Breadcrumbs

In pochi mesi la borghesia americana è passata da una fiducia cieca sulle sorti dell’economia mondiale al pessimismo. Tra i più seri economisti borghesi il dibattito è mutato, ed è sempre più concentrato su come evitare una recessione e riuscire ad ottenere un "atterraggio morbido" dell’economia americana.

L’andamento di Wall Street mostra le prime crepe di un meccanismo che è stato il fattore decisivo per la crescita negli anni ’90 dell’economia americana. Nel marzo 2000 l’indice in Borsa delle compagnie tecnologiche, il Nasdaq, raggiunse quota 5.100, nel 1995 era 1.000 quando la "rivoluzione hi-tech" di fatto cominciò. Ma il 29 dicembre, ultimo giorno di apertura, il Nasdaq è sceso al di sotto di 2.500, il peggiore declino della sua storia.

Le compagnie che in questi anni hanno fatto affari d’oro con le speculazioni in Borsa, solo in parte hanno investito i loro dollari in ricerca e sviluppo di nuove tecnologie. Queste hanno acquisito altre compagnie incorporando anche il loro potenziale di crescita, speculando sulle loro azioni. Cisco Systems, ad esempio, una delle più grandi compagnie dei mercati finanziari, ha ottenuto notevoli profitti, ma più del 25% di questi proviene dagli investimenti sul mercato borsistico. Se la Borsa subisse un crollo avverrebbe lo stesso per i profitti della Cisco.

Gli indici della Borsa tradizionale mostrano a loro volta segni di cedimento. Lo scorso marzo il Dow Jones salì a 11.700 rispetto a 8.000 di due anni prima, ma ha chiuso il 2000 a 10.800. Gli investitori capitalisti stanno perdendo fiducia ed entusiasmo nel comprare azioni. Questa perdita di fiducia è indice di preoccupazione e incertezza sul futuro. Il 2000 è stato un anno di successi per il capitalismo Usa, la crescita, in alcuni trimestri ha superato il 5%, ma la tendenza si sta bruscamente invertendo.

La crisi del settore dell’auto…

Nei settori dell’auto e in quelli legati alla new economy cominciamo a vedere i primi segnali di una crisi. I primi dati mostrano che stiamo entrando in un nuovo periodo contraddistinto da sovrapproduzione.

Le vendite di auto delle multinazionali americane sono crollate di più del 20% nel dicembre scorso rispetto all’inizio dell’anno. Secondo la banca Comerica di Detroit, infatti, a febbraio del 2000 il ritmo delle vendite di auto in America viaggiava sui 19 milioni annui, a dicembre era caduto a 15 milioni. La Chrysler, che pochi mesi or sono è giunta ad un accordo commerciale con la Daimler-Mercedes, ha avuto perdite pari a 3.000 miliardi di lire solo negli ultimi 3 mesi. È rivelatrice di quello che accadrà nel prossimo periodo l’affermazione del direttore finanziario della General Motors: "Dobbiamo adeguarci con rapidità e con durezza, perché abbiamo troppe scorte…" (la Repubblica 15/01/01). E infatti nei piani della Gm per il prossimo periodo sono previsti tagli alla produzione per 100.000 vetture e il 10% della forza lavoro in esubero, e altrettanto vale per la Ford che ha deciso, per il primo trimestre del 2001, di ridurre la produzione del 17%. Le fabbriche dell’indotto sono le prime a soffrire le gravi conseguenze di questa crisi, e sono partiti i primi licenziamenti di alcuni grandi gruppi siderurgici fornitori delle aziende dell’auto, come è avvenuto alla US Steel e alla Betlehem Steel. La Ltv Indiana, terza acciaieria degli Stati Uniti, ha avviato le procedure di fallimento!

E gli effetti in Europa si cominceranno a sentire moto presto, la General Motors licenzierà 5.000 dipendenti delle sue filiali in Gran Bretagna e Germania, la Ford chiude uno stabilimento a Dagenham, in Inghilterra.

…e le prime avvisaglie nelle aziende informatiche

Anche nel mondo di Internet, uno dei fattori della ripresa americana degli anni ’90, c’è un’inversione di tendenza. Nel dicembre del ’97, quando la borghesia decantava la tecnologia informatica e spiegava che questo settore aveva trasformato in maniera decisiva le leggi fondamentali di questo sistema economico, noi spiegavamo sulle pagine di questa rivista quanto segue: "Come sempre in tutta la storia del capitalismo, i capitalisti investono per ottene

re il massimo dei profitti. Dove si apre un nuovo e redditizio campo di investimento, i primi a sfruttarlo possono fare profitti enormi. Ma inevitabilmente, man mano che gli altri vi si tuffano il tasso di profitto tende verso la media. I prezzi ed i profitti iniziano a calare. Come in qualsiasi campo di investimento redditizio ad un certo punto inizia a svilupparsi la sovrapproduzione, che alla fine provoca la crisi" (FalceMartello n. 120). Ciò a cui stiamo assistendo è solo l’inizio di questo processo.

A novembre nelle aziende informatiche i licenziamenti rispetto al mese precedente erano aumentati del 55% e a dicembre di un ulteriore 19%. Complessivamente nell’anno 2000 i licenziamenti in questo settore sono stati più di 40.000 in circa 500 società di cui il 18% di queste sono fallite. Inoltre, la caduta dei prezzi dei titoli, sta spingendo al ribasso i pacchetti pensione e gli stipendi dei dipendenti, legati alle azioni delle loro aziende. A questo si aggiunge l’aumento dei ritmi di lavoro e la continua richiesta dei padroni di fare straordinari, negli Usa si lavora in media 47 ore alla settimana, più che in Giappone, ma nel settore della new economy capita di lavorare anche più di 80 ore settimanali!

New economy e lotta di classe

Su queste basi stiamo assistendo ad una vera svolta, la sindacalizzazione di questi lavoratori. Tra i 5.000 dipendenti della Amazon, centinaia di lavoratori si stanno organizzando contro il rischio esistente di una perdita a breve dei posti di lavoro. Il titolo della Amazon.com a dicembre era calato di circa il 70% rispetto all’inizio dell’anno. Le iscrizioni all’Ufcw (il sindacato del commercio) sono in forte aumento.

La sindacalizzazione dei lavoratori è tanto più veloce quando, in virtù del processo di concentrazione dei capitali, i lavoratori del settore tecnologico si trovano a fianco dei lavoratori dei settori industriali tradizionali. Alla Celerion, nata da una fusione e diventata la seconda compagnia americana che opera nel settore della telefonia mobile, 1.200 lavoratori si sono organizzati nel Cwa (il sindacato delle comunicazioni) in seguito alla possibilità di prossimi licenziamenti.

Ormai diventa sempre più difficile considerarli dei casi isolati. Siamo di fronte ad una vera e propria svolta che apre scenari tutti nuovi. La borghesia americana comincia a spaventarsi di fronte ad un processo che fino a qualche anno fa neppure immaginava: la lotta di classe nella nuova economia!

Il boom degli anni ’90 è stato possibile grazie all’enorme sfruttamento del movimento operaio. I dati sulla bassa disoccupazione (che negli ultimi mesi è comunque in aumento) nascondono una crudele verità: la produttività oraria del lavoro, in questi anni, è cresciuta su base annua del 2,15%, ai livelli degli anni ’50 e ’60, nell’industria è stata del 4,58%, mentre nell’informatica questa crescita ha raggiunto addirittura il 41,7%.

Nel prossimo periodo, che ci sia un atterraggio morbido o un vero crack dell’economia, per i lavoratori saranno anni molto duri. Ma sulla base dell’esperienza degli ultimi anni, dalla lotta vittoriosa dei lavoratori dell’Ups alle conquiste ottenute dai lavoratori della Verizon dopo due settimane di scioperi, per passare allo straordinario movimento di Seattle, che ha avuto la capacità di innescare un processo che sta coinvolgendo altre parti del pianeta, la classe operaia americana sta imparando a conoscere la sua straordinaria forza. Quello che dovrà comprendere è il suo compito storico: dare i colpi decisivi alle fondamenta del sistema capitalista.

Joomla SEF URLs by Artio