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je suis charlieMentre scrivo queste righe il dramma francese ha appena raggiunto un epilogo sanguinoso, con la morte dei due uomini che hanno assassinato lo staff di Charlie Hebdo. Come in una tragedia greca, questo epilogo era inevitabile. Realisticamente, non poteva finire in alcun altro modo. Questi tre giorni di grande tensione, tali da catturare l’attenzione del mondo intero, si sono risolti con venti morti, un numero impreciso di feriti e una nazione sotto shock.

Tra questi morti, c’è uno dei due individui che giovedì, armati, hanno preso in ostaggio diverse persone, tra cui donne e bambini, in un supermercato ebraico, apparentemente come gesto di solidarietà con gli assalitori della redazione di Charlie Hebdo. Questi ultimi hanno concluso la loro fuga, dopo una caccia all’uomo che ha visto mobilitarsi l’intera polizia francese e parte dell’esercito, asserragliandosi in una fabbrica dove, dopo un assedio durato ben otto ore, sono infine caduti sotto una grandine di proiettili. Poco tempo dopo c’è stato un altro assalto ad un supermarket durante il quale sono morti sia l’assalitore che quattro ostaggi. Mentre scrivo, è ancora ignoto il destino della compagna dell’assalitore.

Come un pesante macigno gettato in un lago, gli avvenimenti francesi hanno generato delle onde che continuano a sconvolgere l’Europa e il mondo. Tutto è iniziato il 7 Gennaio, quando due uomini armati hanno fatto irruzione negli uffici parigini di Charlie Hebdo, un giornale noto per le sue controverse vignette, uccidendo dieci membri della redazione e due poliziotti. Questo ha provocato immediatamente un’ondata di rabbia e di repulsione, che ha condannato questi eventi per la loro brutalità e perché rappresentano un attacco deliberato alla libertà di espressione.

Come marxisti, condanniamo queste azioni senza alcuna riserva. Ma non ci uniremo al coro ipocrita diretto da coloro che non hanno alcun diritto di condannare un terrorismo assassino di cui in realtà sono in gran parte responsabili.

Quale tipo di difesa era stata preparata per la redazione di Charlie Hebdo? Era risaputo quanto rappresentasse un obiettivo primario per i terroristi. La loro critica esplicita dell’Islam gli aveva già procurato diverse minacce e i loro uffici avevano già subito un attacco incendiario nel 2011. Eppure, nel momento fatale in cui i loro assassini si sono diretti alla loro porta, la loro unica “protezione” consisteva in due poliziotti disarmati, entrambi freddati dagli assalitori, uno addirittura mentre era a terra ferito.

Non si è trattato certo un attacco casuale, chiunque sia stato ad organizzarlo. Gli assassini sembravano infatti avere una conoscenza precisa sia della piantina dello stabile che degli orari e dei giorni in cui la redazione si riuniva. A quanto si dice hanno chiamato per nome ogni vignettista, prima di freddarli con un Kalashnikov. I filmati li mostrano mentre urlano “Abbiamo vendicato il profeta Maometto” uscendo dallo stabile.

Si è presto scoperto che gli assassini erano due fratelli, francesi di origine algerina, Said e Chérif Kouachi. Com’è possibile che le loro identità siano state scoperte così velocemente? È venuto fuori che erano persone ben note ai servizi segreti francesi. Infatti Chérif Kouachi era stato condannato a 18 mesi di prigione nel 2008 con l’accusa di terrorismo per aver aiutato alcuni combattenti a raggiungere l’Iraq.

Nel maggio del 2010, la polizia aveva arrestato Chérif Kouachi, Djamel Beghal e altre persone, con l’accusa di sospetta attività terroristica. Il processo aveva evidenziato il ruolo che Beghal aveva avuto nei confronti di Kouachi e del suo processo di radicalizzazione, tanto che quest’ultimo era stato definito “pupillo” di Beghal. Le perquisizioni a casa di Kouachi avevano scoperto molti video con discorsi di diversi membri di Al Qaeda. La cronologia della loro navigazione su internet aveva rivelato molte visite fatte a siti che facevano riferimento al fondamentalismo islamico e alla Jihad.

Più tardi è stato anche rivelato che i due uomini erano stati inclusi in una lista di sospetti terroristi negli USA. Eppure, nonostante tutto questo, sono stati in grado di portare a compimento il loro piano omicida con estrema facilità. Com’è possibile che due sospetti di questo livello siano potuti arrivare, armati fino ai denti, alle porte di un giornale che era risaputo essere un obiettivo primario per i terroristi islamici? Chi aveva la responsabilità della loro sicurezza? Tutto questo fa sorgere molte domande, alle quali però ora non è possibile dare una risposta.

Il presidente Francois Hollande ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale, con le bandiere a mezz’asta, e un minuto di silenzio è stato osservato in tutto il paese. Hanno suonato le campane di Notre Dame e persino le luci della Torre Eiffel sono state spente. Il presidente ha poi giurato su tutto ciò che è sacro che gli assassini sarebbero stati catturati e portati di fronte alla giustizia, e ha ordinato la totale mobilitazione delle forze dello Stato per difendere gli uffici pubblici, le moschee e altri potenziali obiettivi.

Purtroppo però, tutto questo arriva troppo tardi per quelli che, sfortunate vittime, sono stati massacrati come agnelli sacrificali mercoledì scorso. Ci può giustamente chiedere come mai queste misure di sicurezza non siano state prese prima. In un discorso pieno di elogi postumi per giornalisti morti, un presidente commosso li ha definiti “eroi della lotta per la libertà di espressione”. È davvero un peccato che né lui né i suoi sottoposti nella polizia e nei servizi segreti abbiamo dimostrato lo stesso interesse per la sicurezza di questi eroi quando questi erano in vita.

 

Perché lo hanno fatto?

Cosa ha spinto queste persone a fare quello che hanno fatto? Chérif Kouachi ha detto tempo fa che era rimasto sconvolto dalle torture che avevano dovuto subire i prigionieri della prigione americana di Abu Ghraib, vicino a Baghdad. E adesso ha assunto lui il ruolo di boia per la Jihad. Che esista un legame di causa tra gli attentati di Parigi e la Jihad straniera non è certo un segreto: molte persone si sono radicalizzate e addestrate nel Medio Oriente e in paesi come Afghanistan, Pakistan e Yemen.

Di recente è stata la Siria la destinazione preferita per chi, proveniente dall’Europa, aspirava a diventare un Jihadista. Sembra che in Siria il contingente più grande di combattenti europei provenga dalla Francia, che non è strano, visto la percentuale di musulmani nella sua popolazione. Tutto questo è molto chiaro. Ma chi è davvero responsabile? Vale la pena ricordare che solo un paio di anni fa l’occidente (inclusa la Francia) considerava i Jihadisti siriani come dei “combattenti per la libertà” che lottavano eroicamente contro il regime oppressivo di Assad. Quello che oggi viene chiamato ISIS è stato sostenuto, con rifornimenti di armi e soldi, dagli americani, dai britannici e dai francesi, così come dall’Arabia Saudita e dal Qatar.

Ora, le stesse persone vengono invece denunciate come barbari e selvaggi. Perché? Perché hanno decapitato alcuni prigionieri occidentali. Ma queste stesse persone per anni hanno sgozzato, decapitato e crocifisso persone in Siria. Allora i media occidentali erano cechi, sordi e muti, all'oscuro di questi fatti? O i combattenti per la libertà sono diventati improvvisamente selvaggi solo perché hanno decapitato dei cittadini delle democrazie occidentali? È sufficiente porre queste domande per mettere a nudo e smascherare la cinica ipocrisia e la logica dei due pesi e delle due misure della morale degli imperialisti.

Ricordiamoci che Bush e Blair avevano giustificato l’invasione dell’Iraq dicendo che si trattava di una “guerra al terrore”. L’obiettivo dichiarato era quello di proteggere l’America e l’Europa dagli attacchi terroristici e oggi, dopo più di dieci anni da quell’invasione, la minaccia del terrorismo non solo non si è dissolta ma è diventata più pericolosa che mai.

Dicevano che l’invasione dell’Iraq era diretta a colpire Al Qaeda, ma prima dell’arrivo degli americani a Baghdad, in Iraq semplicemente Al Qaeda non esisteva. E adesso, grazie a quell’invasione e al caos che ha generato, Al Qaeda e altri gruppi hanno costruito una solida base in Iraq, che stanno cercano di trasformare in una base da cui lanciare attacchi verso tutta l’Europa e altrove.

Il riferimento che Chérif Kouachi ha fatto ad Abu Ghraib è molto significativo. Secondo Bush e Blair, l’invasione dell’Iraq avrebbe dovuto essere una vittoria della democrazia sulla tirannia. Invece, una tirannia è stata sostituita da una tirannia persino peggiore, in cui gli occupanti stranieri trattavano gli iracheni come un popolo sottomesso, per cui le persone potevano essere arrestate e rinchiuse in prigioni infernali come Abu Ghraib, la prigione nota per aver ospitato torture, umiliazioni e omicidi di iracheni da parte degli americani. Le immagini di quegli abomini compiuti dai rappresentanti delle civiltà democratiche, cristiane e occidentali, hanno fatto velocemente il giro del mondo e non c’è dubbio che abbiano contribuito alla radicalizzazione di molti giovani musulmani, alcuni dei quali sono poi caduti nelle braccia dei jihadisti.

E di certo quelle azioni non possono essere semplicemente considerate come azioni di schegge impazzite americane. I britannici infatti erano altrettanto brutali con i prigionieri iracheni. E sempre per gli americani, è ormai di dominio pubblico quanto la CIA abbia praticato la tortura su scala di massa. Davvero un’ottima pubblicità per le democrazie occidentali! Non c’è bisogno di dire che ovviamente nessuna di queste cose giustifica il brutale attacco terrorista di mercoledì scorso a Parigi. Ma allo stesso tempo non bisogna dimenticare che atrocità simili sono state commesse dall’imperialismo in Iraq, Afghanistan e altri paesi e continuano tutt’oggi.

In questo modo, l’imperialismo ha agito come il più efficiente agente reclutatore per i terroristi della Jihad. Ma le responsabilità dell’imperialismo non finiscono qua. Di solito non è chiaro quanto siano stati gli americani e i loro tirapiedi in Pakistan e Arabia Saudita a organizzare, armare e finanziare sia i Talebani che Al Qaeda, allo scopo di combattere i russi in Afghanistan negli anni ottanta.

 

I crimini dell’imperialismo

Le azioni compiute dall’imperialismo hanno causato caos e spargimento di sangue ovunque: in Iraq, in Siria, nel nord della Nigeria, in Afghanistan e in Pakistan. Ogni giorno, in questi paesi, vengono commessi massacri e atrocità ben peggiori di quello che è accaduto a Parigi. Ormai sono diventati così comuni, così normali, che difficilmente appaiono tra le notizie nei mass media occidentali. Ma è proprio con la destabilizzazione del Medio Oriente e del Nord Africa che gli imperialisti hanno creato quei mostri che, proprio come fossero fantasmi delle vittime di quei crimini, oggi minacciano l’Europa.

L’imperialismo francese all’inizio era rimasto in disparte e non aveva partecipato alla guerra in Iraq, nel tentativo, molto fastidioso per gli americani, di perseguire i propri interessi. Ma negli ultimi anni la Francia ha cambiato strategia, è saltata sul carro delle altre potenze e adesso cerca di usurpare alla Gran Bretagna la sua “relazione speciale” con gli USA, che poi significa semplicemente agire come il buon cagnolino di Washington. E infatti hanno aderito con entusiasmo alla coalizione guidata dagli USA per bombardare le posizioni dell’ISIS in Iraq. E prima ancora avevano appoggiato il rovesciamento di Gheddafi in Libia, azione che ha poi portato a quel caos di cui hanno approfittato diversi gruppi jihadisti per prendere il controllo di larghi settori delle regioni sahariane e sub-sahariane e che adesso minacciano il nord della Nigeria. Tutto questo ha fatto si che la Francia, in cui risiede la più grande comunità musulmana d’Europa (4-5 milioni), diventasse un obiettivo primario del terrorismo jihadista.

Adesso tutti i nodi stanno venendo al pettine, solo che questi non sono nodi, ma bombe. Per i servizi segreti francesi ed europei quello che si prospetta è uno scenario da incubo. Ormai divenuti esperti nell’arte della morte, dell’assassinio e della creazione del caos, gli ex “combattenti per la libertà” (oggi noti come “pericolosi estremisti”) stanno tornando a casa assetati di vendetta e pieni di odio per ogni cosa possa sembrare occidentale. Si confondono tra la popolazione e restano nascosti finché non emergono, come è successo mercoledì a Parigi, per dare ai popoli d’Europa un piccolo assaggio della vita quotidiana nella Siria di oggi. Per dirla con una donna francese, “il Medio Oriente è arrivato in Europa”.

Il capo dei servizi segreti britannici ha avvertito che esiste “una concreta minaccia di attacchi terroristici in Gran Bretagna” e ha ammesso che “è impossibile prevenire ogni attacco”. Parole che di certo non sono di alcun aiuto ai cittadini comuni della Francia e della Gran Bretagna che non hanno alcuna responsabilità per i crimini commessi dall’imperialismo ma che saranno le vittime principali degli attacchi terroristici che inevitabilmente ne derivano. I terroristi infatti cercheranno naturalmente degli obiettivi facili da colpire, quindi civili e non militari. È sicuramente più facile assassinare la redazione di Charlie Hebdo che dirottare aerei o farli schiantare sulle Torri Gemelle.

 

Uno scontro tra culture?

Ai giornalisti occidentali piace vedere questo conflitto come uno “scontro tra culture”, e cioè uno scontro tra i valori dell’Illuminismo (occidentale) e democratico e la barbarie oscurantista (e islamica). Questo modo così confortante di vedere le cose serve loro come una giustificazione molto conveniente per sostenere l’indebolimento o addirittura l’abolizione delle libertà civili in casa propria (politica nota come “difesa della democrazia”) e lanciare diverse avventure militari all’estero (nota come “la guerra al terrore). Stranamente, i jihadisti vedono questo conflitto nello stesso e identico modo, solo che sono loro ad avere ragione e l’occidente torto.

I mass media esprimono orrore e disgusto per la brutalità del cosiddetto Stato Islamico (IS) con le sue decapitazioni dei prigionieri poi glorificate in video orripilanti, e per la carneficina inflitta all’Afghanistan e al Pakistan dai Talebani. Tutto questo viene attribuito al fondamentalismo islamico. Ma il fanatismo religioso non è monopolio dell’Islam. Non sono forse i coloni ebrei in Palestina quelli che giustificano le loro provocazioni atroci citando i testi religiosi?

E di certo non mancano i fanatici nel mondo cristiano, i cui crimini sono molto più gravi di quelli perpetrati dall’ISIS o dai Talebani. Si dice che Tony Blair e George W. Bush si siano seduti insieme a pregare prima di ordinare il bombardamento dell’Iraq e che poi siano andati a casa con la coscienza pulita. E sono questi due uomini, più di chiunque altro (ed entrambi devoti cristiani), ad essere responsabili per il pantano sanguinoso in cui è precipitato il Medio Oriente.

I pennivendoli impiegati nei mass media, un giorno si e l’altro pure, fideisticamente ripetono il messaggio che gli è stato passato dai loro padroni (meglio noto come “libertà di stampa”). Le televisioni e i giornali diffondono cupi e incessanti avvertimenti sulla minaccia dei terroristi, che siano vere o immaginarie. La conseguenza è che la società si ritrova stretta nella paura, che poi diventa una macabra ossessione. In questo contesto, gli omicidi di Parigi naturalmente conducono ad un sentimento di rabbia e indignazione.

A beneficiarne maggiormente sarà la destra, i partiti anti-immigrazione e razzisti come il Fronte Nazionale, il partito di Wilder in Olanda o l’UKIP in Gran Bretagna. I sentimenti anti-immigrati (in particolare anti-musulmani) sono l’espressione dell’impasse del capitalismo e si stanno diffondendo come un gas velenoso attraverso l’Europa. Attacchi terroristici brutali come quello di Parigi non fanno che rinfocolare questi sentimenti. Anche se sembrano in netto contrasto, il nazionalismo e il fondamentalismo si sorreggono l’un l’altro. Di fatto, sono le due facce della stessa medaglia reazionaria.

La crisi del capitalismo ha spinto nel recente passato un settore di giovani immigrati verso i fondamentalisti. La ragione profonda di questo ha poco a che fare con la religione, mentre ha molto di più a che fare con la povertà, la mancanza di ogni prospettiva per il futuro e il decadimento generale della società, con l’aggravante degli attacchi razzisti e della brutalità della polizia. Ma il fattore decisivo e fondamentale è stato il totale fallimento della sinistra e dei sindacati nell’offrire una via di uscita a questa gioventù disperata. E ancora peggio, i gruppi dirigenti riformisti si sono tutti allineati alla destra nazionalista e hanno completamente dimenticato ogni politica di classe. Vedere i dirigenti del PCF invocare in questi giorni l’unità nazionale è una prova più che sufficiente di questa bancarotta politica.

 

 

Terrorismo e decadenza del capitalismo

Viviamo in un’epoca che mostra tutti i sintomi della decadenza del capitalismo. Incapace di sviluppare le forze produttive come faceva in passato, ha ormai portato l’umanità in un vicolo cieco. Le forze produttive sono stagnanti o in declino. Milioni di persone sono condannate a una vita di povertà, fame e disperazione, mentre chi era già oscenamente ricco diventa ancora più ricco. 85 miliardari oggi possiedono la metà della ricchezza di tutto il genere umano.

Nella sua agonia mortale, il capitalismo malato minaccia di trascinare con se l’intera umanità nell’abisso. Alle guerre seguono altre guerre. Gli Stati Uniti spendono ogni anno 640 miliardi di dollari in armamenti mentre a milioni di persone mancano cibo, vestiti, una casa o addirittura acqua potabile. Questo criminale sistema di sfruttamento produce guerre, come quelle che hanno devastato l’Iraq e l’Afghanistan. Alimenta gli antagonismi nazionali e incoraggia il razzismo, lo sciovinismo e la xenofobia. È in questo contesto che dobbiamo guardare il diffondersi del terrorismo, come un fenomeno globale che ricorda una terribile pandemia per cui non c’è una cura conosciuta.

Il marxismo spiega che il terrorismo è il riflesso di profonde contraddizioni sociali. Alla fine del XIX secolo i terroristi russi portarono avanti una campagna di attentati dinamitardi e di assassinii rivolta contro il regime zarista. Era un metodo sbagliato e controproducente. Ma erano sinceri rivoluzionari pronti a morire per le loro idee. Quei giovani idealisti non uccidevano donne e bambini, ma selezionavano con grande cura i propri obiettivi, indirizzando i loro proiettile e le loro bombe esclusivamente contro gli alti ufficiali zaristi, i capi della polizia, i generali, e noti torturatori e informatori.

Spesso, dopo aver fatto un attentato, si consegnavano loro stessi nelle mani della polizia. Credevano di essere dei santi rivoluzionari, dei martiri. Ma per quanto Lenin li lodasse per il loro coraggio, ha sempre continuato a criticare i loro metodi, in quanto il terrorismo individuale è controproducente e incompatibile con la lotta rivoluzionaria del proletariato. La storia ha dimostrato quanto Lenin fosse nel giusto, e quanto si sbagliassero i terroristi.

Nella nostra epoca, come nella Russia zarista, il terrorismo è l’espressione di contraddizioni irrisolvibili che si sono accumulate nei decenni. Ma il terrorismo moderno ha un carattere completamente diverso da quello della vecchia Volontà del Popolo (Narodnajia Voljia, come si chiamava l’organizzazione terrorista anti-zarista ndt).

Il terrorismo di oggi, proprio come una cancrena che si forma in un organismo morente, non è un’espressione di speranza ma di disperazione. Non fa avanzare la coscienza rivoluzionaria delle masse ma piuttosto la ritarda. Non riunisce i lavoratori nella loro lotta comune contro lo sfruttamento ma aumenta la divisione e l’odio tra lavoratori di una nazionalità, di una lingua o di una religione contro quelli che hanno una nazionalità diversa e un credo differente. In sintesi, non è progressivo ma regressivo. Non è rivoluzionario ma contro-rivoluzionario.

Non c'è nemmeno una briciola di contenuto progressista nelle mostruose azioni terroriste dei Jihadisti. Lungi dal provocare un danno all'imperialismo, contribuiscono a rafforzarlo. Il presidente Hollande non ha perso tempo nella denuncia di “un attacco terrorista” di “una barbarità estrema”. Non c'è dubbio che proverà a sfruttarlo per aumentare il consenso dell'opinione pubblica nei confronti delle avventure militari in Siria e in Africa. Avventure che non hanno l'obiettivo di difendere la popolazione francese o di questi paesi ma bensì di accrescere l'influenza dell'imperialismo francese in queste regioni. Questo intervento fornirà il terreno per altri attacchi, ancora più sanguinosi, sul suolo francese.

Queste azioni terroriste fanno il gioco della destra e forniscono un aiuto prezioso alla lobby razzista ed anti-immigrati. Abbiamo già assistito a grandi manifestazioni anti-islamiche in Germania. Il pericolo di una violenta reazione antimusulmana in Francia è del tutto reale. Ci sono già stati attacchi razzisti in diverse parti della Francia. Tre granate sono state lanciate contro una moschea di Le Mans, ad ovest di Parigi.

C'è stata anche un esplosione in un negozio kebab vicino a una moschea a Villefranche-sur-Saone, nella Francia orientale giovedì mattina; nel distretto di Port-la-Nouvelle vicino a Narbone nel sud della Francia, diversi spari sono stati indirizzati in direzione di un luogo di preghiera musulmano poco dopo la preghiera della sera: la sala era vuota e fortunatamente non ci sono state vittime, ma è solo una questione di tempo prima che questa atmosfera da pogrom porti a causare morti e feriti.

Nel frattempo c'è stato un altro scontro a fuoco dove sono stati uccisi due poliziotti e un uomo armato, naturalmente collegato ai fratelli Kouachi, ha sequestrato diverse persone in un supermercato ebraico a Pargi. Tutti questi avvenimenti hanno dato nuovo vigore alla propaganda del Front national di Marine Le Pen che non ha perso tempo nel richiedere un referendum sulla pena di morte. Molti sondaggi suggeriscono che Marine Le Pen potrebbe arrivare al secondo turno nelle presidenziali del 2017. Ciò fornirà nuove munizioni ad ogni partito razzista ed antimmigrati in Europa. In Francia la comunità musulmana già vive in un clima di paura.

 

Marxismo contro opportunismo

Ci sono degli incoscienti che per qualche strana ragione si definiscono marxisti che non hanno compreso la natura realmente reazionaria del terrorismo islamista. Immaginano che, dal momento che i jihadisti uccidono gli americani, siano “antimperialisti”. Alcuni sono arrivati fino al punto di flirtare con le organizzazioni islamiste e hanno cercato rendere il marxismo compatibile con l'oscurantismo religioso. Un buon esempio (o sarebbe meglio definirlo cattivo) è il Socialist workers party (Swp) britannico, un organizzazione che, sotto una patina sottile di pseudo-marxismo, è stata sempre caratterizzata da una totale mancanza di principi e da un estremo opportunismo.

Il Swp cominciò a flirtare con gli islamisti e i Jihadisti durante il periodo nel quale l'imperialismo Usa lanciò il suo assalto controrivoluzionario contro il regime progressista che era emerso in seguito alla rivoluzione afghana del 1978. Per raggiungere questo obiettivo, Washington mobilitò tutte le forze più reazionarie della società afghana: il latifondisti feudali, i capi tribali, gli usurai e in particolare i mullah. Questi gangsters controrivoluzionari sono stati armati ed addestrati dalla Cia e dai servizi segreti pakistani (Isi) e finanziati generosamente dalla monarchia reazionaria saudita. Nonostante ciò il Swp fece totalmente propria la linea dei mass media borghesi secondo cui erano “combattenti per la libertà”.

É stato un tradimento dei principi più elementari del socialismo e della lotta antimperialista. In seguito Il Swp ha appoggiato i fratelli musulmani in Egitto e lo ha continuato a fare fino a quando Morsi non è stato rovesciato dal movimento delle masse nell'estate del 2013. Una simile capitolazione all'Islamismo, che possiamo vedere anche in altri gruppi della sinistra, non può essere giustificato sulle basi della lotta contro il razzismo. É nostro dovere difendere i musulmani dagli attacchi razzisti ma non è affatto obbligatorio sfumare le differenze tra il marxismo e l'oscurantismo religioso, e ancora meno di spargere illusioni nelle formazioni reazionarie islamiste dipingendole come movimenti “antimperialisti”.

Il fatto che un gruppo jihadista possa entrare in conflitto con l'imperialismo non significa necessariamente che sia progressista. Si può entrare in conflitto con l'imperialismo per tutta una serie di ragioni. I fascisti tedeschi parteciparono alla lotta contro l'occupazione francese della Ruhr negli anni venti sotto la bandiera dell'indipendenza della Germania e del nazionalismo. Questo fatto li ha fatti diventare un forza progressista?

Non c'è nulla di nuovo in questo. Lenin si espresse molto chiaramente su questo argomento nella Bozza di tesi sulla questione nazionale e coloniale per il Secondo congresso dell'Internazionale comunista.

Citiamo i paragrafi più rilevanti:

“11) Nei confronti degli Stati e paesi più arretrati, in cui predominano istituzioni feudali o patriarcali-rurali, bisogna tener presente:
I) La necessità del concorso di tutti i partiti comunisti ai movimenti rivoluzionari di emancipazione in questi paesi, concorso che deve essere veramente attivo e la cui forma deve essere determinata dal P.C. del paese, se esiste. L'obbligo di sostenere attivamente questo movimento incombe naturalmente in primo luogo ai lavoratori della metropoli o del paese alla dipendenza finanziaria del quale il popolo in questione si trova;
II) La necessità di combattere la influenza reazionaria e medioevale del clero, delle missioni cristiane e di altri elementi;
III) È anche necessario combattere il panislamismo, il panasiatismo e altri movimenti similari che cercano di utilizzare la lotta emancipatrice contro l'imperialismo europeo ed americano per rendere più forte il potere degli imperialismi turchi e giapponesi, della nobiltà, dei grandi proprietari fondiari, del clero, ecc.” (corsivo mio, AW)

Si potrebbe ritenere che sia sufficientemente chiaro. Eppure nel tentativo di ingraziarsi la Fratellanza musulmana e altri gruppi islamisti, l'ideologo del Swp Chris Harman ha scritto un libro dal titolo Il profeta e il proletariato che cerca di abbellire l'Islamismo radicale. Qui affondiamo negli abissi della degenerazione opportunista. Il Swp compie un piccolo errore: confondere la rivoluzione con la controrivoluzione. Purtroppo, non sono gli unici.

 

No all' “unità nazionale”!

In un discorso alla nazione, il 7 gennaio, il presidente francese Francois Hollande ha fatto appello all'unità nazionale e ha stabilito che il giorno successivo fosse lutto nazionale. Ha dichiarato che “l'intera repubblica era minacciata” dall'attacco ma ha giurato che la “libertà sarà sempre più forte della barbarie”.

Nicolas Sarkozy, l'ex presidente, ha definito l'attentato a colpi d'arma da fuoco “un'azione abietta” e un “attacco alla nostra democrazia”. Così tutti i partiti dell'establishment si sono accordati per mettere da parte le differenze e per difendere la democrazia sotto le insegne dell' “unità nazionale”.

Un corteo è stato convocato per domenica 11 gennaio. Hollande, sollecitato da Marine Le Pen che ha chiesto se il Front national potesse parteciparvi, ha sottolineato che sarebbe stata una manifestazione di “tutti i francesi”.

La soluzione dell'establishment ai problemi della società è la repressione, repressione e ancora repressione. I parlamentari sedicenti democratici (a destra come a sinistra) si precipitano in fretta e furia a introdurre ancora più leggi che restringono i diritti dei cittadini e minano la democrazia nel nome della democrazia stessa

L'attuale coro assordante in “difesa della libertà di espressione sarà seguito, come la notte segue il giorno da nuove leggi che limiteranno la libertà di espressione e molte altre libertà, e non solo (e non principalmente) per i jihadisti, ma per tutti i francesi ed in particolare per la classe operaia francese.

I partiti e i leader politici che oggi indossano il tricolore e cantano inni all'unità nazionale, sono gli stessi che hanno introdotto disoccupazione, tagli e austerità. Gli stessi che gridano più forte per la difesa della democrazia sono i responsabili di una riduzione costante dei diritti democratici. Anche la libertà di parola è messa in discussione. Il precedente governo ha proibito che le donne indossassero il burka. La scorsa estate durante il massacro a Gaza l'attuale governo ha proibito le manifestazioni di solidarietà con la Palestina. Per quanto riguarda la libertà di stampa, è una finzione fino a quando i media sono controllati da un manipolo di ricchi proprietari.

È una vergogna che i dirigenti del Partito comunista si siano schierati a favore di questo slogan reazionario. È un'indicazione di quanto si siano allontanati dalle vere idee del comunismo e del leninismo. Che unità ci può essere tra ricchi e poveri, tra sfruttati e sfruttatori? Che unità si può avere la classe lavoratrice e politici cinici ed egoisti come Sarkozy ed Hollande? L'idea di un'unità tra la classe lavoratrice e la borghesia è come l'unità tra il cavallo e colui che lo cavalca ed affonda gli speroni nella sua carne.

Se dobbiamo guadagnarci la fiducia dei musulmani, degli immigrati e degli strati più emarginati e diseredati della società non è necessaria l'unità ma precisamente l'opposto: bisogna rompere in maniera definitiva e totale con un sistema marcio e screditato che si è guadagnato giustamente l'odio da parte di questi settori. Non servono cortei in nome di una falsa unità ma una mobilitazione della classe operaia, sotto le insegne dell'indipendenza di classe, per una trasformazione radicale della società.

Qui è dove risiede il problema. I dirigenti del movimento operaio non offrono alcuna prospettiva di cambiamento. Hanno da tempo abbandonato ogni prospettiva per il socialismo. Non hanno fiducia nella classe operaia e poi esprimono tutto il loro stupore se la classe operaia non nutre alcuna fiducia in essi. In particolare i giovani, che devono sopportare tutto il peso della crisi, non hanno lavoro né alcuna prospettiva per il futuro, si sentono lontani dai partiti politici esistenti, non solo in Francia ma dappertutto.

È un dovere elementare per il movimento operaio quello di lottare contro il veleno del razzismo e prendere tutte le misure necessarie per difendere la comunità musulmana dalla cosiddetta rappresaglia. Per farlo, i lavoratori devono fare affidamento solo sulle proprie forze. Nessuna fiducia può essere concessa allo stato borghese, alla sua forza di polizia e alle sue leggi. Soprattutto non ci deve essere alcun appoggio allo slogan falso e pericoloso dell' “unità nazionale”, la più vuota delle formule vuote.

Se i dirigenti del partito socialista francese fossero veri socialisti non ci sarebbero problemi. Se i dirigenti del Partito comunista fossero veri comunisti non ci sarebbe alcun problema. Fornirebbero ai giovani emarginati e diseredati qualcosa per cui lottare, un obiettivo vero da conquistare nella vita. Invece, visto che pongono la tutela della propria rispettabilità sopra ogni altra cosa, siccome si aggrappano al sistema capitalista con tutte le loro forze, difendendo il mercato quando sta crollando davanti ai loro occhi e siccome traggono piacere nell'andare a braccetto lungo i Champs Elyseé con i rappresentanti politici dei banchieri e dei capitalisti, non possono offrire nulla.

Ci si può meravigliare se per la disperazione e l'emarginazione i giovani imboccano a volte strade del tutto distruttive? I lavoratori francesi non posso permettere di farsi travolgere da questa ondata emozionale e appoggiare leggi che domani saranno rivolte contro di loro. Oggi stampa e televisione puntano il loro dito accusatore contro gli estremisti islamici come nemici della Francia. Domani, quando i lavoratori sciopereranno e scenderanno in piazza per difendere i loro posti di lavoro, i loro salari e i loro diritti, gli stessi mass media punteranno il dito contro i sindacati, accusandoli di essere “il nemico interno”.

Per chi governa, il terrorismo (anche la minaccia di esso) può servire come uno strumento utile per disorientare le masse distogliendo la loro attenzione dai veri problemi che devono affrontare. L'odio dei banchieri e dei ricchi viene trasferito verso un misterioso e terrificante "nemico esterno". Questo si adatta anche agli interessi della polizia e dell'esercito (meglio note come "forze dell'ordine"). Sin dalla caduta dell'URSS sono stati privati del vecchio spauracchio della "minaccia del comunismo". Doveva essere trovata un'alternativa per giustificare le enormi somme spese annualmente in armi (meglio nota come "difesa") e i poteri crescenti dello Stato (meglio nota come "Sicurezza"). È stata trovata ed ha le sembianze dell' Islam.

L'attuale ondata di emozione può servire temporaneamente per confondere e accecare le masse, ma non durerà. Il capitalismo francese si trova ad affrontare una profonda crisi economica, sociale e politica. La classe operaia concentrerà presto la sua attenzione ai problemi più urgenti. Si è rivolta al Partito Socialista per risolverli ed è stata amaramente delusa. Il tentativo da parte di Hollande di riconquistare il sostegno sventolando la bandiera francese non avrà successo. Si sta preparando il terreno per conflitti di classe molto duri in Francia. Solo una politica di indipendenza di classe e la lotta per una trasformazione rivoluzionaria della società potrà portare alla vittoria.

 

Londra, 9 gennaio 2014

 

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