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La crisi economica mondiale ha deteriorato a tal punto le finanze pubbliche in tutto il mondo che l'ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale ha giustamente come titolo “Affrontando alti debiti e una bassa crescita". Un capitolo del WEO è specificamente dedicato ad analizzare alcuni esempi storici per vedere se ci sono lezioni per  l'oggi[1]. L'esito è molto interessante.

 

Durante il periodo d'oro del "Washington consensus", Banca Mondiale, FMI e altre agenzie dell'imperialismo inviavano squadre di economisti a tutti i paesi alla disperata ricerca di denaro. Le ricette erano sempre le stesse: privatizzazioni, devastazione del welfare state, emarginazione dei sindacati e così via. I risultati erano spesso pessimi, ma questi signori vestiti di scuro sembravano così convincenti e poi il muro era appena crollato, nessuno osava obiettare. Il Fondo Monetario aveva un compito facile: dall'Africa al Sud America, dall'Europa orientale all'Asia centrale, imponeva le stesse politiche. La globalizzazione celebrava il suo trionfo. Assieme ad essa festeggiavano la povertà, la malnutrizione e malattie da tempo curabili.

La crisi ha distrutto tutte queste certezze. Mentre prima della crisi le soluzioni anti-operaie standard del Fondo venivano imposte a tutte le nazioni, ora questi signori non sanno che pesci prendere e lo mettono nero su bianco.

Il documento che stiamo analizzando è un esempio di questo smarrimento. Non troviamo più “la” soluzione, e nemmeno tante soluzioni, ma una serie di riflessioni confuse su episodi di crisi del passato. Non a caso.

Il FMI inizia ricordando che "il debito pubblico nelle economie avanzate è salito al suo livello più alto dalla seconda guerra mondiale". Questo grafico, riportato nel documento, dice più di tante parole:

 

Come si può vedere, se i picchi precedenti sono stati causati delle guerre mondiali, a partire dagli anni '80 il debito sta crescendo a ritmo sostenuto, pur senza una guerra di proporzioni significative e anche durante periodi di forte crescita. In altre parole, il debito è ormai un cancro permanente che colpisce il capitalismo senile.

La prima assurdità dell'analisi del Fondo Monetario è che non vi è alcuna traccia di una spiegazione per questa malattia. Da dove viene il debito? Perché questa esplosione del debito in rapporto al PIL è così diffusa? La seconda guerra mondiale era una causa evidente di debito, trattandosi del più grande sforzo militare di tutti i tempi, ma ora? Come può il Fondo proporre soluzioni per un problema per il quale non ha una spiegazione? Il capitolo afferma, a proposito dell'esplosione del debito dagli anni '80: "gli episodi ... degli anni '80 e '90 hanno le loro radici nel crollo del sistema di Bretton Woods, quando la politica dei governi si è trovata ad affrontare problemi sociali e la transizione all'attuale sistema economico". Questa però non è certo una spiegazione. Prima di tutto, non ci dice perché l'accordo di Bretton Woods è crollato. In secondo luogo, dopo più di 40 anni così tanti e diversi paesi sono ancora in fase di transizione? Non si tratta davvero di una intuizione brillante.

En passant, il documento cita l'unica soluzione trovata davvero dai capitalisti per ridurre un elevato debito pubblico: "le forti riduzioni del debito seguite alle guerre mondiali sono state di solito la conseguenza di iperinflazione". Non bisogna essere un esperto economista del Fondo monetario per intuire che l'iperinflazione può sbarazzarsi del debito pubblico. Il problema è che ricorrere all'iperinflazione per eliminare Il debito è come usare un lanciafiamme per eliminare la polvere dai mobili. La polvere viene eliminata ma con essa molte altre cose, forse anche tutta la casa. Inoltre, la presa del capitale finanziario sull'economia mondiale è molto più forte che negli anni '40, quindi l'iperinflazione sarà utilizzata solo come estrema ultima risorsa.

In secondo luogo, è interessante notare che tra i 26 episodi di cui si occupa il documento, solo 3 si sono conclusi con un default: la Germania (nel 1918) e la Grecia (nel 1888 e nel 1931). Il FMI sottolinea che questi episodi hanno scarsa rilevanza per la situazione attuale. Nel caso della Grecia, potrebbe essere vero, in quanto i default si legarono a specifiche caratteristiche nazionali (la guerra con la Turchia, e così via). Nel caso della Germania, il default fu un sottoprodotto della rivoluzione. E questa sì è una lezione istruttiva per il presente. Nella confusione politica generale, molti a sinistra considerano il default come un feticcio, un evento che di per sé può spingere in avanti la lotta di classe. Confondono la causa con l'effetto. Il default non innesca una rivoluzione. Piuttosto un default a condizioni favorevoli per i lavoratori è un prodotto del processo rivoluzionario.

Come parte dell'approccio "scusateci, non ci stiamo capendo nulla" del Fondo Monetario di oggi, il documento spiega che il debito e la crescita economica non sono direttamente legati: la crescita lenta peggiora le finanze pubbliche, naturalmente, ma, in generale, i tassi di crescita non appaiono correlati ai livelli di indebitamento. Questo può essere vero nel breve periodo. Il problema, tuttavia, è spiegare perché dagli anni '80 il debito pubblico è in crescita in tutto il mondo. Questo è il punto chiave che gli strateghi borghesi non vogliono affrontare. La crisi ha provocato un aumento rapido del debito pubblico, ma come parte di una generale tendenza di lungo termine alla crescita del debito. L'economia borghese non ha alcuna spiegazione per questo, il marxismo sì. La questione è molto semplice: il capitalismo nel suo complesso è sempre meno produttivo. Poiché i profitti provengono dal lavoro non retribuito dei lavoratori e, per competere in modo più efficace, i capitalisti sostituiscono la manodopera con le macchine, più un'economia capitalista si sviluppa, meno profitti provengono dalla produzione reale, anche se l'innovazione tecnica aiuta a ridurre tale tendenza. I debiti sono il risultato di questo semplice fatto, ben noto agli economisti classici, come Smith e Ricardo, e analiticamente spiegato da Marx. Il capitalismo è destinato ad affogare nei debiti.

 

I singoli casi

La seconda parte del documento tratta 6 casi di origine e risultati diversi. Vediamo alcuni punti.

Prima di tutto, usando l'esempio del Regno Unito nel 1918, il FMI sottolinea che l'austerità fiscale è un programma fallimentare. Non ha funzionato un secolo fa e non funzionerà oggi. Negli anni '20, l'economia britannica crollò e il governo fu costretto ad abbandonare la parità aurea e l'austerità e utilizzare manovre espansive con le quali salvò la situazione, spiega il documento. In altre parole, il Fondo Monetario oggi sta con Keynes. Ma con scarso giovamento, come vedremo.

In secondo luogo, la deregolamentazione è diventata una brutta parola. La situazione degli Stati Uniti nel 1946 viene utilizzata come un esempio di periodo di "repressione finanziaria", ossia una situazione con una regolamentazione bancaria molto rigida, tetti ai tassi di interesse e un generale ambiente di ostilità verso l'innovazione finanziaria. Sebbene tale situazione secondo il FMI aiuti, l'economia e le finanze pubbliche non erano in buono stato nemmeno in quel caso. Fu necessaria la guerra di Corea per aiutare l'economia degli Stati Uniti a crescere in modo robusto senza inflazione. Ciò è indicativo: in ultima analisi, sin dal crollo del '29, i periodi economici negativi, sono stati “curati” con le guerre. Si tratta di una tragica conclusione che non dobbiamo dimenticare.

Discutendo del Giappone nel 1997, il documento affronta un altro punto importante. Si afferma: "la politica monetaria in questo periodo ha avuto un effetto limitato nello stimolare l'attività economica. Anche se i tassi di interesse erano vicini allo zero, non furono usate politiche di espansione creditizia o quantitative easing. Inoltre, e cosa più importante, i problemi strutturali del settore bancario sono continuati, e ciò ha compromesso la trasmissione della politica monetaria alle condizioni dell'offerta di credito”. Suona familiare? Quindici anni fa sembrava una situazione particolare dell'economia giapponese, ora è la realtà in quasi tutti i paesi OCSE. Quando i tassi di interesse nominali sono prossimi allo zero e le banche hanno problemi seri, la politica monetaria, un'arma chiave nell'arsenale keynesiano, diviene inefficace. L'altra arma fondamentale, la politica fiscale, non è proprio in una situazione migliore dato l'accumularsi del debito, ma allora che resta dei classici strumenti anticiclici per affrontare una forte recessione? Solo chiacchiere gratuite sulle "riforme". Ecco perché ai governi di centro-sinistra (ma anche a quelli di destra) risulta molto difficile applicare politiche keynesiane alla realtà di oggi. SI tratta di strumenti sempre meno efficaci.

Il caso dell'Italia nel 1992 è molto interessante. Il FMI lo ritiene fondamentalmente un successo, dato che il paese è stato ammesso nell'euro fin dall'inizio. Ma, se si guarda da vicino alla questione, dopo 20 anni, che cosa abbiamo davvero ottenuto? L'Italia è in una forma migliore rispetto ad allora? Il peso dell'Italia sui mercati mondiali è crollato, l'industria è stata decimata, i lavoratori hanno salari inferiori e meno diritti. In una parola, l'economia italiana non si è mai veramente ripresa. La conclusione è inevitabile: i sacrifici sono stati enormi, il risultato misero, e ora il debito pubblico è agli stessi livelli di 20 anni fa mentre l'industria italiana è l'ombra di se stessa negli anni '80. Tra l'altro, nel '92 la svolta venne con l'uscita dell'Italia dal meccanismo di cambio europeo, che permise una forte svalutazione della lira dando una spinta all'export italiano. Con l'euro, questo trucco tipico dei capitalisti italiani è svanito. Dopo tutto questo, come può qualcuno proporre seriamente nuovi di sacrifici usando il 1992 come un esempio di successo? Naturalmente i dirigenti sindacali e della sinistra italiana ci riescono.

Sintetizzando queste esperienze, il Fondo Monetario ribadisce che l'austerità non funziona: "la prima lezione fondamentale è che un ambiente monetario favorevole è una condizione necessaria per la riuscita del consolidamento fiscale", e "gli sforzi di risanamento del bilancio devono essere integrati da misure che favoriscano la crescita". Il capitale finanziario tedesco non sarà molto felice di tali conclusioni, ma il vero punto è: che tipo di misure sta proponendo il Fondo? Investimenti pubblici su larga scala non vengono proposti per i motivi di cui abbiamo parlato prima. Allora, cosa rimane? Il FMI perora come sempre la causa delle "riforme strutturali", ossia di un mercato del lavoro senza sindacati, senza regole, senza ostacoli allo sfruttamento. Il problema è che abbiamo appena attraversato decenni di tali "riforme strutturali" e ne è seguita la più grande crisi degli ultimi 70 anni. Che tipo di aiuto può ricevere l'economia mondiale da tali "riforme", anche dal punto di vista del capitalismo?

In ogni caso, anche gli esempi presentati nel documento (probabilmente i più favorevoli alle tesi del Fondo Monetario) non supportano tali conclusioni. Più in generale non sono di supporto a nessuna conclusione: "ciò che è meno chiaro, tuttavia, è se questo approccio potrebbe essere applicato nel contesto economico e finanziario di oggi". In sintesi, non sanno da dove viene la crisi, non sanno perché i debiti pubblici sono alle stelle in tutto il mondo, non sanno dire se le esperienze passate siano utili per superare la crisi, eppure sanno che "le riforme strutturali ", ossia ancora più miseria per i lavoratori, sono un'ottima cosa.

Lasciando da parte la totale assenza di logica di questo approccio, il documento rivela un senso di confusione, una mancanza di direzione anche nel baluardo della strategia economica del capitalismo. Lenin affermò che una delle condizioni per una rivoluzione è la crisi del regime. La disperazione teorica e ideologica che questo documento rivela non è una parte secondaria della crisi generale del regime borghese.

 


[1] The Good, the Bad, and the Ugly: 100 Years of Dealing with Public Debt Overhangs

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