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Riflessioni sulla "disobbedienza", 12 giugno 2002

È ormai diffusa la percezione di una difficoltà del movimento Noglobal in Italia. Sul piano della mobilitazione di massa siamo ormai lontanissimi dai livelli di Genova, come testimonia la manifestazione in occasione del vertice della Fao e soprattutto la mancata mobilitazione in occasione della visita di Bush in Italia. Ma al di là dei numeri e delle piazze, è evidente una crisi di prospettiva. Il compagno Bertinotti riassume questa difficoltà parlando di "segnali di difficoltà" e di "affanno del movimento" (Direzione nazionale del Prc del 29 maggio).

Che si renda necessario un dibattito serio e onesto sugli sviluppi recenti del movimento, è ormai un’evidenza che nessuno nega. Ci pare di particolare interesse, pertanto, il documento prodotto dal "Laboratorio dei disobbedienti" e pubblicato in rete in questi giorni (reperibile su www.disobbedienti.org. Anche Liberazione ne ha riportato alcuni stralci); importante per gli elementi di critica e autocritica prodotti da un’area, quella dei "disobbedienti" appunto, che vede uniti al suo interno i Giovani comunisti (almeno nella loro componente maggioritaria) e gli eredi delle Tute bianche, ossia precisamente quei settori che più nei mesi scorsi avevano investito su una linea "movimentista" e di "contaminazione all’interno del movimento stesso".

Poiché questo dibattito investe direttamente le conferenze dei Giovani comunisti attualmente in corso, tenteremo quindi di mettere a confronto le posizioni dei "disobbedienti" con quelle sviluppate dai compagni che nella conferenza dei Gc hanno firmato e sostengono il quarto documento, intitolato appunto Giovani comunisti: disobbedienti o rivoluzionari? Per una svolta verso i movimenti di massa.

Critica e crisi della "disobbedienza civile"

La linea della "disobbedienza civile" subì nelle giornate di Genova una dura prova di fronte alla repressione operata dallo Stato. Scrivono oggi i "disobbedienti": "Quante e quanti si erano ritrovati e riconosciuti (…) nel corteo della disobbedienza civile (…) decisero di affermare la loro consapevolezza: di come quella repressione avesse travolto la pratica scelta, ma anche di come un nuovo valore fosse stato generato dall’esperienza (…). Ci costituimmo per questo in Laboratorio della disobbedienza sociale, per condurre e contribuire con un nuovo esperimento".

Quindi il "Laboratorio" nacque dopo che ci si era resi conto dell’errore commesso a Genova. Altro conto è poi vedere quali conseguenze se ne siano tratte. Ecco invece quanto scrivemmo prima delle giornate di Genova: "È ampiamente diffusa l’idea che lo scopo della manifestazione sia quello di varcare quella linea, che il successo o l’insuccesso si misuri in termini di metri (o… centimetri) di zona proibita che riusciamo a calpestare. Questa posizione vede poi due diverse varianti: quella di chi propone di raggiungere l’obiettivo pacificamente, attraverso la ‘disobbedienza civile’, e quella di chi propone di attrezzarsi per reggere uno scontro fisico a un livello sufficiente da far retrocedere i cordoni di polizia.

La linea della ‘disobbedienza civile" è semplice: violiamo la linea rossa, e poi ci facciamo caricare a sangue. Molti di quelli che propongono questa posizione, senza dubbio lo fanno con le migliori intenzioni: denunciare nel modo più chiaro e plateale possibile la vergogna delle ‘zone proibite’ e l’arbitrio dello Stato nei confronti di un diritto democratico come quello di manifestare.

È doveroso però dire tutta la verità. Si è stabilita ormai l’usanza di taciti accordi tra la polizia e i vertici di organismi quali Ya basta! o i Centri sociali del nordest, accordi che prevedono in sostanza degli scontri ‘mimati’: tu fai finta di voler passare, io faccio finta di caricarti. Esempio: Bologna (‘Noocse’ dell’anno scorso), Praga, ecc. Controprova: secondo l’opinione di molti presenti, quando a Ventimiglia venne bloccato il treno dei manifestanti che andavano a Nizza, la polizia rispettò i patti, limitandosi a uno showdown più che altro accennato, i carabinieri no e caricarono duramente i manifestanti che si trovarono di fatto mandati allo sbaraglio.

Ha senso una simile messinscena, che nel migliore dei casi si traduce in una mascherata, e nel peggiore manda allo sbaraglio coloro che vi si trovano coinvolti, volenti o nolenti?

(…) Le cento, forse duecentomila persone che potrebbero scendere in piazza non hanno quell’obiettivo, non si preparano a una insurrezione, ma per una manifestazione di protesta e di massa. Questo dispiace a qualche ‘avanguardia’ autonominata? Rimane un fatto, dal quale partire.

E poi, siamo seri: si è mai vista una insurrezione convocata con mesi di anticipo su tutti i giornali, indicando con precisione giorno, luogo e ora nella quale si vuole dare l’assalto, in modo da permettere allo Stato di prepararsi al meglio? Alla fine il tutto si riduce o in farsa, con qualche vetrina rotta per la gioia dei vetrai e degli arredatori, o in tragedia come poteva finire a Napoli e a Goteborg." (FalceMartello n° 148, 22 giugno 2001)

La "disobbedienza sociale" non è stato in realtà che riproporre su scala ridotta e a volte persino caricaturale la stessa logica delle giornate di Genova: questa volta, per fortuna, sulla tragedia ha in generale prevalso la farsa. Le "occupazioni" più o meno simboliche coinvolgono ormai sempre meno, e anche una lotta di importanza strategica come quella contro la Bossi-Fini viene in realtà ristretta dalla proposta di smantellare i Cpt, proposta che sta portando a un calo sistematico dei partecipanti a queste mobilitazioni (ad esempio in Emilia), anche perché molti immigrati temono di essere esposti alle rappresaglie poliziesche, pur essendo disposti a partecipare massicciamente a iniziative di lotta con l’insieme dei lavoratori italiani, in particolare quelle sindacali, dove le associazioni degli immigrati hanno svolto (qui sì) un ruolo prezioso di "lievito" e di pungolo nello spingere il movimento sindacale a impugnare questa battaglia. Si vedano gli esempi di Brescia, Vicenza, Reggio Emilia.

Il risultato è chiaro: la linea della disobbedienza conduce a un allontanamento dal reale movimento di massa.

Dopo Genova?

Fin dall’inizio ponemmo una questione fondamentale: Genova era una tappa decisiva, dopo la quale però il movimento non avrebbe potuto continuare sulla stessa strada, pena l’inaridimento, e indicavamo nello sviluppo del conflitto sociale e in particolar modo di quello sindacale, lo sbocco naturale della mobilitazione contro il G8.

Alla vigilia delle giornate di Genova scrivevamo: "Inseguire in giro per il mondo i vertici delle istituzioni internazionali è una prospettiva che equivale a proporre la morte del movimento come movimento di massa, trasformandolo in una sorta di ‘compagnia di giro’ accessibile solo a chi ha il tempo e il denaro per dedicarsi a una simile attività al seguito dei ‘grandi’. (…) Se i 100 o i 200mila che andranno a Genova torneranno con la convinzione di poter portare ‘Genova’ nei loro luoghi di lavoro e di studio, allora questa manifestazione diventerà il trampolino di lancio per una ripresa su vasta scala del conflitto sociale e politico. Questa è la prospettiva che invitiamo tutti a coltivare: quella di una ripresa della lotta di classe che rompa l’equilibrio di questo sistema e riapra la strada alla lotta per la trasformazione rivoluzionaria della società". (FalceMartello n° 148, 22 giugno 2001)

Oggi i "disobbedienti" si pongono la stessa domanda: "Cosa saremmo stati in grado di proporre come azione collettiva a Pratica di Mare (cioè contro il vertice Nato-Russia)? Un’altra grande e ordinatissima sfilata? Dopo Genova, dopo quello che è accaduto, noi dobbiamo fare i conti con questo."

La prospettiva di una ripresa del conflitto di classe venne completamente rimossa dalla gran parte delle aree organizzate del movimento Noglobal. La ripresa del conflitto da parte della Cgil venne riconosciuta solo quando era già in pieno sviluppo; la logica che continuava a prevalere era quella di conquistare spazi separati anziché quella di lottare nel movimento per una linea alternativa a quella di Cofferati. Risultato: lo sciopero del 16 aprile ha visto una sostanziale spaccatura dell’area dei Social forum: una parte ha preso parte alle manifestazioni sindacali, un’altra si è ritrovata nelle piazze "alternative" dei Cobas, molti hanno scelto di non scegliere promuovendo proprie iniziative in altri orari e luoghi.

Tutto questo è passato sotto lo slogan dello sciopero "generalizzato" nell’intento di trasmettere l’idea di un allargamento della mobilitazione, quando in realtà si trattava di una ritirata dal terreno della lotta di massa.

Timidamente e con un linguaggio piuttosto oscuro, il documento dei "disobbedienti" prende atto (tardivamente) della svolta creata dalla lotta sindacale per l’articolo 18: "Il movimento era andato oltre quegli stessi spazi che si era dato, abitando le scuole, gli atenei, le fabbriche, le baracche e le filiere produttive del lavoro migrante. Ha diffuso la sua autonarrazione (…) e si è espresso come insieme di movimenti sociali (…) dopo l’evocazione disobbediente del tema della lotta generale per i diritti (…) si è imposto finalmente all’orizzonte lo sciopero generale delle grandi confederazioni e un grande, per quanto obbligato, ritorno alla lotta della maggiore, la Cgil. Il conflitto sociale (…) ha preso corpo e trovato la sua punta di lancia sul terreno dello scontro diretto tra capitale e lavoro, e nelle stesse articolazioni tradizionali di questo. Un quadro diverso, che ha posto al movimento di movimenti altre interrogazioni, altre esigenze si prospettiva. Una riflessione che, però si è dispersa, sulla traccia di un filo resosi nei fatti meno visibile: quello della natura globale del movimento (…)". Tradotto in linguaggio più chiaro (e anche più sincero), si potrebbe riassumere così: dopo Genova le lotte sono andate molto al di là della nostra capacità di influenzarle; con lo sciopero generale la Cgil ha messo tutti "in riga" conquistandosi sul campo un ruolo dirigente che ci ha spiazzato.

E ancora: "Le iniziative di generalizzazione prodotte nella giornata dello sciopero del 16 aprile (…) recano un bilancio di diffusione straordinaria di azioni di disobbedienza sociale, anche se confermano che quando la gestione è troppo timida nell’articolare un discorso che proponga le differenze come parte viva, visibile e conflittuale per la contaminazione e la ricomposizione dentro la moltitudine, prevale la divisione in percorso che alla centralità del conflitto antepongono l’insegna, proclivi a un approccio ridotto alla nicchia e alla delimitazione". Ovvero: il 16 aprile ci siamo impegnati in azioni (si dice diffusissime, in realtà del tutto marginali rispetto all’estensione dello sciopero e delle manifestazioni sindacali) che parlavano a noi stessi e a chi già è attorno a noi, senza dare alcuno sviluppo al movimento e senza neanche tentare di intervenire nello sciopero per portarvi contenuti più avanzati.

La crisi del movimento deriva quindi da due elementi: 1) Le "grandi scadenze" non servono più a mobilitare 2) La pretesa di far vivere lo "spirito di Genova" attraverso la costituzione dei Social forum, dei disobbedienti e delle altre strutture legate al Noglobal è completamente fallito. Si è strutturato il ceto politico, ma le masse sono andate per la loro strada.

La crisi dei Social Forum

Dopo la prima assemblea nazionale dei Social forum, tenutasi a fine ottobre 2001, scrivevamo: "Fino ad oggi sono circa un centinaio i Social Forum sorti in giro per l’Italia. Gli ultimi mesi dimostrano però come questo processo di strutturazione non sia affatto omogeneo, e soprattutto i suoi sbocchi siano ben diversi da quelli che vengono auspicati dai vari portavoce.

Fino a quando c’è un obiettivo chiaro e condiviso da tutti, come per esempio contestare il G-8 o, in parte il corteo di Roma del 10 novembre, allora è relativamente facile trovare un accordo. Gli accordi, però, sono in questo caso stati efficaci solo sul terreno strettamente organizzativo: organizzare treni e pullmann, propagandare l’iniziativa, ecc. Non appena sorgono questioni politiche (piattaforma di una manifestazione, comportamento in piazza, ecc.) le divisioni sono dominanti, e alla fine si ‘decide di non decidere’ e ciascuno fa come meglio crede con le conseguenze del caso (vedi Genova).

Quando invece si tenta di giungere a una maggiore omogeneità politica, di programmi, di analisi, di proposte, allora accade inevitabilmente quello che si è visto a Firenze: il movimento si divide per aree politiche. Diciamolo francamente: è un bene, soprattutto se questo toglie quel velo di perbenismo per il quale pubblicamente tutti si abbracciano e si baciano e dietro le quinte ognuno lavora per minare la posizione degli altri.

Tuttavia è bene dire che questo confronto è ancora tutt’altro che trasparente. La logica del minimo comune denominatore, la gestione assemblearistica dei dibattiti, la strutturazione ‘a rete’ in realtà non fanno che favorire chi ha già più peso organizzativo, oppure quei singoli che possono dedicare un tempo considerevole a questo genere di attività.

I Social Forum, in particolare su scala nazionale e nelle grandi città, non raccolgono così che una minima frazione di quelle centinaia di migliaia di giovani, di lavoratori che si sono visti a Genova e che comunque in questi mesi hanno guardato con interesse al movimento e hanno partecipato alle sue iniziative di massa. Se è vero che in molte località periferiche i SF costituiscono realtà più vitali, che riempiono il vuoto lasciato dalla crisi organizzativa e politica delle organizzazioni storiche della sinistra, e però anche vero che a livello nazionale la rotta è dettata in base alla logica da intergruppi che abbiamo descritto." (FalceMartello n° 152, 15 novembre 2001)

Allora scrivere queste cose sera considerato "lesa maestà"; durante il dibattito nel congresso del Prc parlare di differenziazioni nel movimento e della necessità di portarvi una battaglia politica era considerato alto tradimento. Oggi, ecco cosa scrivono i "disobbedienti": "Secondo noi oggi è necessario dire con forza che quello che è importante è lo spirito di Genova e non un logo; tra l’altro ormai incapace di attrarre, di diventare motore come fu per alcuni mesi. Dobbiamo superare l’idea che è ‘irrigidendo’ o mantenendo burocraticamente il simulacro dei luoghi di movimento, si fa movimento. (…) Potremo stare a discutere per molto tempo sul perché il meccanismo dei social forum in moltissime parti del paese è divenuto uno strumento inservibile."

Sì, ben detto: uno strumento "inservibile": inservibile per far crescere le mobilitazioni, per elevare la coscienza di massa. Non è questa una conferma clamorosa di quanto dicevamo già mesi fa?

Le elezioni amministrative

La stessa diplomazia equivoca che ha fin dall’inizio regnato nella gran parte dei Social forum in realtà è stata metodo di gestione anche nella stessa area "disobbediente". Quando venne costituito il "laboratorio della disobbedienza sociale" sottolineavamo, fin dal primo giorno, come in realtà fra le sue componenti originarie (fondamentalmente i Giovani comunisti "di maggioranza" e le ex Tute bianche) non vi fosse una reale comunanza politica: "Le posizioni movimentiste della maggioranza (dei Gc - NdR) hanno dato vita a un blocco organico con le Tute bianche (non abbiamo dubbi, peraltro, che l’accordo non si basi su principi condivisi, ma solo su una convenienza reciproca, e fallirà non appena questa venga a mancare)" (FalceMartello n° 152 - 15 novembre 2001)

La convenienza reciproca è stata in effetti messa in discussione nelle recenti elezioni amministrative. In alcune città i "disobbedienti" hanno presentato i loro candidati come indipendenti nelle liste del Prc. È il caso di Genova, dove abbiamo assistito allo strano spettacolo di un volantino firmato Movimento dei/delle disobbedienti (cioè anche dai Giovani comunisti), con il simbolo del Prc, che invitava a votare questi candidati indipendenti al Comune di Genova: col che, ci pare, i Giovani comunisti diventano parte di una lobby che promuove i propri candidati nelle liste del Partito. Altrove, e segnatamente a Treviso, l’area delle Tute bianche ha preferito promuovere una propria lista (Altra Marca), che ha preso circa lo 0,5%.

Chi ha occhi per vedere capisce bene che la divergenza non è secondaria. Ecco come viene commentato l’episodio nel documento citato: "Nella recente scadenza delle elezioni amministrative, diverse realtà disobbedienti si sono impegnate in alcuni percorsi, tra loro differenti (ma che formulazione delicata! - NdR), di incursione in questo passaggio (…) Quelle sperimentazioni, condotte a un livello piuttosto prossimo e incombente sulla quotidianità dell’agire delle reti sociali, il livello dei nessi amministrativi, sono state differenti anche negli esiti (…) Come altri dati che, grazie al fatto che le sperimentazioni qualcuno le fa senza paura di essere ‘scomunicato’ ci hanno consegnato un quadro da cui si evince chiaramente che un conto è parlare di ‘crisi della rappresentanza’, un altro dare per scontato che questa situazione provochi la ‘crisi dei partiti’. Un conto è dire che i simboli dovrebbero essere superati e non diventare un feticcio, un altro è dire che questo è già accaduto. I simboli ed i partiti, in queste elezioni, contano e contano molto. La stessa discriminante contro la guerra non ha inciso minimamente sulla raccolta di consensi che si è determinata sull’antiberlusconismo in massima parte. Le riflessioni sono aperte ma certo è che i nodi sono tutti da sciogliere e le strade tutte da percorrere. È chiaro poi che una rete di amministratori, consiglieri di comuni grandi e piccoli che hanno come priorità lo sviluppo di percorsi di rottura in senso municipale, oggi esiste. Ne rivendichiamo tutta la positività e la potenzialità".

Più semplicemente: per noi è prioritario conquistare posizioni nei comuni (perché si attribuisca alle elezioni amministrative un particolare valore partecipativo non è chiaro, considerato che in queste elezioni vota sistematicamente meno gente che in quelle politiche, dove le grandi scelte sono più chiare ed evidenti); conquistare seggi però non è facile, provandoci da soli ci siamo rotti l’osso del collo ("sperimentazioni"), mentre se ci aggreghiamo al Prc qualcosa la spuntiamo ("i partiti contano ancora") soprattutto perché a raccogliere la spinta delle lotte sono soprattutto i Ds, grazie all’"effetto Cgil" e all’opposizione sull’articolo 18 ("antiberlusconismo"). Per cui, anche se le scelte fatte dai "disobbedienti" erano di fatto opposte e persino conflittuali (considerato che a Treviso oltre alla lista Altra Marca era anche presente la lista del Prc in opposizione sia al Polo che all’Ulivo), facciamo finta di niente, una mano lava l’altra (niente "scomuniche") e la prossima volta andiamoci più cauti ("i nodi sono tutti da sciogliere"), facendo intanto tesoro dei posti che abbiamo conquistato (la "rete di amministratori").

Che tutto questo possa essere convincente per Casarini e compagnia, tutto sommato può interessarci fino a un certo punto. Ma che queste posizioni siano il prodotto di un’area della quale i Giovani comunisti sono parte integrante, sinceramente dà molto da riflettere. La logica di fare lobbismo all’interno del proprio stesso partito, di usare il Prc come un tram su cui salire o scendere a seconda della convenienza del momento, è una logica che per compagni che di questo partito fanno parte dovrebbe a nostro avviso essere semplicemente impensabile.

Fine del "laboratorio"?

Prosegue il documento: "Vorremmo che si aprisse su questi punti un dibattito pubblico. Una consultazione (…) nel cui corso nessuno parlerà più per le e i disobbedienti, ma come disobbediente, con tutta la propria peculiarità". Questo significa solo una cosa: ci sono tali e tante divaricazioni da non permettere più ad alcuno, all’interno del "laboratorio", di esprimere una opinione condivisa e collettiva; ognuno può solo parlare per sé, il che equivale a dire che il "laboratorio" come struttura collettiva è finito, e la "disobbedienza" diventa una semplice parola vuota (che del resto è sempre stata), un’etichetta da appiccicare di volta in volta dove più fa comodo per far finta che ciò che è morto sia ancora vivo.

Conclusioni

Abbiamo citato lungamente il documento dei disobbedienti (datato "da un luogo indifferente, Italia, Europa, Pianeta Terra, maggio-giugno 2002, anno secondo della Guerra Globale Permanente"). Ci pare un testo importante precisamente perché conferma sia pure tardivamente e in modo confuso, tante delle posizioni che negli ultimi anni avevamo espresso riguardo al futuro del movimento noglobal. Speriamo che nessuno ci consideri arroganti se abbiamo contrapposto delle citazioni dagli articoli di una rivista di modesta diffusione come FalceMartello alla produzione di un’area tanto nota e tanto citata (anche sui mass media) come quella dei "disobbedienti": mai come oggi ci pare decisivo superare le forme e andare al nocciolo dei contenuti che ciascuno riesce a esprimere.

Tanto altro materiale potrebbe essere citato a conferma degli argomenti da noi proposti in questo articolo. Per non appesantirlo ulteriormente, ci limitiamo a riportare integralmente l’emendamento da noi sottoscritto durante il recente congresso del Prc, emendamento che pur inserito nel dibattito interno alla 2a mozione, e nonostante fosse stato scritto a novembre scorso, ci pare tutt’ora perfettamente calzante:

"Lo stesso successo della mobilitazione contro il G8, unito alla nuova situazione creata dallo scoppio della guerra in Afghanistan, ha creato una situazione nuova nel movimento. Da un lato, l’onda d’urto generata dalla mobilitazione di Genova si è allargata ulteriormente ampliando i settori potenzialmente coinvolgibili nel movimento. Dall’altro sia le proposte politiche dominanti che le forme di lotta proposte (disobbedienza civile) sono entrate obiettivamente in crisi. Il tentativo di risolvere la crisi attraverso la strutturazione della rete dei social forum non solo non ha risolto questa crisi, ma l’ha resa più evidente. I SF, particolarmente nelle grandi città e su scala nazionale, sono oggi molto distanti dall’esprimere la potenzialità rivoluzionaria del movimento; prevale una diplomazia soffocante nei rapporti tra le diverse componenti, la logica assembleare e quella del "minimo comun denominatore" si sommano creando una gestione sostanzialmente antidemocratica. C’è quindi un’evidente forzatura nel rappresentare i SF come la "strutturazione del movimento" in quanto tale: sia per composizione che per metodi e programmi, la maggior parte sei SF sono distanti miglia e miglia dalle aspirazioni più profonde e radicali espresse dalle centinaia di migliaia di persone che hanno partecipato alle mobilitazioni contro il G-8.

La discussione sulla guerra e l’assemblea nazionale di Firenze hanno mostrato un processo di cristallizzazione di diverse posizioni all’interno dei SF. Si tratta di una chiarificazione positiva, che però si produce purtroppo senza alcun ruolo del Prc. Al contrario, la linea seguita è stata fino all’ultimo quella di oscurare e mascherare le divergenze in seno ai SF. Quando poi queste sono diventate evidenti e pubbliche, si è avuto l’episodio dell’adesione dei Gc al "laboratorio della disobbedienza sociale", con il che dopo aver negato la necessità di una chiarificazione di posizioni all’interno dei SF, quando questa si produce nostro malgrado scegliamo di abbracciare non il settore più radicale (che pure presenta chiari limiti politici, ma che comunque da Genova in poi ha tentato di esprimere posizioni più chiaramente classiste e antimperialiste), ma un’area sostanzialmente moderata come quella delle "tute bianche".

L’accettazione della "disobbedienza sociale", nonostante la retorica movimentista di cui si ammanta, costituisce in realtà un allontanamento dal movimento reale, verso la logica delle azioni "esemplari", eclatanti, simboliche, logica che è del tutto incapace di prospettare uno sviluppo di massa del movimento e un suo reale legame con il movimento operaio."

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