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 Marx scrisse che la religione è l’oppio dei popoli. L’osservazione può essere compresa solo se la si intende in senso letterale. La religione, come le droghe, sembra offrire una via di fuga da una realtà orribile, di miseria – e non solo materiale – di sfruttamento, di oppressione e sopraffazione, dove le tragedie individuali e collettive che si abbattono su ogni essere umano sono talmente abnormi e incontrollabili da non poter avere altra spiegazione se non con l’agire di una qualche forma di intelligenza superiore che impone i suoi disegni imperscrutabili.

 

Da quando l’umanità ha ragionato sul proprio presente e futuro, da quando lo sfruttamento e l’oppressione sono diventati la forma dominante delle relazioni sociali, le spiegazioni in termini di pensiero prima magico, poi compiutamente religioso, sono diventate la norma. Alla sottomissione degli uomini sulla terra ai potenti non poteva che corrispondere la sottomissione di ogni creatura all’onnipotente. Eppure la religione non è stata solo una giustificazione dello status quo o una consolazione per i sottomessi.

Prima della nostra epoca, dove la schiavitù dell’immensa maggioranza della popolazione non ha alcuna giustificazione al di fuori dei puri e semplici rapporti di forza tra le classi (le famose “leggi del mercato”), lo sfruttamento veniva giustificato da ideologie religiose. Veniva dunque anche combattuto con ideologie religiose. Prima della rivoluzione francese, le rivolte popolari contro i ricchi e i potenti sono sempre state condotte sotto vessilli di riformatori religiosi o veri dirigenti rivoluzionari, come Muntzer, che pagarono con la vita l’aperta ribellione alla classe dominante e alla sua religione.

Sebbene nei paesi avanzati la religione non orienti più le scelte quotidiane della larga massa della popolazione, l’ideologia religiosa e il potere organizzato delle varie chiese hanno un peso colossale nella lotta politica e ideologica. Inoltre, ancora oggi le aspirazioni a una vita libera dallo sfruttamento e dalle ingiustizie tocca spesso, e non solo per le fasce arretrate della popolazione, aspetti religiosi. Dopo tutto, non si è mai sentito parlare di un paradiso in cui sussistano classi, sfruttamento, denaro, manganelli della polizia, disoccupazione, schiavitù. Questo se lo ricordano sempre, nei loro sermoni, i sacerdoti di tutte le fedi. Si dimenticano però di spiegarci come l’uomo possa conquistare un paradiso senza dover necessariamente ritornare polvere, un mondo di gioia, fratellanza e amore su questa terra e non da morti.

La maggioranza dei proletari che mantengono sentimenti religiosi non è contraria pregiudizialmente alle lotte, nemmeno radicali. Gli esempi di tendenze a sfondo religioso in prima linea nella lotta di classe sono innumerevoli persino nel ventesimo secolo, dove il movimento operaio “laico” è presente in quasi tutto il mondo. D’altra parte i ricchi, alla fine dei conti, sono tutti profondamente alieni a ogni forma di religione e spiritualità. Non c’è posto nei loro cuori per ciò che non sia il massimo profitto, lo sfruttamento più efficiente di altri essere umani. Per questo, in tutte le religioni fondamentali della storia umana i ricchi e potenti sono giudicati come si conviene: parassiti che nella vita eterna bruceranno all’inferno. Questo non impedisce alle organizzazioni ecclesiastiche di ogni confessione di schierarsi con la borghesia a difesa del profitto in cambio di lauti finanziamenti, una sorta di pizzo spirituale che confligge palesemente con le credenze da loro stesse divulgate.

Le contraddizioni che avvolgono le materie religiose vanno affrontate con i credenti, ma in maniera costruttiva. Offendere i sentimenti religiosi dei credenti non serve che a consolidarli. Allo stesso tempo i rivoluzionari non cedono a nessun pregiudizio religioso o di altra natura. Il motto dei comunisti, in materia di religione e in ogni altro campo è sempre quello di Lenin: spiegare pazientemente, sottolineare la necessità che i proletari combattano e si organizzino per i propri diritti affidando la propria liberazione a se stessi. Lottare fianco a fianco vale più di ogni disquisizione sull’impossibilità razionale dell’esistenza di entità trascendenti. Quando la classe operaia avanza, i pregiudizi religiosi, razziali o di altro tipo recedono fino a svanire. Nei periodi di arretramento sociale e politico dei lavoratori, questi pregiudizi si alzano come i cattivi odori dai rifiuti. I dirigenti riformisti additano il razzismo o la fede religiosa dei lavoratori come prova dell’impossibilità di lottare per delle conquiste sociali se non per trasformare la società stessa. Si dimenticano sempre del fatto che sono state le loro politiche suicide, causate dalla necessità di non infastidire la borghesia, ad aver prodotto le sconfitte e dunque il riemergere di quei pregiudizi. Scambiano di proposito cause ed effetti.

È interesse dei marxisti discutere di temi religiosi evidenziando le contraddizioni tra le aspirazioni delle masse e le gerarchie di ogni credo religioso. In questa sezione intendiamo sviluppare un dibattito su questi temi con contributi sia storici sia di attualità con lo scopo di contribuire alla lotta ideologica e politica contro i pregiudizi di ogni sorta che gravano sui lavoratori.  

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