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Si è svolta il 30 aprile l’assemblea dei direttivi nazionali di Cgil, Cisl e Uil. Più che un’assemblea si è trattato di una parata mediatica. Tutto si può dire di questa iniziativa tranne che sia stata l’occasione in cui i massimi organismi delle tre confederazioni si sono confrontati sulla piattaforma con cui andare a trattare con i padroni su rappresentanza e crisi economica. Tutto era già deciso e l’assemblea doveva solo ratificare.

Il fatto che all’unico partecipante di quell’assemblea che si era dichiarato contrario alla piattaforma, Giorgio Cremaschi, sia stato impedito di parlare e sia stato allontanato dalla sala non è che una conferma. Come si conferma che in Cgil aumenta l’intolleranza verso chi non è “in linea”. Da mesi fioccano provvedimenti disciplinari dettati spesso dall’insofferenza verso chi dissente.

Naufragata l’illusione di tornare a trattare con un governo di centro-sinistra, la Cgil si aggrappa a Cisl e Uil per confrontarsi con il governo Letta, il governo dei ministri di Berlusconi, Monti e del Pd che elogia Marchionne e le politiche antioperaie.

Come per le pensioni, per gli esodati, per gli ammortizzatori o l’articolo 18, il vertice Cgil sceglie ancora una volta la strada meno conflittuale, sperando che un accordo sulla rappresentanza lo metta al riparo dagli accordi separati subìti con i governi Berlusconi e Monti.


L’accordo sulla rappresentanza

La piattaforma prevede che la rappresentatività si misuri facendo la media tra gli iscritti certificati e i voti ricevuti nelle elezioni delle Rsu, alle quali partecipano tutti i lavoratori. Si stabiliscono inoltre le regole per rendere valido un accordo tra sindacati e controparti. Servirà la firma di sindacati che rappresentino almeno il 50 per cento più uno e poi ci vorrà una “consultazione certificata dei lavoratori”, le cui modalità saranno stabilite dalle diverse categorie secondo criteri non specificati.

L’idea della ritrovata unità è innegabilmente accattivante, quale lavoratore in un momento così difficile non desidera che i sindacati siano uniti?

Ma qui l’unità è solo al vertice delle organizzazioni che in questi anni hanno firmato accordi al ribasso o si sono opposti ad essi in modo inconsistente.
Tant’è vero che questa unità si basa sul minimo comune denominatore. Di tante cose alle quali la Cgil al contrario di Cisl e Uil si è sempre contrapposta, oggi nel documento non c’è traccia.

Nella piattaforma viene riconosciuta la titolarità a trattare sui contratti nazionali solo alle organizzazioni che raggiungono il 5 per cento della rappresentanza nelle proprie categorie. Questo significa che tutta una serie di sindacati di base saranno esclusi a prescindere dalle trattative, ma soprattutto conferma che non esistono spazi affinché dal basso, dai lavoratori e dai delegati, possano salire piattaforme e proposte che non siano compatibili con le posizioni dei vertici.

Anche il fatto che saranno le categorie a stabilire le modalità con cui attuare la consultazione lascia ampi margini all’ambiguità. Non si specifica se i lavoratori verranno consultati con un referendum o con un voto in assemblea, se potranno partecipare tutti i lavoratori o solo gli iscritti. La Fiom negli ultimi quattro anni è stata esclusa due volte dal contratto nazionale. In tutte queste occasioni ha chiesto a Fim e Uilm di sottoporre gli accordi ai lavoratori. Fim e Uilm hanno sempre rifiutato.

Ma la questione decisiva è che se non si condivide un accordo e si andrà in minoranza tra i delegati e nelle consultazioni, lo si dovrà accettare comunque. Con una simile logica in questi anni avremmo dovuto accettare i contratti separati del commercio, dei metalmeccanici, e soprattutto quello imposto da Marchionne con Cisl e Uil in Fiat. La piattaforma infatti “integra” ma non sostituisce l’accordo del 28 giugno, che introduceva tra l’altro il principio della derogabilità dei contratti nazionali e la cosiddetta “esigibilità” degli accordi, con tanto di sanzioni per le organizzazioni che volessero scioperare contro un accordo ritenuto dannoso. Il tutto poi era stato ulteriormente peggiorato dall’articolo 8 di Sacconi, anch’esso ancora in vigore. Sbaglia quindi chi ritiene che questa piattaforma possa frenare la ritirata o addirittura segnare una inversione di marcia.

Tra l’altro si dovrà andare alla trattativa con i padroni, quindi ci saranno ulteriori peggioramenti visto che Confindustria non sottoscriverà un accordo senza modifiche. I padroni, ma anche Cisl e Uil, vogliono che gli accordi approvati dalla maggioranza debbano essere vincolanti per tutti, come prevede appunto l’accordo del 28 giugno e come è stato sottoscritto a Pomigliano in Fiat nel 2010. Questo accordo sulla rappresentanza è solo un modo per legare più decisamente le mani ai lavoratori, sarà un’intesa che Cisl, Uil e padroni chiederanno a gran voce alla Cgil e alla Fiom di rispettare, per poi sistematicamente rimangiarsi nella misura in cui non basterà loro più nemmeno quello.

Il problema è che, dopo la crisi istituzionale che ha portato al governo Letta, la Cgil si è sempre più appiattita sulle posizioni che tradizionalmente ha promosso la Cisl: politiche tutte concentrate sul fisco; sgravi e detassazione; promozione dell’unità tra le classi; padroni e lavoratori tutti sulla stessa barca. Non per nulla se c’è una cosa che ha colpito in particolare di questo Primo maggio è stato l’invito a partecipare rivolto da Cgil, Cisl e Uil, a Treviso ma soprattutto a Bologna alle organizzazioni padronali, che ovviamente non hanno perso l’occasione per far vedere ai propri dipendenti che con i vertici sindacali ci sono rapporti fraterni. Tutto questo non necessita di alcuna democrazia nei luoghi di lavoro, al contrario richiede che le voci fuori dal coro vengano messe a tacere. L’unica “democrazia” che interessa sono le garanzie reciproche fra gruppi dirigenti, e fra questi e il padronato.

 

Rilanciare un’opposizione

È evidente che serve rilanciare un’opposizione e che questa va ricostruita intrecciando la costruzione delle lotte nei luoghi di lavoro con una coerente battaglia nella Cgil.

La Cgil che vogliamo, che allo scorso congresso aveva raccolto un consistente sostegno contro le politiche di Epifani e poi della Camusso, oggi è impalpabile a causa della propria eterogeneità. La Rete 28 aprile, che mantiene una posizione di netta opposizione, rappresenta più un embrione di potenziale alternativa che una reale forza che può incidere.

Il gruppo dirigente della Fiom, che tante aspettative ha in più occasioni suscitato in questi anni contrapponendosi alla maggioranza del vertice Cgil, persiste su una linea ambigua. Da un lato, accettare questa piattaforma sulla rappresentanza, in netto contrasto con quanto successo a Pomigliano nel 2010, oppure proporre a Fim e Uilm di ripristinare il patto di solidarietà, disdettato dalla stessa Fiom nel 2009, che prevede che un terzo dei delegati nelle aziende non venga votato dai lavoratori ma nominato dai vertici sindacali. Dall’altro lato, convocare mobilitazioni come quella che si terrà il 18 maggio che di fatto, con la nascita del governo Letta, è la prima manifestazione contro il governissimo. La realtà è che se venissero accantonate dal gruppo dirigente della Fiom tutte le ambiguità del caso, oggi all’ordine del giorno non ci sarebbe una nuova manifestazione al sabato ma lo sciopero generale contro le politiche padronali che darebbe nuova linfa anche alla battaglia in Cgil.

La storia ci insegna che posizioni di intransigente opposizione ai padroni e ai burocrati non nascono né si sviluppano per decisione di singoli dirigenti, ma sulla base della mobilitazione e dello sviluppo delle lotte dei lavoratori. La battaglia per la costruzione di una vera opposizione passa da qui e per questo continueremo a batterci, promuovendo anche nella giornata del 18 maggio la necessità per i lavoratori di riprendere l’iniziativa e farla finita con l’attendismo.

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