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Quante volte ci siamo sentiti dire che “siamo messi male ma la gente non fa niente”, o che “sono tutti ipnotizzati e non si accorgono di quel che succede”? Spesso sono proprio gli attivisti, o ex-attivisti di sinistra a dipingere questo quadro, come per dire “non è colpa nostra se non si muove niente”. L’inizio dell’autunno ci ha mostrato quanto sia falsa questa idea, soprattutto fra i giovani.


Lo dicono innanzitutto i cortei studenteschi che sono tornati a denunciare lo sfacelo dell’istruzione pubblica e la mancanza di un futuro per i giovani.
Quattromila studenti a Napoli, tremila a Milano e Roma, alcune migliaia a Torino, e ancora a centinaia in 80 diverse città d’Italia: decine di migliaia di studenti dicono che così non si può andare avanti e bisogna fare qualcosa.
Ma per sentirsi dire le stesse cose basta andare davanti o dentro alle scuole e parlare con chi ci studia e ci lavora. In queste settimane lo abbiamo fatto in tutta Italia, e le cose che ci siamo sentiti dire sono magari diverse di città in città ma tutte sulla stessa linea. Le scuole cadono a pezzi, per esempio: piove dentro l’Itsos di Milano, mentre a Licata si devono fare i turni perché non ci sono abbastanza aule per tenere tutti gli studenti insieme; in altre scuole si fa lezione in palestra in attesa di trovare una stanza da qualche parte. In tante scuole si chiude il sabato, non per dare due giorni di vacanza, ma per risparmiare sulle spese. O magari passano circolari che dicono che il riscaldamento si spegne un’ora prima e resta spento nel pomeriggio. Ma quando quest’inverno si farà lezione con 14 gradi ci ricorderemo che il Ministero ha pensato alla nostra salute vietando il fumo anche negli spazi aperti.
Magari gli studenti non leggono i dati Istat, ma sanno sulla propria pelle che la disoccupazione giovanile sale più veloce dello spread: 41,1%, dal 2008 al 2012 è salita di 23,1 punti percentuali (!).
Magari non hanno letto che solo nell’anno scolastico 2011/2012 gli studenti “a rischio di abbandono” sono 31.397 alle superiori, ma se ne rendono conto quando si chiedono se valga davvero la pena continuare a studiare, e infatti sono circa 700 mila ogni anno a lasciare i banchi di scuola oppure a frequentare saltuariamente, tanto da non avere alcuna possibilità di successo formativo (dati Flc-Cgil).

Che la situazione sia insostenibile lo sanno tutti, e c’è voglia di fare qualcosa. E infatti in piazza si va, anche se a leggere i volantini che convocano i cortei mancano proposte chiare. In piazza ci si va per dire basta, ma spesso non si sa da dove cominciare per cambiare le cose. Questa è responsabilità anche di chi ha aperto e chiuso le mobilitazioni come rubinetti, senza una strategia per farle crescere e coordinarle. O di chi ha passato un’immagine “istituzionalizzata” delle lotte, che si fanno sì, ma solo fino a un certo punto, magari con la benevola accondiscendenza della controparte. E così persino il Ministro Carrozza può fare la parte della brava ragazza, dire che “la dispersione scolastica è un assillo per il ministro”, e che anche lei sarebbe scesa in piazza per contestare un ministro negli anni ‘90. Ma chi li fa i tagli, ministro, un’entità sconosciuta o il governo di cui è parte e il partito (il Pd) di cui è espressione? Già, lo stesso che applica il Fiscal compact (45 miliardi di tagli all’anno) e nel frattempo trova i soldi per le scuole private.

Non bastano le mobilitazioni rituali e inoffensive. Le forze che si sono viste, e molte altre che ancora non si sono viste, devono ingaggiare una battaglia per bloccare gli attacchi. Si parte scuola per scuola, dove il dirigente scolastico diventa sempre più un manager, e come tutti gli amministratori delegati deve “solo” far quadrare i conti e garantire un clima favorevole per le “politiche aziendali”. Abbiamo visto come impongono tassazioni speciali (l’esempio dei contributi scolastici), nonostante formalmente l’istruzione rimane pubblica e un diritto costituzionale. Evidentemente appellarsi al rispetto delle leggi non basta. In diverse scuole dal Nord al Sud del paese veniamo a conoscenza di tentativi grotteschi di repressione politica. Avevamo già visto l’assemblea di istituto o di classe negata, la minaccia del 5 in condotta, della sospensione o dell’esclusione dalle attività extra-didattiche per chi fa politica.

Negli ultimi due anni attraverso il lavoro nelle scuole e la campagna di Sempre in Lotta verso le elezioni studentesche siamo venuti a conoscenza di casi di imposizione agli studenti di “listoni unici” di memoria fascista con un programma concordato; per la serie: in tempo di crisi, “governo di unità nazionale” anche a scuola. Si arriva a quel che abbiamo sentito a Campobasso e Caserta, dove alcuni presidi avrebbero dichiarato di voler cancellare direttamente le elezioni e i rappresentanti degli studenti.
Questi attacchi si bloccano organizzandosi nelle scuole e mostrando agli altri studenti come la propria forza collettiva, con le idee chiare, può cambiare le cose. Studenti che vogliono combattere questa battaglia ce ne sono sempre di più, magari senza esperienza e senza qualcuno che nella scuola abbia spiegato loro come fare. Ma in periodi come questi, si impara in fretta.

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