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Il passaggio di Telecom e quello ventilato di Alitalia, rispettivamente, a Telefonica (la compagnia telefonica nazionale della Spagna) ed Air France (la compagnia di bandiera francese), ha riacceso il dibattito sulle privatizzazioni in Italia.


In un’altra pagina di questo numero di FalceMartello tracciamo la storia della madre di tutte le privatizzazioni: la Telecom. Qui ci concentreremo sul caso Alitalia, le nuove iniziative messe in cantiere dal governo Letta e il ruolo della Cassa depositi e prestiti.
Le motivazioni principali addotte a supporto della necessità delle privatizzazioni sono prevalentemente la riduzione del debito pubblico, la maggiore concorrenza, la trasparenza e, qualcuno si spinge a dire, la giustizia sociale.
Concentriamoci sulla questione del debito pubblico, tralasciando per decoro le ultime tre.
Nel 1990, prima che iniziassero le grandi privatizzazioni in questo paese (tutte portate avanti in prima battuta dal centrosinistra), il debito pubblico era il 95,22% del Pil, circa 1.173 miliardi degli attuali euro. Nel 2012 era salito a 1.988 miliardi di euro, circa il 127% del Pil (dati del Centro del nuovo modello di sviluppo), avendo perdipiù intaccato sensibilmente il patrimonio industriale.

Il caso Alitalia

La privatizzazione, avviata nel 2006 dal secondo governo di centrosinistra di Prodi, è stata preparata e resa inevitabile con una babele di esternalizzazioni, divisioni e creazione delle società più disparate che hanno ridotto a brandelli la compagnia di bandiera italiana, portando i conti dell’azienda da un +300 milioni di euro a -400.
Quella privatizzazione fallì per mancanza di acquirenti ma il processo di smantellamento era ormai ineluttabile e si era già mangiato mezza Alitalia.
Dopo i rifiuti delle compagnie aeree di mezzo mondo, Alitalia, con un accordo che alla fine ha portato a quasi 10mila licenziamenti, è finita nelle mani di una sgangherata combriccola (la famosa Cai) di imprenditori italiani in cui, da Riva ad Angelucci, da Colaninno a Benetton, da Intesa San Paolo alla Marcegaglia, si trovano quasi tutti i buontemponi che hanno dato un nome ed un cognome al parassitismo del capitalismo italiano, visto che si sono accaparrati le parti più profittevoli rimaste, caricando lo Stato di debiti.
Ora, con la maggiore forza che acquisirà Air France, Alitalia verrà definitivamente distrutta come compagnia di bandiera con respiro internazionale e rimarrà un vettore regionale, con l’aeroporto di Fiumicino che rimarrebbe solo al servizio dell’hub francese di Charles De Gaulle, perdendo lo status di aeroporto internazionale.
Non sarà l’intervento delle Poste, che partecipano con 75 milioni alla ricapitalizzazione prevista di oltre 500 milioni di euro, ad evitare il peggio. Come sempre, al contrario, si utilizzeranno soldi dello Stato per risanare e poi rimettere sul mercato.
Alitalia e Telecom, prima che venissero privatizzate, erano aziende con grande liquidità e prospettive industriali (in Telecom si parlò addirittura della possibilità di assorbire la Apple). Adesso sono state saccheggiate e in cassa non c’è più un centesimo.

 

Le nuove privatizzazioni

Il governo Letta, con tutta evidenza, non è soddisfatto dei disastri Telecom e Alitalia. Ne vuole altri e più fragorosi. Ecco allora che all’ordine del giorno vengono inserite le privatizzazioni, totali o parziali di Enel (che vive un pesante indebitamento e sarà quella da cui si proverà ad iniziare), Eni (che ha già spostato il suo centro direzionale a Londra e Parigi), Finmeccanica e Poste italiane (solo per citare quelle più importanti), oltre a tornare all’attacco sulla privatizzazione di Fincantieri, sventata nel 2007 grazie all’opposizione dei lavoratori.
In alcuni di questi casi le aperture ai privati e le esternalizzazioni sono già iniziate, come si può vedere dalla separazione dall’Eni, di Snam rete gas (che già ha inglobato Italgas nel 2009), con la partecipazione della Cassa depositi e prestiti, che ne ha acquisito il 30%.
Sì, perché le nuove privatizzazioni si pongono un obiettivo più ambizioso di quello di distruggere le aziende coinvolte: dissanguare la Cassa depositi e prestiti (Cdp, 260 miliardi di euro di risparmio postale) già al centro di una controriforma di portata storica che l’ha portata ad intervenire direttamente nel mercato con la facoltà di concedere finanziamenti alle imprese. Alla Cdp il Presidente del consiglio ha affidato, nel corso della conferenza stampa di presentazione del piano di privatizzazioni autunnali, un ruolo da protagonista nel processo di smantellamento di aziende pubbliche prossimo venturo, con un investimento di 53 miliardi di euro il prossimo anno, 93 nel triennio. E l’assalto alla Cdp nasconde il tentativo di arrivare ad un altro obiettivo ben più ambizioso: la privatizzazione di Poste italiane.
Finmeccanica, dal canto suo, ha già ceduto la Ansaldo Energia alla Cdp, per preparare la vendita successiva ai coreani di Doosan. Rimangono aperti i dossier delle cessioni di Ansaldo Sts (il più grande produttore al mondo di sistemi di segnalamento per l’alta velocità) e Ansaldo Breda (nata dalla fusione dei trasporti e delle costruzioni ferroviarie).

 

Il ruolo della Cassa Depositi e Prestiti

La Cdp compra aziende e poi le rivende sul mercato. Dal momento che, per statuto, ancora non può intervenire in aziende in perdita (e questo spiega perché finora non abbia avuto un ruolo attivo nelle crisi Telecom e Alitalia), adesso ci aspettiamo che qualche capoccione della Bocconi o della Luiss pubblichi un bell’editoriale sul Corriere della sera per chiedere di fare quest’altro sforzo e permettere alla Cdp di intervenire a 360 gradi nelle crisi aziendali.
L’intervento della Cassa depositi e prestiti in Telecom è stato auspicato anche da Rassegna sindacale, il settimanale della Cgil, nell’editoriale della prima settimana di ottobre in cui si scrive: “...l’unica strada per risolvere questo pasticcio è che lo Stato attraverso la Cassa depositi e prestiti si compri l’intera Telecom, si tenga la rete e rivenda le altre attività ritenute non strategiche”.
In Cgil, invece di aprire una seria autocritica rispetto alla totale mancanza di iniziativa sindacale per contrastare la distruzione di Telecom e Alitalia si sposa l’idea che occorra sbancare la Cassa depositi e prestiti per metterla al servizio delle privatizzazioni.

 

Una campagna contro le privatizzazioni

Nel 2011 abbiamo vinto il referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Da lì poteva partire un’offensiva su larga scala contro tutte le privatizzazioni, con la consapevolezza che la mobilitazione aveva portato ad una vittoria sul terreno referendario ma che questo successo, come poi si è visto in seguito, aveva dei limiti insiti nello strumento utilizzato. Occorre ora fare un salto di qualità nella lotta contro le privatizzazioni, cercando tutte le occasioni possibili per creare coordinamenti di delegati delle aziende coinvolte, che agiscano di concerto con i comitati che si sono formati negli ultimi anni contro le privatizzazioni dei beni comuni.
Nella bozza del nostro programma, che abbiamo discusso all’assemblea nazionale di Bologna del 6-7 luglio e poi nelle successive assemblee locali, abbiamo messo al centro delle nostre rivendicazioni la rinazionalizzazione di tutte le aziende privatizzate sotto il controllo dei lavoratori, assieme alla nazionalizzazione del sistema bancario, finanziario e assicurativo.
I centri nevralgici dell’economia debbono tornare nelle mani dello Stato, ma non attraverso la Cassa depositi e prestiti per poi svenderle sul mercato, ma attraverso il controllo operaio.
Nel prossimo futuro pubblicheremo regolarmente del materiale, su FalceMartello e su Radio Fabbrica, sulle mobilitazioni contro le privatizzazioni, a partire dalle aziende municipalizzate che sono anch’esse investite da questo processo.
Chiunque volesse contribuire ad arricchire con nuovo materiale questa campagna può farlo inviandolo a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

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