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Francia

"Una generazione di giovani militanti è nata il 21 aprile, alcuni minuti dopo le 20, e nei giorni che hanno seguito l’annuncio della presenza di Jean-Marie Le Pen al 2° turno delle elezioni presidenziali" (Le Monde, 12/5/02). A Parigi, verso la mezzanotte del 21 aprile, circa 15mila giovani scendevano spontaneamente in piazza concentrandosi alla Bastiglia. Non si vedevano marce notturne spontanee dal maggio ’68.

Da lunedì 22 aprile decine di migliaia di manifestanti, soprattutto studenti, urlavano la loro rabbia contro le idee razziste del Fronte Nazionale (FN) di Le Pen. Le sedi sindacali venivano inondate di richieste per organizzare un 1° Maggio di lotta. Il 1° Maggio un milione e mezzo di lavoratori hanno manifestato con i sindacati, mentre il raduno del FN vedeva la presenza di appena 10mila persone. Oltre ai 400mila di Parigi ed ai 100mila di Tolosa, è stata impressionante la quantità di piccole città o paesi in cui si sono organizzati cortei. Molte persone sfilavano con cartelli fatti e scritti in casa. Nel pieno di questa mobilitazione di massa, i dirigenti socialisti e comunisti si affrettavano ad assicurare a Chirac il loro appoggio elettorale.

Dopo alcuni anni di lotte parziali per spingere a sinistra il governo Jospin, molti giovani hanno deciso di impegnarsi direttamente in politica. In 15 giorni la gioventù socialista (6mila iscritti) ha ricevuto più di 1.500 domande d’iscrizione e la gioventù comunista (14mila iscritti) ha tesserato 1.600 giovani. Migliaia di nuovi iscritti anche all’UNEF, sindacato universitario ‘storico’, e ad SOS Racisme, associazione antirazzista vicina al PS. Su scala più ridotta, i giovani della Lega Comunista Rivoluzionaria (JCR, 250 membri) hanno ricevuto 3-400 domande di contatto. La maggioranza dei giovani che vuole militare lo fa attraverso le organizzazioni tradizionali del movimento operaio, nonostante la politica dei loro attuali dirigenti.

Crisi della democrazia borghese

I cinque milioni e mezzo di voti per l’estrema destra ed i tre milioni per l’estrema sinistra riflettono parzialmente la crescente polarizzazione sociale. Il sistema istituzionale voluto da De Gaulle nel 1958, concepito per contenere le ali estreme, comincia a scricchiolare. Inoltre, si sono astenuti 11 milioni di francesi, il 28% dell’elettorato; questo dato, il più alto nella storia della Quinta Repubblica, è ancora maggiore nei quartieri operai. Chirac, col 19,88% (5,6 milioni di voti), ha ottenuto il peggior risultato da sempre per un presidente in carica. Ciò peserà sulla sua autorità nei prossimi anni. Purtroppo, la propaganda della sinistra in favore di un "Fronte Repubblicano" dietro al "democratico" Chirac ha sicuramente aiutato quest’ultimo a tirare un pò il fiato e ad ottenere un plebiscito, l’82%, al secondo turno. In tutta Europa, televisioni e giornali della borghesia si sono mostrati preoccupati di questi risultati, come anche i dirigenti riformisti del movimento operaio. Perché? Questi risultati rivelano instabilità sociale ed una profonda sfiducia nei partiti tradizionali: dai gollisti di Chirac ai liberali di Balladur, fino al partito socialista (PS) che non arriva al secondo turno ed al partito comunista francese (PCF) che ottiene il peggior risultato della sua storia.

Il riformismo ha portato alla sconfitta

Lo scontro al secondo turno tra Chirac e Le Pen può indurre a pensare che la situazione politica tenda tutta verso la reazione. Invece, la destra gollista perde alcuni milioni di voti rispetto al 1995 e solo l’estrema destra, nel suo complesso, guadagna quasi un milione di voti. Lo stesso sfondamento del FN tra gli operai è da ridimensionare. L’elettorato di Le Pen resta concentrato nelle aree rurali del Paese. Il FN conquista voti tra i disoccupati ma, nelle zone operaie, aumenta solo nel Nord-Pas-de-Calais. Queste elezioni mettono a nudo la crisi della socialdemocrazia, evidente a livello europeo. In una notte sono crollate le illusioni che, anche in Italia, dal Manifesto a Salvi fino al gruppo dirigente del PRC, si sono nutrite in Jospin, fino a ieri presentato come un "vero" socialista, contrario alle politiche apertamente borghesi di Blair. In realtà, la differenza era più di stile che di sostanza.

Il partito socialista ha ottenuto solo il 16%. Il PS non ha da rimproverare che se stesso e non la presenza di candidati "trotskisti" che gli avrebbero rubato voti. Il governo Jospin ha privatizzato più degli ultimi due governi di destra messi assieme; le 35 ore hanno portato flessibilità (tramite l’annualizzazione dell’orario di lavoro, i "recuperi di produttività" od il ripristino del lavoro notturno per le donne) e 17 miliardi di Euro nelle tasche del padronato come contropartita (!). Secondo il CREDOC, un istituto di ricerca, la povertà è in aumento e tocca quasi 6 milioni di persone.

Più colpiti sono i giovani, principali "beneficiari" dei 4 milioni di posti di lavoro considerati precari (700mila interinali). Davanti a questa situazione il governo non si è vergognato di proporre più polizia nelle periferie e leggi più dure per i senza casa! Sentendo il disastro in arrivo, un "barone" del PS come Mauroy si era detto preoccupato che Jospin nei suoi discorsi non avesse pronunciato neanche una volta la parola "operaio". Ciliegina sulla torta, la dirigenza del partito socialista aveva innervosito la popolazione araba per il suo sostegno aperto alla politica dello Stato di Israele.

Dopo le dimissioni di Jospin, la destra del PS ha criticato le manifestazioni spontanee ed ora spera di rafforzare i legami coi partiti borghesi.

Lotte operaie e sinistra plurale

Nel 1936 Trotsky definiva il governo del Fronte Popolare di Blum e Thorez "un complotto per domare gli scioperi". La storia si è ripetuta e così abbiamo visto un ministro dei trasporti del PCF correre ai sei angoli della Francia per convincere camionisti, conduttori di autobus e lavoratori del metrò a non scioperare (non sempre riuscendovi). Il governo ha inviato più volte la celere contro i lavoratori. Non si capisce lo stupore di Garzon, (esecutivo della gioventù comunista) quando dice che "c’è una diffidenza enorme verso le organizzazioni tradizionali". Negli ultimi 5 anni la Francia è stata in un clima di mobilitazione sociale permanente. Poco ci è mancato per un nuovo dicembre ’95. Infatti, nel marzo 2000, davanti ad un movimento di scioperi che comprendeva già gli ospedali, il ministero delle Finanze e la scuola, il governo fece concessioni e licenziò due ministri per paura di un allargamento del conflitto. Per proteggersi sul fianco sinistro nella successiva compagine governativa ebbero più spazio il PCF e la Sinistra Socialista.

Il governo della sinistra plurale ha costantemente mostrato disprezzo per i lavoratori in lotta. Quando, nell’autunno 1999, gli operai della Michelin di Clermont-Ferrand erano in lotta contro la chiusura della loro fabbrica, Jospin si dichiarò "umanamente solidale" aggiungendo poi che "il governo non può immischiarsi nell’economia". Alla faccia dei suoi adulatori sparsi nella sinistra europea che lo lodavano perché "riportava la politica al centro rispetto all’economia", il primo ministro socialista confermava inconsciamente un assunto basilare del marxismo: non è possibile portare avanti una politica in favore dei lavoratori se i banchieri ed i capitalisti hanno in mano le leve dell’economia. Sotto il capitalismo non sono i governi a dettare legge all’economia ma proprio l’inverso.

Alla fine dei conti, le sedicenti scelte realiste dei dirigenti riformisti del PS e del PCF, che cercano di conciliare gli interessi opposti di padroni e lavoratori, si sono rivelate per quello che sono: un’utopia reazionaria che finisce per scontentare solo i lavoratori.

Il PCF crolla

L’elettorato comunista ha punito la direzione del PCF per la sua collaborazione attiva col PS nel portare avanti una politica antioperaia. Il risultato di Hue, 3,41%, è catastrofico. Nel 1997 molti lavoratori, anche di tendenza socialista, vedevano la presenza al governo del PCF come un’assicurazione contro eventuali sterzate a destra della direzione socialista. Con un PCF sempre al traino del PS, la maggioranza dei suoi elettori ha preferito votare per uno dei tre candidati che si definiscono trotskisti. Di per sé, aver mantenuto l’aggettivo comunista nel nome e la falce e martello nel simbolo di partito non è servito a molto. La crisi del PCF, però, non è soltanto la punizione per quanto fatto negli ultimi cinque anni, ma anche per l’abbandono di una vera politica comunista da diversi decenni. La direzione del PCF ha difeso servilmente lo stalinismo, votato nel 1956 i poteri speciali al governo Mollet per la guerra in Algeria, tradito il movimento rivoluzionario del maggio 1968. Dal primo governo dell’unione della sinistra nel 1981 in poi, tanto Marchais quanto Hue sono stati incapaci di sviluppare una politica indipendente da quella del PS, anche dall’opposizione. Nel pieno di questa crisi, la coalizione delle opposizioni interne di sinistra non riesce a guadagnare posizioni. Ora gli oppositori si stanno mobilitando per chiedere un congresso straordinario del partito assieme a qualche deputato "dissidente". L’incapacità di rompere da sinistra con lo stalinismo e di sviluppare una battaglia aperta e complessiva contro la direzione "mutante" riassumono i pesanti limiti politici ed organizzativi di questa corrente.

Il semplice fatto che i partiti alla sinistra del PCF abbiano ottenuto 3 milioni di voti, quasi l’11%, è un’indicazione delle aspirazioni rivoluzionarie di settori significativi di lavoratori e studenti. Mantovani, responsabile esteri del PRC, in un’assemblea pubblica ha sostenuto che l’estrema sinistra ha ottenuto un largo consenso elettorale perché è stata contro le privatizzazioni e non tanto per le idee generali che difende. E’ innegabile che un atteggiamento coerente contro le privatizzazioni, ai giorni nostri, venga apprezzato dai lavoratori. Ciò detto, milioni di giovani ed operai hanno votato i candidati dell’estrema sinistra anche sapendo che queste organizzazioni si dicono per il comunismo e rivoluzionarie. Nessuno in Francia ignora chi è Arlette: lo stesso popolarissimo programma satirico, Les guignoles, la prende in giro perché difende la dittatura del proletariato. Mettere un velo su una radicalizzazione politica che va ben oltre le idee di Porto Alegre testimonia solo imbarazzo.

L’estrema sinistra

Rispetto alle presidenziali del 1995, l’estrema sinistra nel suo complesso passa da un 1,6 milioni di voti a 2,9 milioni. A questi voti corrispondono organizzazioni di alcune migliaia di membri. E’ naturale chiedersi se le formazioni di quest’area politica possano rappresentare un’alternativa al riformismo. Innanzitutto, quali consegne hanno dato per il secondo turno delle presidenziali? La Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR) ed il Partito dei Lavoratori (PT) hanno ceduto all’opportunismo dilagante a sinistra facendo appello al voto per Chirac. Né la LCR , né il PT hanno presentato una minima analisi di classe che avrebbe portato alla conclusione che Chirac e Le Pen sono due politici della grande borghesia tra cui i lavoratori non hanno niente da scegliere. Per nascondere le proprie scelte, i dirigenti della LCR hanno detto che dalle 20.01 del 5 maggio sarebbero stati all’opposizione di Chirac. Lutte Ouvrière (LO) invece, dopo una prima reazione ambigua, ha invitato i propri elettori a votare scheda bianca o nulla, posizione più corretta della precedente. Arlette si è però rifiutata di fare appello all’astensione. Oltre a questo, però, il principale limite di LO è stato senza dubbio la passività: nessuna parola d’azione è stata infatti lanciata per dare obiettivi e carattere di classe alle mobilitazioni anti-FN.

Durante le lotte che seguirono l’annuncio di migliaia di licenziamenti a Danone, Marks&Spencer, Moulinex, Air Libérté, ecc, nessuna organizzazione dell’estrema sinistra ha avanzato la parola d’ordine della nazionalizzazione sotto controllo e gestione operaia delle fabbriche che licenziano o chiudono. Questa parola d’ordine non venne avanzata nemmeno quando alla Moulinex o alla Péchinay si svilupparono brevi occupazioni. Invece, alla Danone, dove LO influenzava molti operai e contava un suo militante storico nel consiglio di fabbrica, tutta l’estrema sinistra si è appiattita sulla politica della CGT e del sindaco comunista di Calais che deviarono la lotta dei lavoratori sui binari di un boicottaggio al consumo dei prodotti della Danone e di una proposta di legge per impedire i licenziamenti ai padroni che fanno profitti e licenziano.

LO, la LCR ed il PT si dichiarano trotskisti. Mai come oggi il trotskismo è considerato con simpatia ed attenzione nel movimento comunista. Questo è sicuramente motivo di soddisfazione per chi si batte da anni per la difesa delle idee di Trotsky, come i sostenitori di questo giornale. È quindi
un peccato che questi gruppi "trotskisti" abbiano una tattica settaria nei confronti del PCF e del PS, che influenzano la netta maggioranza dei lavoratori organizzati. È’ un errore rifiutarsi di sostenere, seppur criticamente, i candidati socialisti e comunisti che al 2° turno si confrontano con quelli della destra, non facendo nessuna distinzione tra PCF e PS da una parte e partiti della destra borghese dall’altra. Questo aiuta i dirigenti riformisti a scavare un fossato tra i loro militanti e le idee del marxismo, presentate strumentalmente come settarie. Inoltre, l’estrema sinistra non ha un’azione per aiutare i militanti socialisti e comunisti critici a formare nei loro partiti una sinistra interna marxista. Al contrario, Arlette, intervenendo all’ultimo congresso nazionale del PCF, non ha rivolto critiche alla direzione di Hue (cosa che solitamente fa) e si è semplicemente detta "contenta di vedere che ci sono ancora dei militanti contenti di dirsi comunisti".

Chirac è democratico?

"Meglio un ladro che un fascista". Così titolava Liberazione il giorno del 2° turno, facendo eco allo slogan della sinistra che si apprestava a votare Chirac "turandosi il naso’. Lo stesso giorno, Rossanda in un editoriale sul Manifesto descriveva Chirac come un baluardo, malgrado tutto, contro il fascista Le Pen. Queste analisi possono sembrare corrette se si resta a grande distanza dalla realtà. Il programma di Chirac è infatti una versione "soft" di quello del Fronte Nazionale per quanto riguarda libertà di licenziamento, attacco agli immigrati e leggi repressive. È così semplicemente perché Chirac e Le Pen sono entrambe rappresentanti politici di una stessa classe, la borghesia. Addirittura, nella campagna elettorale Chirac ha insistito sulla questione della sicurezza più del suo rivale di estrema destra, per rincorrerlo sul suo terreno. Le Pen, invece, era più impegnato nell’attacco agli "eurocrati di Bruxelles"…

Chirac ed il suo partito fanno riferimento alla tradizione politica del gollismo. Dalle squadre di azione civica (SAC), che dal 1946 in poi terrorizzarono militanti di sinistra e studenteschi, al colpo di Stato del 1958 o ai preparativi per una repressione armata del maggio ’68, il gollismo ha rappresentato nella storia della borghesia francese il tentativo di regolare i conti in maniera violenta con il movimento operaio. Ad esempio, in un documento delle SAC del 1964 si diceva che l’obiettivo era quello di "distruggere la CGT". Lo stesso passato di Chirac non è molto edificante: fu proprio quando lui era primo ministro nel 1986 che la polizia attaccò gli studenti uccidendo Malik Oussekine.

C’è un pericolo fascista?

L’avanzata del Fronte Nazionale ha allarmato, in Francia ed in Europa, sia i lavoratori che la borghesia. Ovviamente, per ragioni differenti. I primi sono rivoltati dalle idee reazionarie e dal gangsterismo del Fronte Nazionale. Invece, Seillière, presidente della Confindustria francese, ha precisato che "il programma economico presentato dal FN provocherebbe tensioni sociali enormi". Molti padroni sostengono Le Pen ma la maggioranza di Confindustria è preoccupata dal risveglio operaio che l’avanzata di Le Pen ha provocato. La borghesia francese sa bene che una vittoria elettorale di Le Pen significherebbe "guerra civile assicurata", come garantivano alcuni cartelli visti nelle manifestazioni.

I dirigenti socialisti e comunisti hanno fatto appello a votare Chirac in quanto "male minore". Teoricamente, l’argomento consiste nell’opporsi all’estrema destra di Le Pen perché questa rappresenterebbe una minaccia per la democrazia (borghese, si suppone). Certamente Le Pen è un reazionario feroce, torturatore in Algeria, personalmente ammiratore di Hitler e Mussolini. La situazione sociale è però nettamente diversa dagli anni ’20 e ’30 del XX secolo. Ora i lavoratori dipendenti costituiscono la grande maggioranza della popolazione. Le sei settimane di sciopero illimitato di una parte dei lavoratori del settore pubblico nel novembre e dicembre 1995 hanno mostrato l’enorme forza sociale del proletariato. Fu proprio sotto l’impatto di quella mobilitazione di massa che il FN entrò in crisi, si divise, crollò nel suo ex bastione di Marsiglia ed ebbe alle europee del 1999 il 6%. Tra alti e bassi, dal 1995 i lavoratori sono all’offensiva: alla loro testa ci sono militanti combattivi e senza sconfitte pesanti alle spalle. Il crescente appoggio a Bové tra i contadini mostra che nemmeno la piccola borghesia rurale è compatta dietro la destra. In questa situazione è fuori questione una vittoria del fascismo come movimento di massa, basato sulla piccola borghesia ed il sottoproletariato, che schiaccia ogni organizzazione indipendente della classe operaia.

Questo non significa che non ci si debba mobilitare contro il Fronte Nazionale. Al contrario. I lavoratori devono combattere Le Pen con un’azione indipendente: manifestazioni di massa ovunque il FN o l’MNR di Megret tengano un’assemblea pubblica, scioperi, propaganda sui luoghi di lavoro. I sindacati dovrebbero convocare uno sciopero generale contro l’estrema destra. All’opposto, mischiando le proprie bandiere con quelle dei politici corrotti della borghesia, il movimento operaio incoraggerebbe la reazione ed indebolirebbe se stesso.

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