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Nel racconto dei mezzi di comunicazione occidentali Boris Nemtsov interpreta alla perfezione la parte del martire: senza passato, e quindi privo di macchie, il politico è stato ucciso a sangue freddo da due colpi di pistola sparati dagli oscurantisti contro cui aveva ingaggiato un’aspra battaglia in nome della libertà. I mandanti dell’omicidio, Putin e la sua cricca, sono già stati individuati e condannati da governi e opinionisti di mezzo mondo, nessuna ipotesi alternativa può essere considerata. Sia chiaro, la possibilità che l’assassinio sia avvenuto per volontà dei servizi segreti di Mosca non può essere esclusa, ma è l’intera costruzione narrativa ad essere completamente strumentale e a destare più di un sospetto. A partire dalla rappresentazione di questo angelo sceso in terra giusto in tempo per intraprendere la sua crociata e pagarla con la vita.

Mai si parla del pedigree di Nemtsov, che pur essendo relativamente giovane, poteva vantarne uno di tutto rispetto. Giovanissimo, si affretta ad occupare una posizione privilegiata tra quanti si spartiscono a vario titolo le ricchezze in via di privatizzazione nella Russia di Eltsin. Presidente della regione di Novgorod dal 1991, si dimostra sufficientemente scaltro da guadagnarsi il sostegno di Eltsin, che lo designa suo erede. Nella sua regione di pertinenza si fa garante di un patto tra apparati dello Stato, mezzi di comunicazione e neonate imprese, tra cui spiccano quelle energetiche. Getta, in sintesi, le basi della Russia attuale, scavando il profondissimo solco tra lavoratori e gruppi dirigenti sotto i nostri occhi. Il quadro è completo se a tutto questo aggiungiamo amicizie che vanno dai principali neoliberisti del mondo (Magareth Thatcher) a boss della mafia locale. Il 1997 è l’anno dell’apogeo e del crollo. Nominato vicepremier da Eltsin, sulla sua azione avanza il sospetto di appropriazione indebita dei fondi del sistema energetico nazionale, a cui, in un coacervo di corruzione e incapacità, si aggiunge l’esplodere della crisi economica nel 1998, che porta alla crisi di governo in cui verrà fatto fuori. Successivamente modifica radicalmente il suo giudizio su Putin, allora candidato alla presidenza della repubblica. Alle dichiarazioni di entusiastico sostegno seguono senza soluzione di continuità quelle di critica feroce, in particolare per quel che riguarda la questione delle libertà politiche (non certo quelle economiche). La sconfitta elettorale del 2003, quando il suo partito non ottiene alcun seggio in parlamento, segna l’inizio dell’ultima fase, quella in cui Nemtsov si fa paladino dell’opposizione extraparlamentare ed imbocca la strada che lo porterà a prendere la posizione per cui oggi gli si può perdonare qualche piccola debolezza del passato: il sostegno alla rivoluzione arancione del 2004.

Sin dal primo momento Nemtsov sostiene i tentativi, appoggiati anche dai governi occidentali, di spodestare l’élite al potere in Ucraina per sostituirla con i gruppi di potere perdenti, tutta gente che nella lotta per accaparrarsi le risorse del paese non si è tirata indietro di fronte alle azioni più criminali contro i lavoratori, ma la cui sconfitta sembra restituirle una nuova verginità, almeno agli occhi dell’Europa. Questo il motivo della campagna di stampa che occupa da un mese i nostri giornali e telegiornali, volta a dipingere Nemtsov come il “nostro” eroe, vittima di quello stesso Putin che impedisce il cammino verso la democrazia (e l’Ue) del popolo ucraino.

In nessun modo la morte di Nemtsov dunque può essere descritta come l’estremo sacrificio di un disinteressato combattente per la libertà, non certo dai lavoratori ucraini che lottano contro un governo reazionario e anti-operaio, non dai lavoratori russi, che hanno subito negli anni ’90 il massacro sociale a cui ha partecipato da protagonista. Nemmeno da quelli europei, che non hanno nulla da guadagnare dagli affari delle multinazionali targate Ue nei paesi nell’Est.

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