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Per una rivolta globale contro il capitalismo

Socialismo o barbarie alle soglie del XXI secolo

È ormai sotto gli occhi di tutti un nuovo movimento di lotta. Nato a Seattle, nella contestazione di massa al vertice del Wto, si allarga su scala internazionale, seguendo gli incontri dei padroni del mondo. Da Seattle a Genova, da Washington a Bologna, a Ginevra… Non sappiamo se e quanto queste mobilitazioni potranno durare e allargarsi. La nostra opinione è che in una forma o nell’altra quest’onda si farà sentire a lungo.

Non si tratta, come dicono spesso i commentatori di Tv e giornali, di un movimento di gruppi di esagitati, di estremisti (o magari terroristi) travestiti da ecologisti e neppure di una massa di ingenui sognatori che contestano l’insalata geneticamente modificata senza capire quanto sia luminosa la via del progresso capitalista.

Dicano quello che vogliono questi signori, il movimento nato da Seattle ha forti e profonde motivazioni e chiunque non chiuda deliberatamente gli occhi può vederle davanti a sé.

In primo luogo si tratta di un movimento internazionale che nasce dagli effetti disastrosi e drammatici della cosiddetta globalizzazione, cioè della politica di aggressione commerciale spietata condotta dai paesi imperialisti nei confronti dei paesi sottosviluppati. Attraverso i famigerati "piani di aggiustamento" del Fondo monetario, attraverso l’indebitamento estero, le privatizzazioni, il saccheggio delle risorse naturali, l’abbattimento delle barriere doganali, si è condotta una vera e propria aggressione commerciale nei confronti di gran parte del pianeta.

Le conseguenze sociali sono devastanti.

Disoccupazione di massa: cinquanta milioni di disoccupati in Europa, un miliardo nel mondo.

Aumento delle disuguaglianze; se nel 1960 il 20% più ricco della popolazione mondiale disponeva di un reddito trenta volte più grande di quello del 20% più povero, oggi la differenza è pari a 82 volte.

Aumento della povertà: su sei miliardi di abitanti della terra, i bisognosi sono 5,5 miliardi. Mentre la produzione mondiale di prodotti alimentari rappresenta più del 110% del fabbisogno, ogni anno 30 milioni di persone muoiono di fame, e il numero dei sottoalimentati supera gli 800 milioni.

Aumento delle guerre e dei conflitti: dalle guerre regionali africane, con centinaia di migliaia di morti, al primo conflitto da cinquant’anni nel vecchio continente, in Jugoslavia.

Nell’epoca della globalizzazione, la dipendenza dei "paesi in via di industrializzazione" è andata sempre più aumentando. La recente esperienza della crisi delle borse del Sud-Est asiatico ne è una chiara testimonianza. I paesi del Sud del mondo, quanto mai vulnerabili, con l’apertura dei loro mercati e la privatizzazione della totalità o quasi del settore statale arrivano a perdere ogni loro residua sovranità. La subalternità delle borghesie nazionali di questi paesi nei confronti delle multinazionali è disarmante.

E non c’è solo la polarizzazione fra paesi ricchi e paesi poveri. Anche all’interno dei paesi ricchi, crescono a dismisura le ingiustizie e le diseguaglianze sociali. E il paese capofila sono proprio gli Stati Uniti. L’1 per cento più ricco della popolazione Usa è oggi più ricco che mai, e controlla il 42% della ricchezza nazionale: una percentuale mai raggiunta nel corso del XX secolo. Dall’altro lato della scala sociale, i lavoratori Usa vedono i loro redditi stagnare o declinare da 25 anni.

La classe dominante risponde all’emarginazione sociale cos-truendo carceri su carceri (ovviamente privatizzate), nelle quali oggi sono rinchiuse quasi due milioni di persone. Tutto viene privatizzato e quotato in Borsa, compreso il sistema educativo.

Nei processi di fusione, le azioni delle aziende interessate subiscono un rialzo maggiore tanto più grande è il numero di lavoratori licenziati.

Non cè da stupirsi che i lavoratori americani stiano alimentando una significativa ripresa sindacale, e che abbiano partecipato con entusiasmo alle manifestazioni di Seattle.

Le radici del movimento

Un movimento che contesta alla radice le ingiustizie del capitalismo contemporaneo, quindi. Non gli aspetti "arretrati" e in via di superamento, al contrario, quello che si attacca sono proprio le punte più avanzate, i frutti più maturi di questo sistema.

Ma c’è dell’altro. Nella contestazione alla "privatizzazione della vita", al controllo sempre più ferreo che le grandi multinazionali esercitano su tutti gli aspetti della vita, fino a giungere alla mercificazione del corpo umano e del patrimonio genetico di piante, animali ed esseri umani, si mette in discussione non solo l’aspetto "quantitativo", le ingiustizie sociali, ma anche quello "qualitativo". Quello che una volta veniva riassunto in una formula oggi più che mai attuale: decidere cosa, come, quanto e per chi produrre.

Crediamo che questo movimento rappresenti una novità significativa, che può essere forse il preludio a una nuova e più vasta radicalizzazione internazionale, che può estendersi domani oltre i suoi confini attuali e coinvolgere il movimento operaio organizzato, aprendo una nuova fase di lotte anticapitalistiche a livello internazionale.

C’è chi, magari a mezza voce, suggerisce che essendo questo movimento "nuovo", e legato
a nuove condizioni economiche e sociali, i comunisti avrebbero poco a dire in esso, e che le posizioni del marxismo non siano adeguate ad interloquire nel dibattito in corso fra i protagonisti delle mobilitazioni.

La corsa sfrenata delle grandi multinazionali della chimica, dell’agricoltura, del commercio e della ricerca scientifica, ad appropriarsi dei fondamenti della vista stessa non è il risultato di qualche complotto, di cattiva volontà, di cecità o di mancanza di "etica". Quelle stesse multinazionali, come la Nike, l’Ikea o la Benetton, che fanno pubblicità "politicamente corretta" sbandierando il loro presunto ecologismo, la difesa dei diritti delle donne o degli immigrati, sono le stesse che poi sfruttano la manodopera infantile in Pakistan o in Indonesia.

A questa legge non sfuggono molti dei marchi presuntamente "biologici" che cominciano
ad affollare gli scaffali dei supermercati.

Tutto questo non fa che portare alle estreme conseguenze quanto descritto già oltre 150 anni fa nel Manifesto del partito comunista, dove Marx ed Engels spiegavano come la borghesia riduca tutto a "rapporto di denari".

"La borghesia (…) non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, lo spietato ‘pagamento in contanti". (…) Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio, ha spogliato della loro aureola tutte quelle attività che per l’innanzi erano considerate degne di venerazione e di rispetto. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati.

(…) ha strappato il velo di tenero sentimentalismo che avvolgeva i rapporti i famiglia, e li ha ridotti a un semplice rapporto di denari."

Un mercato alternativo?

A partire da Seattle abbiamo visto più volte lo spettacolo dei "grandi" del mondo ovunque si riuniscano, a Davos come a Washington, costretti a incontri blindati, chiusi negli alberghi e nelle sale convegni, protetti da migliaia di poliziotti in assetto da guerra, spostandosi ad ore incredibili e con mezzi di fortuna per evitare di essere bersaglio dei manifestanti. Per quanto lo spettacolo possa essere consolante e persino entusiasmante, queste manifestazioni non possono tuttavia essere l’approdo finale del movimento. La contestazione popolare ai padroni del mondo non chiude il problema, al contrario non fa che porlo.

Ci pare quindi necessario tentare un’analisi delle concezioni che prevalentemente si esprimono in questo movimento, poiché qua sta la chiave del problema. Con quali programmi, tattiche, strategie, alleanze sociali si può passare da una fase di contestazione ad un’offensiva effettiva contro i nostri avversari?

Esiste una chiara linea di pensiero che si fonda su questo concetto: la via maestra per fermare la corsa alla "privatizzazione della vita" è quella di boicottarne a livello di massa i prodotti e i marchi. Questa concezione ipotizza che si possa costruire una catena produttiva e commerciale in qualche modo alternativa a quella delle multinazionali, basata su questi nessi: "consumo critico" (particolarmente in occidente)-commercio equosolidale-produzioni naturali controllate da piccoli produttori (in particolare nel terzo mondo) che rifiutino i semi transgenici e pratichino un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente.

Ma è veramente possibile incrinare il potere di mercato dei colossi economici attraverso questi metodi? A nostro avviso si tratta di una proposta completamente utopistica. È impossibile risalire dall’ultimo anello della catena (il consumo) per mettere in discussione tutto il meccanismo.

Per quanto possa trovare il consenso di una parte dei consumatori, il commercio equosolidale non potrà mai, con la pura e semplice concorrenza sul mercato, mettere in crisi il commercio di scala ben più vasta (e che può praticare prezzi stracciati) delle grandi catene commerciali.

Al contrario, con la crescita di un settore di commercio "alternativo" è inevitabile che al suo interno si aprano contraddizioni generate dalla stessa concorrenza e che il settore "alternativo" del mercato finisca coll’assumere sempre più le logiche di quello "dominante". Non è questa la storia di oltre un secolo del movimento cooperativo? Nato da esigenze simili, oggi è sempre più difficile distinguerlo dal resto delle aziende operanti sul mercato.

I limiti di questa concezione non sono a nostro avviso casuali. Essa infatti esprime il punto di vista non di generici "consumatori" e "produttori" che si oppongono alle multinazionali, ma esprime un punto di vista che ha precise radici sociali: quello di settori di piccola borghesia commerciale e agricola che tentano disperatamente di arrestare il proprio declino economico, tanto in Europa come nel terzo mondo.

Non a caso una organizzazione come la Coldiretti, che per mezzo secolo è stata un baluardo della Democrazia cristiana, un vero pilastro dell’ordine sociale in Italia, oggi si schieri a Genova fra i contestatori della mostra delle biotecnologie.

È un fatto positivo che questi settori oggi contestino in modo più o meno radicale i meccanismi del mercato mondiale. Ancora più importante è il fatto che in molti paesi neocoloniali questa spinta si colleghi alla lotta per una radicale riforma agraria (si vedano i casi del Messico o del Brasile). Ma non per questo dobbiamo assumerne necessariamente i contenuti e il programma.

La nostra lotta non è per un "blocco commerciale alternativo" alle multinazionali. La nostra lotta è per un blocco internazionale che unisca le forze sociali che stanno scendendo in campo, in una prospettiva di lotta anticapitalistica.

Gli interessi del capitalismo europeo

Il grande capitale europeo sta lavorando alacremente per strumentalizzare in chiave di guerra commerciale antiamericana il movimento nato a Seattle.

Settori del movimento contro le multinazionali, rappresentati fra gli altri da "Le monde diplomatique" in Francia e da alcune posizioni espresse su "Carta" in Italia, propongono una politica protezionista per combattere il neoliberismo. Da una parte condannano gli azionisti avidi di dividendi, denunciano la corsa per accaparrarsi ricchezze naturali calpestando tutti i diritti delle popolazioni, spiegano il carattere antidemocratico dei grandi gruppi capitalisti. Poi, però, ci si accorge che non è tanto il capitalismo che viene messo in discussione, quanto piuttosto la "globalizzazione" di questo sistema. La povertà, le ineguaglianze, le crisi economiche, la corruzione, le guerre e tutti gli altri disastri del capitalismo sono attribuiti al libero scambio ed alla "globalizzazione". Intervistati su un canale televisivo francese Ramonet (direttore di LeMonde Diplomatique) e Cassens hanno chiaramente spiegato che il loro obiettivo non è combattere il capitalismo ma al contrario cercare di stabilizzarlo lottando contro il liberoscambismo. Per fare ciò propongono una valanga di tasse e barriere doganali sulla base di vari criteri, con lo scopo di impedire gli scambi e gli investimenti tra i differenti paesi o almeno tra i principali blocchi regionali.

Nell’articolo Inventare insieme un protezionismo altruista (B. Cassens Le Monde Dip. Febbraio 2000) l’autore propone di imporre tasse sulle esportazioni secondo una classifica da basarsi sul livello del rispetto dei diritti dell’uomo. In sostanza le esportazioni di un paese dovrebbero essere regolate in funzione della differenza tra i punti a lui attribuiti e quelli del paese importatore. "Tra due paesi o mercati comuni, scrive Cassens, che hanno gli stessi ‘voti’, belli o brutti, i prelievi sociali sarebbero nulli. Tra l’UE e la Cina sarebbero senza dubbio elevati".

Cassens propone che il tasso di democrazia sia stabilito tra gli altri dal Progetto delle Nazioni Unite per lo sviluppo, un ufficio dell’Onu di solito dominato dagli Stati Uniti. In pratica, per essere applicate, queste tasse dovrebbero ricevere il permesso delle grandi potenze capitaliste, che come sappiamo mettono tra i "cattivi" un paese o l’altro a seconda dei loro interessi strategici del momento. Sono proprio i paesi ricchi e "democratici" che sfruttano il mondo intero e costringono alla povertà estrema tanti paesi, come ad esempio l’Iraq o la Serbia. I paesi europei non sostengono forse svariate dittature in tutto il mondo? Fondamentalmente lo schema proposto da Cassens non sarebbe altro che un’arma in più nell’arsenale punitivo delle grandi potenze. Nella pratica penalizzerebbe le esportazioni dei paesi poveri non migliorando per niente la vita di questi popoli.

Un altro articolo, di J. Berthe-lot, Agricoltura, la vera questione Nord-Sud (Marzo 2000), propone di ridurre gli scambi internazionali elevando barriere protezioniste tra i differenti blocchi. L’Europa dovrebbe proteggere il suo mercato interno dalle materie prime a più basso costo che vengono da fuori.

Il risultato di proposte di tal genere sarebbe una contrazione importante del volume mondiale degli scambi che precipiterebbe l’economia in una recessione particolarmente acuta. Ogni paese aumenterebbe le proprie tariffe in ritorsione contro altri. Le multinazionali cercherebbero di conquistarsi maggiormente i mercati interni dove non ci sarebbe spazio per tutti, le fusioni e i fallimenti si moltiplicherebbero, colpendo i lavoratori e i piccoli produttori, che sarebbero inoltre colpiti da un aumento generalizzato dei prezzi, altra conseguenza del protezionismo. La concorrenza sarebbe ancora più accanita: il protezionismo dunque non ha veramente nulla di altruista.

Il libero scambio imposto dalle multinazionali e dalle grandi potenze significa un disastro per tutta l’umanità, soprattutto per i paesi ex-coloniali. Ma, lontano dal risolvere la concentrazione del capitale e le ineguaglianze, il protezionismo aggraverebbe questi fenomeni.

Cassens e Berthelot attaccano il commercio mondiale facendo astrazione della esistenza del capitalismo. Vogliono ridurre gli scambi internazionali e "avvicinare i luoghi di produzione e i luoghi di consumo". Visto che Cassens esclude, senza neanche discuterne, la possibilità del socialismo, non gli resta che far tornare indietro la ruota della storia, immaginando che sarebbe possibile smantellare la divisione internazionale del lavoro e limitare gli scambi ai mercati locali. È veramente un’utopia reazionaria.

Protezionismo e liberoscambismo non sono in realtà che due facce dello stesso sfruttamento capitalista. Nessuno dei due offre una soluzione ai problemi dell’umanità.

Espropriare le multinazionali

Il nodo centrale posto dal movimento è a nostro avviso un altro e deve essere tagliato alla radice. È il nodo della proprietà e del controllo.

Non può esistere nessuna seria forma di controllo sociale sulla produzione e sul consumo fino a quando la gran parte delle risorse economiche e produttive del mondo saranno concentrate nelle mani di un pugno di persone. Né con i boicottaggi, né con le leggi si può imbrigliare il potere di questa ristretta élite che decide delle sorti del mondo, e che ha dimostrato che nulla è per essa inaccettabile, nessuna violenza è troppo crudele, nessuna menzogna è troppo grande, nessuno scrupolo è sufficiente a trattenerla nella sua corsa verso il profitto. Dieci grandi banche hanno un bilancio complessivo pari al 30 per cento del prodotto mondiale lordo. Un gruppo di 37mila imprese, che controllano altre 200mila affiliate, controlla il mercato mondiale. Solo le prime cento di esse, con circa 12 milioni e mezzo di dipendenti, realizzano un fatturato pari al 25% del Pil globale. Si tratta di una ristrettissima cupola, una porzione insignificante della popolazione mondiale che ha concentrato nelle proprie mani un potere senza precedenti, grazie all’appropriazione privata delle enormi risorse create dallo sviluppo scientifico e tecnologico.

Lì sono concentrate le leve decisive dell’economia, della politica e della finanza mondiali. Sono queli gli strumenti che dobbiamo controllare se vogliamo cambiare le sorti del pianeta, e l’unico modo per controllarli è espropriarli, creando un’economia mondiale pianificata sotto il controllo democratico dei lavoratori e dei consumatori.

Proprio la manifestazione di Seattle a nostro avviso ha dimostrato le potenzialità per un movimento che conduca le rivendicazioni ambientaliste in un fronte più ampio di lotta di classe internazionale. A Seattle è stata la partecipazione massiccia del movimento operaio e sindacale nordamericano a permettere alla protesta di fare quel salto di qualità che l’ha imposta all’attenzione del mondo. Lo stesso può e deve avvenire in Europa e ovunque nel pianeta. Oggi la classe operaia mondiale è l’unica forza sociale che può contrapporsi efficacemente alla "cupola" delle multinazionali unendo attorno a sé tutte quelle altre forze sociali (contadini, piccola borghesia rovinata, movimenti giovanili) che oggi sempre più sono spinti a contestare questo sistema inumano, ma che non possono per la loro natura sociale sperare di dare una risposta complessiva alla crisi sociale che si sta aprendo.

Dicano quello che vogliono i politici della sinistra governativa e moderata, non esiste alternativa praticabile. Il secolo appena concluso dimostra in modo fin troppo eloquente come lo sviluppo economico e tecnologico vada di pari passo con lo sviluppo delle forze distruttrici del capitalismo e con la ricerca di mezzi sempre più potenti, raffinati e spaventosi di distruzione. Questo vale tanto nelle "guerre guerreggiate" che oggi per ogni dove tornano in auge e spingono a una nuova corsa al riarmo, quanto per la "pacifica concorrenza" fatta di interventi brutali contro i paesi coloniali, di manipolazioni fino a ieri persino impensabili dell’uomo e dell’ambiente.

Alle soglie del nuovo millennio, l’alternativa è più che mai fra socialismo o barbarie.

Milano, 10 giugno 2000

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