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È di poche settimane fa la notizia, pubblicata nel bilancio annuale di Fca (Fiat-Chrysler-Automobiles), che l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, ha guadagnato nel 2014 la cifra stratosferica di 31,3 milioni di euro. L’importo comprende uno stipendio di 6,6 milioni (composto da 2,5 milioni di retribuzione fissa e 4 milioni di variabile), più una tantum come premio per la fusione con Chrysler. Il 16 aprile gli azionisti decideranno in merito all’assegnazione a Marchionne di un’ulteriore una tantum, pari a 1,62 milioni di azioni, il cui valore ai prezzi attuali di mercato sarebbe pari a 23 milioni di euro. A cui vanno aggiunti 12 milioni di euro che gli arriveranno quando lascerà la direzione del gruppo.

In Italia un operaio Fiat guadagna in media 1.350 euro (senza tener conto di chi è in contratto di solidarietà o in cassa integrazione), si fa presto a fare i conti: Marchionne costa quanto un intero stabilimento Fiat!

Non è certo un caso eccezionale e la forbice continua a crescere: nel 1970 un manager guadagnava 20 volte più di un operaio mentre oggi si superano le 250. Si tratti di manager pubblici o privati, banchieri o industriali, lor signori incassano cifre scandalose per “dirigere” e “ristrutturare”. E cioè chiudere siti produttivi, licenziare, rendere i ritmi di lavoro insostenibili, competere sulla pelle dei lavoratori. Più tagliano e più sono pagati!

Per Fca il successo “dipende ampiamente dalla capacità dei manager di gestire il gruppo e le sue aree di attività. In particolare, l’amministratore delegato Sergio Marchionne è centrale nell’esecuzione della nuova direzione strategica e nell’attuazione del piano industriale”.

Moretti, che l’anno scorso ha sottolineato la sua grande fatica per devastare Trenitalia, come sa ogni lavoratore o studente pendolare, si è indignato di fronte alla possibilità che il suo stipendio potesse essere tagliato e ha minacciato di lasciare il posto. La ricompensa è stata la nomina ad amministratore delegato di Finmeccanica, dove ha ricominciato con la canzone già nota sulla necessità di ridurre gli sprechi (di cui non dubitiamo che verranno accusati i lavoratori) e massimizzare la produzione!

Manager di questo tipo non sono un’anomalia italiana. Ogni anno vengono pubblicate le classifiche dei manager più pagati, in Italia come nel mondo: a vincere quella del 2015 è stato Charif Souki della compagnia di gas americana Cheniere Energy che guadagna la bellezza di 141.949.280 dollari.

Non basta indignarsi ma cogliere il punto: in questi anni c’è stata una polarizzazione sociale gigantesca e la crisi ha significato per un pugno di persone un’occasione ancora più grande di arricchimento, con uno spostamento di ricchezza immenso dai redditi da lavoro ai profitti. Si calcola che in Italia dal 1990 al 2013, oltre 100 miliardi di euro siano passati dalle tasche dei lavoratori a quelle dei padroni, pari al 7% del pil prodotto in quell’arco temporale.

In base alle stime elaborate dal Credit Suisse, gli italiani con un patrimonio personale superiore al milione di dollari sono il 20 per cento in più rispetto al 2011. Le disuguaglianze economiche e sociali danno il quadro esatto di quale sia la società in cui viviamo.

L’italia è in fondo alla classifica europea per gli stipendi. Le retribuzioni sono ai minimi storici dal 1982, da quando cioè cominciano i rilevamenti.
Ci sono 7 milioni di italiani che guadagnano meno di mille euro al mese. Secondo l’osservatorio Job pricing se un dirigente guadagna mediamente 107.021 euro lorde, un operaio appena 23.913.

Sugli stipendi d’oro dei manager Renzi ha fatto ancora una volta propaganda, proponendo un tetto di “soli” 240mila euro per i manager pubblici che ha nominato. Ci ha pensato però Del Rio ha chiarire che questi “verrano pagati secondo un criterio di mercato”.

In altre parole qualsiasi discussione seria sul tema deve partire dalla messa in discussione delle logiche del profitto, cosa che non spetta a Renzi ma al 99% degli sfruttati del mondo.

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