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Sabato 3 settembre oltre 450mila israeliani sono scesi in piazza per protestare contro le politiche anti-sociali del governo conservatore di Benjamin Netanyahu.

La manifestazione più partecipata si è svolta nella capitale - Tel Aviv - con un corteo di 300mila persone; una grande riuscita hanno fatto registrare le manifestazioni che si sono svolte a Gerusalemme Ovest, Haifa, Eilat, Kikar Hamedina e nelle altre principali città del paese. A Gerusalemme 25mila persone hanno marciato fino a sotto al residenza di Netanyahu.

Si tratta del settimo fine settimana consecutivo di proteste e già ad inizio agosto c’è stato un corteo di più di 300mila persone a Tel Aviv. È una esplosione popolare di indignazione contro le crescenti ingiustizie sociali che si consumano quotidianamente all’interno di una società che la destra vuole tenere blindata e preoccupata solo della sua ‘sicurezza’ (contro il popolo palestinese) ma che ora comincia sempre di più a parlare di economia, ricchezza, povertà e classi sociali.

Le mobilitazioni sono partite dalla protesta di una giovane israeliana che si è accampata nella piazza principale di Tel Aviv contro il caro-affitti, in una città dove i prezzi sono raddoppiati negli ultimi cinque anni. Per questi motivi, il 2 settembre, in una mobilitazione guidata dagli indignati israeliani e dall’Unione degli studenti universitari, una massa enorme ha indossato le magliette con la casetta simbolo della lotta contro l’aumento dei prezzi alloggi.

Dopo la casa, si è cominciato a discutere di istruzione, di sanità e di stato sociale.

Il movimento reclama case e affitti a basso costo, aumenti salariali e il controllo sul costo della vita. Gli slogan più gettonati erano quelli contro le privatizzazioni e per l’aumento delle tasse dirette per i redditi più alti e la diminuzione di quelle indirette, che colpiscono in particolare le fasce più povere della popolazione.

Netanyahu ha nominato un comitato ministeriale a cui è stato attribuito il compito di valutare proposte governative per andare incontro alle proteste sociali. Si attendono da questo comitato proposte per combattere gli altissimi prezzi delle case e dei generi alimentari ma nessuna illusione deve essere seminata su un possibile compromesso con il governo, che ora ha l’unico obiettivo di gettare acqua sul fuoco delle proteste.

Il processo di autorganizzazione dei lavoratori e dei giovani israeliani si deve approfondire sulla base della rivendicazione di uno sciopero generale di 24 ore che fermi il paese portando in tutte le città, le scuole e i posti di lavoro il programma che è alla base delle assemblee del movimento in Israele:

  • la massiccia costruzione di case popolari, anche in città e villaggi arabi;
  • un regolamento per fissare un tetto limite agli affitti;
  • calmierare i prezzi dei beni alimentari di prima necessità, gas, trasporti pubblici, elettricità e acqua;
  • fermare la brutale politica di demolizione delle case che il governo israeliano sta attuando contro i territori palestinesi e contro i cittadini palestinesi di Israele.

Decisiva sarà anche l’unità dei lavoratori palestinesi e israeliani per il diritto alla casa e al lavoro; contro l’occupazione israeliana nei territori di Gaza e della Cisgiordania che opprime i lavoratori palestinesi e peggiora le condizioni dei lavoratori in Israele.

Negli ultimi anni, mentre nella capitale i prezzi delle case crescevano a dismisura, il governo concentrava le sue iniziative per la costruzione di case a basso costo esclusivamente per i coloni all’interno dei territori occupati utilizzati come strumento di propaganda nella guerra contro i palestinesi. L’esercito israeliano deve dunque ritirarsi dai territori occupati.

In Israele non potrà mai esserci un vero stato sociale finchè la guerra continuerà a drenare miliardi dal bilancio statale per mantenere il quarto apparato militare del mondo. Ed è per questo che quella per la giustizia sociale in Israele e per i diritti dei palestinesi è un’unica battaglia.

 

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