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Le proteste di massa contro la complicità assassina tra il governo islamico di Erdogan ed i proprietari delle miniere hanno velocizzato la fine dell’attenzione mediatica internazionale sull’incidente costato la vita a 301 minatori di Soma. La stampa e le Tv borghesi sono interessate a presentare al loro pubblico grandi “disgrazie” ed il dolore di rassegnate famiglie proletarie, l’interesse però cala drasticamente quando il dolore si mescola alla rabbia ed alla volontà di riscatto sociale. Ed in Turchia sta crescendo una grande determinazione a cambiare lo stato di cose esistente, almeno sin dall’esplosione del movimento di piazza Taksim nel giugno 2013. Quel movimento, socialmente composito, aveva coinvolto soprattutto la gioventù.

Questa volta, a Soma, sono stati gli operai a rifiutare le ipocrite condoglianze del potere, a dare alle fiamme la sede del partito islamico Akp al governo ed a costringere il primo ministro Erdogan a fuggire in un supermercato protetto da un cordone di centinaia di poliziotti anti-sommossa. Manifestazioni di massa e spontanee contro il governo si sono diffuse nelle principali città del paese (Istanbul, Ankara, Smirne), i sindacati di sinistra Kesk e Disk hanno promosso uno sciopero generale di solidarietà – formalmente vietato dalla Costituzione vigente – parzialmente riuscito. Dopo i giovani, anche la classe lavoratrice sta riprendendo la parola in Turchia?

Un boom sulla pelle dei lavoratori

Circa due anni fa Alp Gürkan, proprietario del conglomerate Soma Holding, in un’intervista al quotidiano Hürriyet si era vantato di come la sua compagnia fosse riuscita a ridurre i costi di produzione del carbone da 130-140 dollari a 23,8 dollari per tonnellata, “grazie ai metodi operativi del settore privato”. Soma Holding produce 5,5 milioni di tonnellate di carbone all’anno e, nella medesima intervista, Gurkan sottolineava anche il metodo di calcolo delle royalties introdotto dal governo Erdogan come causa della crescita dei profitti.
Tra la fine degli anni ‘90 ed il 2011 – secondo dati forniti dalla Banca mondiale – il prodotto interno lordo della Turchia sarebbe quasi quadruplicato. In quello stesso periodo, sotto la costante pressione del Fondo monetario internazionale e, dal 2004, col governo saldamente controllato dall’Akp di Erdogan, un imponente processo di riforme ha mirato a sfruttare in modo sempre più violento la classe lavoratrice. Il governo Erdogan ha privatizzato la compagnia telefonica, le raffinerie della Tupras, la compagnia elettrica, dighe, porti ed un totale di circa 200 aziende. La miniera di Soma era stata privatizzata nel 2005 e svenduta ad un padrone vicino all’Akp; Spudoratamente, la moglie del general manager della Soma Holding era stata eletta nel consiglio comunale di Soma nelle liste dell’Akp. Nel suo zelo pro-capitalista, il governo del “pio” Erdogan si è spinto a promulgare una legge-quadro sugli investimenti stranieri contenente una garanzia di “protezione contro gli espropri”, la libertà totale per i capitali stranieri di rimpatrio dei profitti e dei dividendi, l’esenzione dalle imposte doganali per l’importazione di macchinari ed infine la creazione di “zone economiche speciali” nelle quali lo Stato assicura alle imprese ulteriori incentivi fiscali, terreni gratuiti, strutture di ricerca universitarie pubbliche al servizio delle aziende private, ecc.
Il risultato di questo decennio e più di boom per i capitalisti è un paese nel quale gli operai muoiono sul lavoro mediamente otto volte di più che nell’Unione europea, che pure non è certo un luogo ameno. Si sono registrati 880mila incidenti e 13.442 morti sul lavoro tra il 2002 ed il 2013. Il numero annuo dei morti sul lavoro, peraltro, è salito dagli 872 del 2002 ai 1.235 del 2013. Davanti a tutto ciò, l’Akp ha replicato che la miniera di Soma era la più sicura nel paese... Queste sono state, sinteticamente, le basi della crescita economica della Turchia e dell’eccezionale ondata di investimenti esteri diretti (da 1,8 miliardi di dollari nel 2003 a circa 20 miliardi nel 2006). E c’è poco da stupirsi: nel sistema capitalista crescite economiche “equilibrate” e rispettose dei diritti dei lavoratori esistono solo nei sogni e nei documenti (sogni messi nero su bianco) delle organizzazioni riformiste del movimento operaio.
Sono dunque verità inconfutabili quelle ribadite recentemente dal presidente dell’Unione del lavoro turca dei minatori, Tayfun Gorgun: “Appena dopo la privatizzazione, gli incidenti in miniera aumentarono drammaticamente a causa della politica di incoraggiamento del sub-appalto. La gente iniziò a lavorare per bassi salari ed anche “in nero”. La sicurezza sul lavoro è stata ignorata per abbassare i costi dell’impresa. Gli ispettori iniziarono ad ignorare i problemi. L’unico obiettivo è fare più soldi. Questi non sono incidenti ma omicidi ed i responsabili sono anche gli ispettori, i ministri ed il capo del governo.”

La necessità di un’alternativa di classe

Erdogan è sopravvissuto politicamente al movimento di Gezi park, principalmente per i limiti di direzione, organizzazione e programma di quell’ondata poderosa di contestazione del sistema. Tuttavia, Erdogan ha pagato un prezzo in termini di erosione della sua legittimazione. Da allora, la crisi politica in Turchia non si è fermata.
Le proteste scatenate dalla tragedia di Soma hanno approfondito il solco tra governanti e società. C’è da osservare, inoltre, che la recente vittoria di Erdogan nelle elezioni amministrative – sebbene ottenuta con margini più ridotti che in passato nelle aree urbane ed industrializzate – potrebbe averlo indotto a perdere ancora di più il contatto con la realtà. Come spiegare, se non con la colossale arroganza di chi si sente ormai “padre della patria”, le dichiarazioni di Erdogan sulle morti in miniera come “cose che succedono”? In realtà, la vittoria elettorale alle recenti amministrative, pare dovuta più che altro all’assenza di una valida alternativa ed alla presa ancora egemonica dell’Akp sulle zone rurali della Turchia per mezzo delle reti caritative islamiche.
Il Chp (Partito repubblicano del popolo), principale partito di opposizione, infatti, raccoglie principalmente le spinte di un settore “laico” di borghesia turca, orientato verso gli affari con l’Occidente ed organizzata nell’associazione padronale Tusiad. Se probabilmente ancora oggi un settore di lavoratori vede un’alternativa in questa formazione erede del nazionalismo kemalista ed identificata con la modernizzazione del paese negli anni ‘60 e ‘70, i vertici del Chp sono borghesi ed intenti a formare un nuovo blocco di potere col settore di capitalismo islamico in rottura con Erdogan (il movimento Hizmet) e con la piccola e media borghesia rabbiosamente nazionalista – anti-curda ed anti-armena – del partito di estrema destra Mhp. La rottura di Erdogan col movimento Hizmet, guidato dal guru islamico Fethullah Gulen auto-esiliatosi negli Stati Uniti, è peraltro una spaccatura interna alla classe dominante frutto dell’indebolimento non temporaneo dell’attuale regime. Gulen, oltre a dirigere un impero di scuole religiose in Turchia e in tutto il mondo, fu decisivo nel fornire al partito di Erdogan quadri e appoggi per condurre numerose purghe nell’apparato statale, soprattutto giudiziario e militare, legato per tradizione alla borghesia laica e kemalista. A partire dagli attacchi della magistratura contro il sistema corrotto garantito dal clan di Erdogan, la rottura tra Gulen ed Erdogan è stata pubblica e virulenta, a suon di accuse di “tirannia” ricambiate con insinuazioni di essere una pedina del sionismo e dell’imperialismo statunitense.
Ma queste divisioni nella classe dominante non sono il frutto del capriccio personale quanto piuttosto delle difficoltà di continuare a comandare come fatto finora. La Turchia del boom ha al tempo stesso rafforzato la classe lavoratrice turca e approfondito la diseguaglianza sociale. La Turchia – assieme a Usa, Israele, Cile e Messico - è tra i cinque paesi del mondo nei quali c’è un maggiore squilibrio tra le ricchezze possedute dal 10 per cento più ricco e dal 10 per cento più povero della popolazione. Però, per dare alle rivolte la possibilità di vincere, è necessario il partito della classe: la spontaneità, per quanto fondamentale nel dare una scossa ad una situazione ingessata, non è sufficiente, come non lo è una sinistra politica frammentata ed impotente su scala nazionale.

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