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G8 Genova scuola Diaz 001Vincendo un ricorso contro lo Stato italiano alla Corte europea dei diritti umani, il militante comunista Arnaldo Cestaro ha riaperto il dibattito sulla tortura in Italia e sulla vendetta sanguinosa esercitata dallo Stato italiano nel 2001 contro le centinaia di migliaia di giovani e lavoratori, scesi in corteo a Genova contro il G8 e le politiche del capitalismo mondiale.

 

Cestaro, all’epoca sessantenne, era il più anziano dei manifestanti che avevano deciso di trascorrere la notte del 21 luglio 2001 presso la scuola Diaz, assaltata nella notte dalle “forze dell'ordine”. Poliziotti e carabinieri che hanno torturato e portato via persone del tutto innocenti, distruggendo di proposito anche la stazione radio e il centro di diffusione di informazioni che il Genoa Social Forum aveva insediato nell’istituto (media center).

 

I fatti del 2001

L’attacco ingiustificato della polizia, che si accanì sul compagno inerme, provocò ad Arnaldo la rottura di due arti e di dieci costole. Ci furono 93 compagni fermati alla Diaz, 61 feriti tra cui uno che venne mandato in coma. Solo un poliziotto, Massimo Nucera, affermò di essere stato accoltellato ma i processi successivi misero in luce che l’accoltellamento era stato simulato dall’agente stesso. Sarebbe difficile trovare un esempio più eclatante di questo per spiegare a chi non c’era che a Genova quell’estate non era affatto necessario provocare in qualche modo le forze dell’ordine per vedersi scatenare contro una violenza cieca e feroce. Questo non impedirà ai soliti pennivendoli di titolare, come ha fatto il Giornale, che i veri torturati sarebbero i poliziotti (?), ma si spera che basti a sedare i commenti moralistici e ipocriti sul famoso estintore di Carlo Giuliani.

All’operazione, concepita e diretta dai massimi vertici della Questura, della Digos e in sostanza dello stesso Stato, parteciparono circa 500 tra poliziotti e carabinieri; basterebbe questo a far capire che la teoria delle “poche mele marce” non regge.

I manifestanti prelevati con la forza alla Diaz e centinaia di altri che erano stati catturati nei due giorni precedenti furono poi concentrati alla caserma di Bolzaneto, dove furono sottoposti a ulteriori torture anche più raccapriccianti.

La Corte di Strasburgo ha accolto il ricorso sostenendo che i pestaggi di massa alla scuola Diaz furono tortura e che le vittime di quei fatti, e in particolare Cestaro, non poterono ottenere un trattamento equo perché in Italia non esiste il reato di tortura. Per dire queste due banalità, intendiamoci, sarebbe bastato dare un’occhiata fugace alle numerose testimonianze fotografiche (famose le immagini dei corridoi della scuola coperti di sangue) e all’indice del Codice Penale. Eppure, il governo italiano (guidato da Monti, poi Letta e poi Renzi nel corso del procedimento) ha nominato delle sue rappresentanti ben pagate per cercare di smentire anche queste due ovvietà: nonostante i loro sforzi, la Corte non ha potuto che confermare che 2 + 2 fa 4.

Il ceto politico italiano, sempre pronto a dire che non si può impedire una privatizzazione o fermare una delocalizzazione perché ce lo impediscono direttive europee e trattati sovranazionali, sempre pronto ad accodarsi a dubbie guerre umanitarie per difendere i diritti umani violati da questo o quel governo inviso alla Casa Bianca, ha firmato convenzioni internazionali che prevedono l’adozione di misure specifiche contro la tortura per poi ignorarle completamente, sia de facto, visto che la tortura è apparentemente un sistema normale di repressione in uso nel nostro Paese, sia de iure, visto che i timidi tentativi di introdurre una legislazione decente in materia si sono scontrati da lustri contro un invalicabile muro di gomma bipartisan in parlamento.
Come mai non esiste il reato di tortura? Ecco come lo spiega in un’intervista Tonelli, il segretario del “sindacato” di polizia di estrema destra SAP: «la legge si ferma, non perché siamo noi a fermarla, visto che non ne abbiamo il potere, ma è il sistema a rendersi conto della sua assurdità». Una volta tanto siamo d’accordo: è proprio il sistema a ritenere necessario che la tortura resti impunita.

Si tratta dello stesso sistema di cui fa parte da sempre l’attuale capo del governo. Matteo Renzi già nell’agosto 2001, a pochi giorni dall’uccisione di Carlo Giuliani e dalle torture della Diaz e di Bolzaneto, da segretario provinciale del Ppi redarguì duramente e pubblicamente un esponente toscano dei Ds che aveva osato criticare la gestione di piazza del G8 di Genova. Quando Gianni De Gennaro, all’epoca del G8 capo della polizia e quindi quasi in cima alla catena di comando che decise la mattanza, venne nominato da Enrico Letta presidente di Finmeccanica, Renzi e qualcun altro nel PD protestarono, ma oggi De Gennaro resta saldamente su quella poltrona con l’assenso di Renzi che ha dismesso i panni del “rottamatore”. Ottenere la cacciata del “supersbirro” è possibile e necessario. Vale la pena notare, di passaggio, che De Gennaro, come Caselli, è un altro mostro di Frankenstein partorito dagli opachi meandri dell’antimafia di Stato, che produce più inquisitori che eroi.

Dopo aver sostenuto a Strasburgo fino all’altroieri che il manifestante torturato aveva torto e che le violenze poliziesche a Genova erano solo fatti “sfortunati, eccezionali e isolati”, ora il governo italiano volta faccia e promette che in tempi brevi verrà introdotto il reato di tortura. Vedremo se il testo della legge sarà all’altezza dei roboanti proclami.

 

Alcune “mele marce?”

Su questo vale la pena fare alcune precisazioni. Naturalmente, massacrare di botte un anziano innocente è reato in Italia anche senza l’introduzione del reato di tortura; viceversa, in altri Paesi il reato di tortura esiste, per esempio in Francia, eppure la polizia non si comporta in modo radicalmente diverso. La Corte di Strasburgo fa notare che i reati meno gravi di cui sono stati accusati i poliziotti sono andati in prescrizione, e quindi con la più grave imputazione di tortura l’iter giudiziario sarebbe forse stato diverso. Ma la stessa sentenza dice anche che è stato molto difficile individuare i responsabili perché la polizia ha fatto quadrato attorno ai torturatori. Inoltre, sappiamo bene che torturatori, sadici e calunniatori, nella loro carriera nell’apparato repressivo dello Stato, sono sempre stati coccolati e promossi; queste promozioni hanno un valore incentivante ben maggiore delle pochissime e tenui condanne giudiziarie, che per un poliziotto di destra o un carabiniere fascista valgono quasi come medaglie. I pochi agenti che hanno preso le distanze dai loro colleghi e hanno testimoniato sono stati oggetto di isolamento, mobbing e spesso induzione all’abbandono della propria carriera. Non neghiamo che esistano mosche bianche che provano a resistere a questo clima reazionario anche dall’interno dei corpi repressivi, ma il problema è l’istituzione poliziesca dentro questa società, che non può essere riformata senza arrivare a rivoluzionare la società su cui si basa.

Lo Stato borghese seleziona per sé un apparato repressivo dalle caratteristiche reazionarie, i cui corpi si autoselezionano al ribasso con meccanismi corporativi. Questo non dipende da dettagli legislativi o da caratteristiche individuali, ma dalla natura di una macchina statale che serve a difendere i privilegi di pochi all’interno di un sistema sociale ingiusto.

Con questo non vogliamo dire che siamo contrari all’introduzione di norme che possano essere di ostacolo agli abusi di Stato. Tutto ciò che può aiutare a mettere una museruola, anche parzialmente, ai cani da guardia del capitale va appoggiato. Però non dobbiamo farci illusioni: questo Stato non cambierà carattere finché non verrà sostituito da una vera democrazia dei lavoratori. Il potere ha mille leve per ottenere l’impunità per i suoi sicari, come si è visto coi casi Aldrovandi, Cucchi e Giuliani. Non si possono permettere uno Stato disarmato di fronte alla maggioranza della popolazione; , perché in fin dei conti il nemico oggettivo dello Stato è la classe operaia.

È con questo spirito che pensiamo si debbano agitare nella lotta rivendicazioni come l’introduzione del reato di tortura in una formulazione ampia ed efficace, l’imposizione del codice identificativo sui caschi, la smilitarizzazione delle città e delle piazze e dei territori attraversati da lotte popolari come la Val Susa.

È cogliendo una nuova sensibilità di massa nell’opinione pubblica, che si rafforza ogni volta che un corteo operaio o studentesco viene attaccato dalla polizia, che dobbiamo riallacciare i fili di un discorso interrotto, chiedendo un’amnistia generalizzata per i manifestanti di Genova e per le migliaia di compagni che sono oggi sottoposti a provvedimenti repressivi in seguito alla partecipazione a lotte politiche e sociali di massa.

È ormai evidente che uno Stato torturatore non ha alcuna autorità morale per giudicare le azioni che compiamo quando lottiamo contro i suoi soprusi e quelli del sistema capitalista che tutela.

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