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Il mondo capitalista si avvita in una spirale di guerre e conflitti. Si può credere che la colpa sia del cattivo di turno, la lista è lunga e viene rinnovata ogni volta: dal dittatore Saddam, pronto a usare armi chimiche inesistenti, fino al perfido Putin che vuole invadere piccoli paesi pacifici. Oppure di misteriosi estremisti, fondamentalisti e terroristi, dei quali peraltro di solito la Cia e il Dipartimento di Stato Usa conoscono nome, cognome, indirizzo e numero di telefono.
Sono spiegazioni che nonostante la scarsa credibilità hanno il pregio di non affaticare il cervello e di calmare i nervi: il mondo è brutto, ma i cattivi sono gli altri e noi siamo dalla parte giusta. Ma se si vuole uscire dal regno della propaganda, o dei lamenti pacifisti, è necessario andare alla radice dei problemi.


La principale fonte degli squilibri mondiali è la seguente: i rapporti economici a livello mondiale corrispondono sempre meno ai rapporti politici. Il declino degli Usa in relazione alla Cina e ad altre aree cosiddette “emergenti” dell’economia mondiale rende sempre più precaria l’egemonia dell’imperialismo statunitense. In modo simile ai vecchi imperi coloniali del XX secolo (Francia, Gran Bretagna), gli Stati Uniti mantengono una posizione di dominio militare e politico le cui basi economiche sono tuttavia indebolite. Tale dominio si sostanzia: 1) nella presenza militare degli Usa a livello mondiale, che non ha paragoni con quella di nessun altro paese; 2) nel ruolo del dollaro come valuta di riferimento a livello mondiale; 3) nell’estensione dei loro investimenti esteri. Durante la presidenza Bush la strategia militare americana si basava sul principio di poter sostenere contemporaneamente due conflitti di prima grandezza. Dopo il salasso (di vite ed economico) iracheno e afgano, Obama ha dovuto ridimensionare, e il nuovo assunto è di poter combattere su un fronte principale e contemporaneamente di mantenere l’equilibrio su un secondo fronte. È chiaro quindi il motivo delle esitazioni e delle contraddizioni delle scelte di Obama in questi mesi: impegnare nuovamente la macchina militare equivarrebbe a sparare l’unico colpo a sua disposizione.

Le contraddizioni e lo stato confusionale di cui Obama ha dato prova nella questione siriana, libica, irachena derivano direttamente da questa condizione critica degli Usa. C’è chi ha parlato di una nuova epoca di “isolazionismo” per gli Usa dopo il fallimento delle avventure militari in Iraq e in Afghanistan, ma è un abbaglio colossale. Nessun isolamento è possibile per una potenza che deve difendere il proprio dominio mondiale. Obama ha cercato di razionalizzare l’indebolimento degli Usa investendo su una maggiore autosufficienza energetica e cercando accordi diplomatici sui vari teatri di conflitto, in primo luogo in Medio Oriente, che consentissero di disimpegnare la macchina militare Usa e di limitarne le enormi spese. Tuttavia dopo aver distribuito sorrisi e bellissime parole, soprattutto nel primo mandato della sua presidenza, il risultato è l’opposto di quanto perseguito. Logica vorrebbe che, in queste condizioni di difficoltà, Washington si disponesse a trattare seriamente con le sue controparti, cercando di dipanare il nodo ucraino sedendosi a un tavolo con Putin, e di circoscrivere il conflitto con l’Isis trattando con Assad e con l’Iran e con le componenti sunnite irachene emarginate dal governo di al Maliki. Ma questa strada, che pure anche molti analisti americani considerano l’unica razionale, per ora non viene imboccata, e bisogna domandarsene il motivo.

Il conflitto ucraino rappresenta un passaggio di qualità nelle relazioni internazionali. La Russia e gli Usa, con la Nato al seguito, si fronteggiano in un conflitto del quale non sono chiari, per la prima volta da decenni, i confini e i possibili sviluppi. Sei anni fa, all’esordio della presidenza Obama, l’allora segretario di Stato Usa Hillary Clinton aveva proclamato la necessità di una ripartenza (“reset”) nei rapporti con la Russia, criticando implicitamente le precedenti amministrazioni repubblicane. Il risultato è sotto i nostri occhi. Nella storia nessuna classe dominante ha mai volontariamente abbandonato il suo dominio. Questo vale sia rispetto alle classi oppresse, sia rispetto ai propri concorrenti; l’imperialismo Usa non fa eccezione a questa regola. Da circa due secoli la classe dominante americana descrive se stessa e il proprio ruolo nel mondo come qualcosa di unico, irripetibile e specificamente americano. L’idea del “destino manifesto” del quale la nazione sarebbe investita ha via via guidato la colonizzazione del continente nordamericano, la sua espansione nell’emisfero occidentale e infine l’irruzione dell’imperialismo Usa sulla scenda mondiale.

Pur essendo solo ideologia, questa raffigurazione corrispondeva a una realtà materiale: la classe dominante Usa poteva porsi al di sopra di qualsiasi altra nazione e popolo al mondo, e intende continuare a farlo. Obama ha una volta di più ribadito questo concetto quando ha dichiarato, parlando dell’Ucraina, degli “ideali” che motiverebbero la politica occidentale, ideali che “spesso sono stati minacciati da una visione della potenza più vecchia e tradizionale”. La traduzione di queste alate parole potrebbe essere la seguente: mentre la visione “vecchia e tradizionale” ci suggerirebbe di trattare con Putin come con un nostro pari, noi non intendiamo farlo perché le nostre scelte devono essere guidate esclusivamente dai nostri “ideali” (leggasi: interessi) i quali non sono mediabili con chicchessia. Nonostante a molti appaia irrazionale, la politica estera Usa non lo è affatto: segue la razionalità di un dominatore che contende il terreno ai suoi avversari, attuali o potenziali.

E di avversari, nel mondo attuale, gli Usa non mancano certo. La Cina si espande “pacificamente” con il commercio, i prestiti, gli investimenti all’estero. Ma tutta la storia degli ultimi due secoli mostra come le fasi pacifiche non siano altro che la premessa delle fasi belliche, nella misura in cui lo sviluppo diseguale dei diversi paesi imperialisti, o aspiranti tali, li pone in contrasto. La Russia non ha cercato lo scontro in Ucraina, al contrario; ma non è certo disposta a vedere la Nato schierare le proprie basi e i propri sistemi missilistici a poche centinaia di chilometri da Mosca e reagisce di conseguenza.

Il riarmo, nonostante la crisi economica, tornerà sempre più al centro delle priorità dei governi, perché in ultima analisi solo il confronto militare è in grado di esprimere appieno la forza di uno Stato. La svolta è percepibile anche nella propaganda, nell’ideologia. Sono sepolte per sempre le raffigurazioni del pianeta unificato dal commercio e dalla “globalizzazione”, governato dalla pax americana. Al bordo della faglia che si è spalancata in Europa orientale, volonterosi uomini di Stato come il premier polacco Tusk, appena eletto presidente del Consiglio europeo, o la prima ministra lituana, chiedono il dispiegamento permanente di truppe Nato nei loro paesi e invocano la guerra aperta contro la Russia. Il capo della Nato Rasmussen risponde promettendo la creazione di una forza di intervento rapido che possa “colpire duro” nel giro di 48 ore, e una “maggiore presenza” in Europa dell’Est.

Oggi uno scontro diretto fra le grandi potenze è ancora impraticabile, ma non è più “impensabile” ed è più patetico che mai il richiamo all’Onu, al disarmo, alle “forze pacifiche di interposizione” e altre fantasie dell’armamentario pacifista. Sul piano internazionale il riformismo si dimostra se possibile ancor più fallimentare e fuori dalla realtà che sul piano nazionale. La debolezza del regime di Kiev e il sostanziale fallimento della sua offensiva all’Est potrebbero spingere, prima o poi, a un compromesso con Mosca. Ma anche un eventuale accordo, non sarà la fine del conflitto ma solo una tappa sulla strada di nuove e più profonde contrapposizioni, non solo in Europa. Lasciato a se stesso il sistema corre verso nuovi e catastrofici conflitti, questa è la vera lezione di questa estate insanguinata e solo la lotta per un altro sistema economico può liberare l’umanità dall’incubo della guerra.

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