il Bloco de esquerda, le due principali formazioni di sinistra in Portogallo, terranno nei prossimi mesi due importanti appuntamenti della loro vita interna, il XIX Congresso del Partito comunista e l’VIII Conferenza nazionale del Bloco.
Per la prima volta da quando venne elaborato nel 1992, il Pcp discuterà delle modifiche al suo programma.
All’articolo 1 si sostituisce la parola “cittadini” con le parole “popolo e lavoratori”, quando si parla dei soggetti su cui basare una società più libera ed uguale di quella attuale.
Nel capitolo sulla “costruzione di una nuova società”, si aggiunge un riferimento all’esigenza del “superamento rivoluzionario del sistema capitalista” mentre il resto dei cambiamenti al programma sono una attualizzazione del processo di integrazione capitalista sulla base della crisi dell’euro e delle conseguenze sociali e politiche che ha avuto questo avvenimento.
Il documento politico, a tesi, si concentra prevalentemente sul processo di distruzione delle condizioni di vita delle masse conseguente ai diversi piani di tagli alla spesa sociale e ai salari che si sono succeduti negli ultimi anni.
Qual è l’alternativa del Pcp all’Europa capitalista?
Nel capitolo sulla politica alternativa del partito, si spiega che l’obiettivo è la costruzione di una “politica alternativa, patriottica e di sinistra”.
“Patriottica” perchè occorre rifiutare le ingerenze esterne e “di sinistra” perchè basata sulla “valorizzazione del lavoro”.
Nello stesso capitolo si legge che il Pcp si batte per la difesa dei settori produttivi nazionali e per un ruolo determinante dello Stato nell’economia, per l’affermazione di un Portogallo libero e sovrano e di una Europa di pace e cooperazione.
Sul fronte del debito pubblico si propone l’immediata rinegoziazione del debito pubblico dividendo la parte legittima da quella illegittima, il cambiamento della politica fiscale e un programma di investimenti pubblici.
Nel documento politico preparatorio del congresso del Pcp sono chiaramente rintracciabili i riflessi politici delle manifestazioni oceaniche che hanno attraversato il Portogallo negli ultimi anni, a partire dal fatto stesso che ci si ponga l’obiettivo di cambiare il programma del partito. Emerge però come le risposte date alla crisi capitalista siano del tutto insufficienti rispetto alla necessità di costruire un programma di rivendicazioni di rottura con questo sistema.
Nel momento in cui si deve chiarire che tipo di società si vuole costruire, ci si limita a riproporre l’idea di quanto era più bello il mondo quando l’economia nell’Urss e nei paesi dell’Est superava quella capitalista, senza interrogarsi sul crollo successivo di quei paesi.
In ultima analisi, i dirigenti del Pcp, oltre a rispolverare l’idea keynesiana degli investimenti pubblici, non fanno altro che spargere illusioni sul fatto che un Portogallo capitalista ma sovrano possa uscire dalla crisi. Di fronte a milioni di lavoratori e giovani che non ne possono più dell’Europa capitalista, di fatto si avanza l’idea che possano esserci delle parti legittime di debito pubblico che vanno onorate (il famoso audit) o che il peso dei debiti pubblici dei paesi più in difficoltà debba essere diviso tra tutti i paesi con emissione di Eurobond.
Un programma che non è in grado di connettere il partito coi sentimenti più radicali che si sono espressi nelle piazze.
Nelle tesi politiche si fa il punto sullo stato organizzativo del partito che, in questo momento, conta circa 61mila iscritti, registrando un andamento delle iscrizioni fondamentalmente stazionario.
La platea degli iscritti al Pcp è composta prevalentemente da lavoratori, infatti gli operai rappresentano il 41% degli iscritti, mentre gli impiegati sono il 31%.
Rispetto alla composizione per fascia d’età, il 16% è al di sotto dei 40 anni mentro il 39% ne ha più di 64, un dato decisamente sproporzionato che dimostra la difficoltà ad intercettare il settore più promettente della società, i giovani.

... e del Bloco de Esquerda

Il Bloco de esquerda ha tradizionalmente rappresentato la speranza in una alternativa radicale e di sinistra al Pcp nostalgico del socialismo reale. Negli ultimi anni il Bloco è entrato in crisi a causa del voto favorevole al piano di prestiti europei che hanno ridotto alla fame il popolo greco. Adesso, in vista della prossima conferenza nazionale, emerge una destra che, seppur minoritaria all’interno del gruppo dirigente, presenta una mozione alternativa suscitata dalla convinzione che, piuttosto che rimanere in un limbo indefinito tra i comunisti e i socialisti, si debba recuperare il rapporto con il Partito socialista.
In Portogallo non siamo ancora ai 22 scioperi generali in due anni della Grecia ma la strada tracciata è quella. Ogni nuova mobilitazione viene salutata come “la più grande della storia del Portogallo” e, ne siamo sicuri, sarà così anche per il prossimo sciopero generale del 14 novembre.
Le mobilitazioni però devono crescere, oltre ché sotto il profilo della quantità, anche qualitativamente.
La disponibilità a lottare da parte di milioni di lavoratori c’è. Occorre invece costruire una prospettiva: un programma che si basi sul rifiuto del pagamento del debito, la nazionalizzazione dei centri fondamentali dell’economia e del sistema bancario e finanziario, sotto il controllo dei lavoratori.
Si fa veramente fatica a vedere quale entusiasmo trascinante possa creare nelle piazze di Lisbona o Porto la proposta dell’audit o, peggio ancora, dell’emissione di Eurobond.

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