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Comincia a Seattle

L’ambiente politico è decisamente cambiato negli Stati Uniti. Le decine di migliaia di lavoratori e giovani (si parla di 50mila manifestanti) che hanno invaso le strade di Seattle per protestare, sotto i palazzi del vertice internazionale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), "contro la globalizzazione delle corporazioni", hanno preso alla sprovvista prima di tutto la borghesia, i suoi rappresentanti politici e i suoi ideologi: le reazioni isteriche della polizia americana, che ha selvaggiamente malmenato, arrestato, attaccato con gas lacrimogeni i manifestanti, del sindaco di Seattle che ha dichiarato il coprifuoco (e addirittura ha annullato ogni manifestazione pubblica prevista per il Capodanno 2000!), mostrano con chiarezza come la classe dominante sia giunta impreparata di fronte a questa situazione sociale esplosiva. Si sono trovati una delle più clamorose mobilitazioni degli ultimi anni nel cortile di casa mentre stavano ancora riempendosi la bocca dei dati straordinari sulla crescita economica USA.

L’esplosione di Seattle ha un enorme significato sintomatico. La stampa ha molto insititito sull’eterogeneità dei manifestanti. E in effetti pareva di assistere a una vera e propria "fiera campionaria" delle vittime del grande capitale in questi anni: organizzazioni contadine, consumatori, ambientalisti, ecc.

Ma è stato il movimento sindacale ha porre il suo segno sulla manifestazione, con la partecipazione di decine di migliaia di lavoratori dei trasporti, della Boeing, e di altre categorie. Significativo il fatto che il segreterario generale della confederazione sindacale Afl-Cio, Sweeney, abbia partecipato alla protesta.

Già da anni seguiamo con molta attenzione i cambiamenti importanti nel movimento operaio americano, la rinascita del sindacato in occasione dell’ondata di ristrutturazioni aziendali, le grandi lotte dei dipendenti della General Motors, dell’UPS e di molte altre grandi imprese statunitensi, la stessa fondazione del Partito Laburista Statunitense che esprime, seppur in maniera distorta, l’aspirazione di un settore avanzato di quella classe operaia ad avere finalmente un partito che li rappresenti. Sulla protesta di Seattle abiamo intervistato Peter Johnson, redattore della rivista "Socialist Labor" e organizzatore di Youth for international Socialism".

In Italia la stampa borghese ha sostenuto l’idea che i manifestanti di Seattle fossero -perlomeno in maggior parte- "fuori dal tempo", dei nemici del progresso, dei protezionisti preoccupati della libera concorrenza, dei conservatori spaventati dal dinamismo dell’economia globalizzata e dalle nuove sfide della tecnologia, degli ecologisti estremi che preferirebbero vivere nella preistoria pur di non avere l’inquinamento e di salvare le tartarughe marine...

E` vero che c’erano elementi protezionisti/nazionalisti coinvolti nelle proteste. Ma io penso che questi sentimenti siano normali in periodi in cui la classe operaia comincia a sentirsi mancare il terreno sotto i piedi. C’è stata in effetti una specie di reazione generica contro la "globalizzazione" da parte di alcuni dei manifestanti, ma, ancora una volta, come marxisti sappiamo che questa espansione dell’interdipendenza della produzione mondiale è molto progressista, in termini di grandi processi storici. Come ho detto, penso che questa sia una reazione immatura all’apparenza superficiale della situazione. Per usare un’analogia storica, i luddisti inizialmente se la prendevano con la tecnologia e distruggevano i nuovi macchinari, incolpandoli per i loro guai. Ma gli operai impararono presto che era necessario organizzarsi in sindacati ed usare la propria forza economica per fronteggiare i capitalisti. Nel complesso, i manifestanti erano effettivamente di vario genere. C’erano attivisti sindacali, ambientalisti, studenti universitari, anarchici, "marxisti", suore, politici borghesi, e naturalmente anche noi, membri della Youth for International Socialism ["Giovani per il Socialismo Internazionale"]. Era un insieme piuttosto variegato di persone. Ma credo che ciò dimostri come ci siano elementi di tutte le provenienze che stanno iniziando a rendersi conto che bisogna fare qualcosa di fronte allo sgretolamento del sistema capitalista. L’ambiente sta decisamente cambiando in America.

Come si è svolta la manifestazione e che reazioni ha provocato?

I manifestanti erano organizzati grosso modo in due gruppi: quello degli attivisti sindacali e quello dei radical e dei "sinistrorsi" assortiti. Entrambi hanno tenuto dei cortei in occasione delle riunioni del WTO, e si sono trovati di fronte la violenza gratuita della polizia antisommossa totalmente impreparata alla situazione. I manganelli, gli spray al pepe e i proiettili di gomma della polizia hanno colpito persone di ogni genere - molti manifestanti sono stati feriti davvero seriamente - ma alla fine il vero sconfitto è stato il dipartimento di polizia di Seattle! E naturalmente molta della stampa borghese ha tentato di fare di ogni erba un fascio per screditare la fondatezza delle rivendicazioni e delle azioni della maggior parte di loro. Ciò nonostante, in parecchi nella stampa e nella popolazione simpatizzavano con le proteste.

Che effetto hanno avuto gli eventi di Seattle sulla coscienza della classe operaia e della gioventù americana?

Credo che si sia stata una vera e propria ondata di radicalizzazione durante e dopo le proteste. Molti giovani hanno perecepito che forse il popolo americano non è poi così letargico e apatico - che è possibile davvero che qualcosa cambi nel prossimo futuro. Se anche molte persone non sapevano esattamente su cosa vertessero le proteste, ed erano indispettiti per la minoranza di "casinisti", la gran parte di quelli con cui ho parlato sembravano simpatizzare con le idee e le rivendicazioni principali della massa dei manifestanti: standard minimi decenti sulle condizioni di lavoro da rispettare in tutto il mondo, un ambiente protetto per le generazioni future, meno segretezza da parte del WTO e dei suoi membri, posti di lavoro di buona qualità, sussidi, sanità, istruzione, ecc. Il lavoratore medio di qualsiasi Paese può comprendere queste richieste basilari.

Indubbiamente si prepara il risveglio del gigante dormiente: la classe operaia nordamericana. Questa non è stata che la mossa d’apertura nella complessa partita di scacchi che sarà giocata nel corso del prossimo periodo fra la classe che comanda e la classe che produce. Per ora la classe lavoratrice ha mandato un segnale forte ai suoi attoniti nemici di classe: "Non vi lasceremo più decidere sulle nostre vite e sul nostro futuro". È stato un piccolo passo iniziale - ma ovviamente la classe deve imparare a camminare prima di poter correre dopo così tanti decenni di stasi e inattività. Tuttavia ho la massima fiducia nel fatto che quando i lavoratori nordamericani cominceranno a muoversi, sconvolgeranno il mondo.

Ovunque gli economisti e i propagandisti borghesi dipingono la "sana economia americana" come un modello di prosperità ed efficienza. Qual è la situazione reale nel tuo Paese?

C’è indubbiamente un grande boom borsistico, concentrato su alcuni titoli delle alte tecnologie, ma per il grosso della forza-lavoro, è tutta un’altra storia. I posti di lavoro disponibili sono sempre più spesso impieghi temporanei e senza coperture, le condizioni e l’orario di lavoro si sono costantemente deteriorati. Gli americani adesso lavorano un’incredibile media di 47 ore alla settimana - più dei giapponesi, e molto più degli europei occidentali. I livelli di stress sono ad un massimo storico, come evidenziato dal moltiplicarsi di atti violenti sul posto di lavoro e dal numero assurdo di farmaci antidepressivi prescritti.

Le cifre ufficiali sulla disoccupazione sono veramente assurde. Prima di tutto, lasciano fuori dal conteggio oltre un milione di persone in prigione (sebbene molti di loro siano impiegati in lavori forzati per salari estremamente bassi). E anche più significativo è il fatto che classificano come "occupazione" anche ogni sorta di lavori sottopagati, precari, senza coperture o contratto. Ovviamente, è ridicolo in primo luogo che si vantino della "piena occupazione" quando ci sono centinaia di migliaia di membri della società che sono obbligati a rovinarsi la vita e a buttare via le proprie capacità e il proprio potenziale produttivo in attesa nelle liste di collocamento o nei ricoveri per senzatetto. I politici borghesi amano attaccare lo "Stato sociale" quando di fatto la spesa pubblica a favore delle imprese (sussidi, esenzioni fiscali, incentivi ecc.) è il triplo della spesa sociale. Ma i lavoratori non sacrificheranno le loro famiglie e la loro salute per sempre: lentamente si renderanno conto che la loro speranza in un futuro economicamente più luminoso è un’illusione. Saranno obbligati dagli eventi a cercare una soluzione ai loro problemi, e questo è il compito dei marxisti negli Stati Uniti – fornire una soluzione di classe che in ultima analisi può essere ottenuta solo mettendo fine al sistema capitalista.


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