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Il processo di privatizzazione della scuola pubblica ha radici lontane. Già nei primi anni ’90 il governo, con la legge sull’Autonomia scolastica, compiva il primo passo verso lo smantellamento dell’istruzione pubblica italiana, permettendo alle scuole di reperire finanziamenti tra i privati (famiglie, banche, aziende).

Con il meccanismo dell’Autonomia il governo metteva le basi per non occuparsi più del finanziamento della scuola con tutte le conseguenze che ne sono derivate. In contemporanea, tuttavia, il governo introdusse la parificazione delle scuole non statali permettendo di fatto finanziamenti pubblici alle scuole private.

Da quel momento ogni governo si è adoperato nella distruzione della pubblica istruzione. Dopo l’Autonomia sono partiti una serie di tagli alla scuola pubblica senza precedenti (i più famosi sono stati gli 8 miliardi della Gelmini) che hanno coinvolto le amministrazioni scolastiche le quali, approfittando della legge sull’Autonomia scolastica, hanno fatto entrare nelle scuole finanziamenti privati. Così facendo, i privati hanno potuto condizionare le politiche scolastiche: chi paga l’orchestra sceglie la musica. Oltre a tutto questo, i presidi hanno iniziato a chiedere contributi economici anche alle singole famiglie per affrontare i tagli ministeriali.

Il ricorso alla contribuzione privata da parte delle scuole è stata così massiccia che il ministero è dovuto intervenire emanando delle circolari in cui afferma “il contributo scolastico richiesto alla famiglie è facoltativo e va usato solo per l’ampliamento dell’offerta formativa”.

L’intervento del ministero tuttavia non ha prodotto risultati: infatti il problema non è la destinazione del contributo ma i tagli governativi. Le scuole sono costrette a chiedere i contributi poiché tutte quelle spese che un tempo finanziava il ministero non sono più finanziate dallo Stato. Su bilanci scolastici che spesso superano i 900 mila euro, i trasferimenti statali sono di appena 29mila euro. La sproporzione è enorme, e spesso anche quelle poche briciole tardano ad arrivare portando le scuole ad anticipare soldi per conto del ministero: alcuni istituti attendono ancora soldi anticipati nel 2002-03. Intanto le famiglie pagano: agli inizi del 2000 la contribuzione delle famiglie era minima, ora in alcuni istituti supera anche i 200 euro annui a studente.

Tornando a quanto detto dal ministero, “il contributo è facoltativo”. Tutte le scuole si attengono alla legge? No: nel disperato tentativo di far quadrare i bilanci le amministrazioni scolastiche si sono impegnate ogni anno nell’inventare nuovi meccanismi di “convincimento” per far pagare i contributi alle famiglie. Dunque spesso la dicitura “contributo scolastico volontario” diventa “contributo scolastico” oppure “tassa scolastica”. Questo, naturalmente, nel migliore dei casi, perché sono sempre di più gli episodi di pressioni, minacce e discriminazioni (mancata iscrizione all’anno scolastico successivo) a danno degli studenti.

La questione del contributo scolastico, insieme ai costi di libri e trasporti, produce una selezione di classe fra gli studenti: chi può pagare studia, chi non può non studia.

Il problema inoltre si riscontra anche nella selezione verso cui stanno correndo velocemente le scuole: scuole di serie A e di serie B. Le scuole di serie A saranno quelle capaci di reperire fondi dai privati, le scuole di serie B saranno le altre.

Per questi motivi gli studenti di Sempre in lotta si sono impegnati in una campagna nazionale contro i contributi scolastici: con lo slogan “Il contributo non lo pago”, infatti abbiamo proposto il boicottaggio del contributo. La campagna ad oggi ha prodotto già parecchi risultati con studenti che ci hanno scritto da varie zone dell’Italia. Sempre in lotta ha prodotto un questionario per mappare la “situazione contributi”, e al questionario sono arrivate decine di risposte: esemplare è il caso di un liceo in provincia di Foggia dove nel giro di qualche giorno ci hanno scritto una cinquantina di studenti, ai quali si è proposto di trattare l’argomento dentro il loro istituto. Infatti già in molti istituti si stanno tenendo volantinaggi, assemblee e iniziative interne promosse da Sempre in lotta per spingere al boicottaggio. Naturalmente anche nelle iniziative e nelle assemblee stiamo raccogliendo il consenso di studenti pronti ad attivarsi sul tema. Anche i rappresentanti d’istituto e le consulte provinciali sono state interpellate sulla questione, e molti di essi si stanno esprimendo per il boicottaggio.

Questa campagna mostra in quale stato è stata ridotta la scuola e come anni di politiche di austerità abbiano demolito il diritto allo studio. Le istituzioni ci accuseranno con frasi “voi volete far fallire la scuola con il boicottaggio”, ma noi dobbiamo ricordare loro che non sono gli studenti che hanno tagliato miliardi all’istruzione: anzi dobbiamo rincarare la dose, chiedendo che le amministrazioni si schierino con gli studenti e contro il governo. A tale scopo in parecchi consigli d’istituto stiamo depositando mozioni che chiedono all’istituto di annullare il contributo scolastico e chiedere i soldi per far pareggiare i bilanci al ministero.

Questo tuttavia non servirà se gli studenti non si uniranno in un’organizzazione studentesca rivoluzionaria che sia in grado di coordinare gli studenti a livello nazionale e che dia una prospettiva di concreta alternativa a questo sistema che ha contributo a demolire il diritto allo studio. Come Sempre in lotta abbiamo intrapreso una battaglia per scardinare il meccanismo con cui il governo ha saccheggiato l’istruzione: i finanziamenti devono essere statali e non privati, la scuola deve essere pubblica, laica, gratuita e di qualità


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