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Venerdì 23 settembre a New York davanti alle Nazioni Unite Abu Mazen ha pronunciato un atteso discorso con cui chiedeva il riconoscimento di un stato indipendente per i palestinesi. Il discorso è stato accompagnato, comprensibilmente, da manifestazioni di gioia nella Cisgiordania, oltre che numerosi applausi tra i membri dell’ONU. In realtà l’esito del voto, che avverrà tra un paio di settimane, è piuttosto scontato dato che gli Stati Uniti hanno già annunciato il veto in consiglio di sicurezza.


L’idea di chiedere il riconoscimento della Palestina come entità statale si inserisce perfettamente nella strategia politica da tempo perseguita da Abu Mazen e dal primo ministro Fayyad. Questo approccio alla questione palestinese tende a ribaltare i termini del problema, così come era stato affrontato in precedenza. Se prima all’ordine del giorno delle priorità della lotta vi erano: riconoscimento e tutela dei diritti del popolo palestinese, ritorno dei profughi, diritto all’autodeterminazione, e solo successivamente, creazione di un governo, oggi la questione viene ribaltata. Vi è l’idea di fondo che creando organismi statuali funzionanti si crei la precondizione per la concessione dell’indipendenza, idea la cui fondatezza è tutta da dimostrare. Non a caso a metà di aprile viene presentato dall’Anp il piano di sviluppo per gli anni 2011-2013 dal titolo significativo: “Determinare lo stato, costruire il nostro futuro”. Si capisce così anche perché Abu Mazen si sia dato un gran daffare per creare un accordo con Hamas, nel tentativo di mostrare l’unità del popolo palestinese. Naturalmente questa strategia presuppone in primo luogo l’abbandono della lotta armata, come forma di opposizione, e un’adesione incondizionata agli accordi internazionali, anche se l’altra parte non lo fa, cosicché i governi arabi e la comunità internazionale facciano pressioni su Israele e quest’ultimo sia spinto al riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. E dettaglio di non poco conto, implica che Israele faccia un passo indietro.

Il vero ruolo dell'Onu

Strategia che non ha dato molti risultati, se appena annunciata da Abu Mazen l’intenzione di inoltrare la richiesta all’Onu del riconoscimento dello stato palestinese, Israele si è affrettato a dichiarare “unilaterale” la decisione (dagli accordi di Oslo, del 1994, Israele accusa i palestinesi di violare unilateralmente gli accordi), e Obama ha fatto sapere che opporrà il veto. Addirittura il 14 settembre il Repubblicano Howard Berman ha dichiarato: “se i Palestinesi dovessero continuare con questo discorso unilaterale, le centinaia di milioni di dollari  in assistenza annuale che diamo loro terminerebbero” (Merip, 16 settembre 2011). Questo nonostante la buona volontà del capo dell’Anp, che aveva fatto aperture rispetto a possibili scambi di territori per garantire che alcuni insediamenti israeliani della West Bank potessero essere inglobati da Israele, o ancora l’apertura a un ritorno dei profughi più simbolico che reale. Lo stesso Abu Mazen aveva anche accettato di sospendere all’Onu il voto sul report Goldstone, un’indagine sull’operazione a Gaza del 2008-2009, che avrebbe permesso di intentare cause contro ufficiali israeliani. Probabilmente ciò che ha infastidito di più l’amministrazione americana, non è tanto la richiesta avanzata, quanto il fatto che sia avvenuta fuori dal contesto dei vari trattati di pace e dei vari negoziati, leitmotiv degli ultimi decenni, in cui la questione centrale era appunto il negoziato (al di là del risultato dello stesso), il cui unico mediatore erano gli Stati Uniti. Ruolo che viene in qualche modo messo in discussione con quest’iniziativa, in un momento in cui gli USA, sia per la profonda crisi economica che attraversano sia per gli avvenimenti della regione, faticano a mantenere la loro egemonia.
Una parentesi sull’Onu: come si può essere certi che una richiesta approvata sia garanzia di diritti per il popolo palestinese? Se ben ci ricordiamo è lo stesso organismo internazionale che ha permesso ad Israele di violare sistematicamente ogni sua risoluzione? Ci stupisce tra l’altro leggere, soprattutto sui giornali di sinistra, descrizioni dell’Onu tanto disparate: un minuto prima è la massima espressione dell’imperialismo internazionale, quando lo si deve accusare dell’aggressione militare in Libia, un minuto dopo il garante massimo del diritto internazionale. Al di là della facciata, non è forse espressione degli interessi delle potenze mondiali? E poi, Israele rinuncerebbe alle sue politiche repressive ed espansioniste verso i territori palestinesi, se esistesse uno stato di Palestina? Rinuncerebbe alle politiche discriminatorie verso gli arabi-israeliano? I rimproveri dell’ONU l’hanno mai fermato?
Per comprendere appieno la natura del problema è opportuno riflettere sulla situazione in Palestina, Israele e inserire gli attori in un contesto internazionale un po’ più ampio. Per quanto riguarda i territori palestinesi, il Pil reale della Cisgiordania ha segnato un +9.3% nel 2010 (Merip,  16 settembre 2011). Questo dato, apparentemente positivo, cela molti problemi economici, in primis la sostenibilità e la redistribuzione. La stessa Banca Mondiale definisce non sostenibile il Pil aggregato dell’area, dato che riflette una situazione di partenza molto bassa, ed è principalmente legato agli aiuti umanitari, infatti il Pil procapite in Cisgiordania e Gaza è -8% rispetto a quello del 1999, ossia prima della seconda intifadah, momento in cui è iniziata l’offensiva più pesante di Israele, anche dal punto di vista economico. Senza le sovvenzioni e gli aiuti, la crescita del Pil sarebbe stata ancora minore, dato che secondo l’Ocse, gli aiuti nel 2009 ammontavano a 3.03 miliardi di dollari, pari al 60% del Pil. Il flusso di aiuti che da Oslo in avanti arriva all’Autorità Palestinese si è rivelata un’arma a doppio taglio per i palestinesi: ha creato enormi disparità economiche nella società e ha di fatto creato un’economia “rentiera”, basata solo sugli aiuti; complice è stato anche senz’ombra di dubbio il blocco economico e il controllo del territorio che rende impossibile la circolazione delle merci, oltre che delle persone. Inoltre questo legame economia-aiuti rende l’Anp “dispensatore” di beni, servizi, stipendi, ciò implica un potere enorme rispetto alla popolazione. La disoccupazione rimane un problema spinoso: nel 2010 il tasso di disoccupazione era del 24% (17% in Cisgiordania, 38% a Gaza), con punte del 40% per quanto riguarda quella giovanile (soprattutto tra i laureati). Secondo una serie di calcoli ci sarebbe la necessità di creare 30000 posti di lavoro all’anno per riassorbire la situazione, non semplice senza un’economia sviluppata e con un libro paga dell’Anp che già pesa sul 35% del Pil. Sarebbe un altro dramma se il sistema economico palestinese dovesse assorbire i 78000 occupati in Israele. Da ricordare infine un paradosso scaturito dagli accordi di Oslo: l’Anp è garante della sicurezza dell’occupante del territorio palestinese, Israele, secondo il principio: “terra in cambio di pace”.
Hamas si è mostrata scettica rispetto alla questione della richiesta del voto per il riconoscimento dello stato di Palestina. L’obiezione principale, però, era quella di essere stata escluso dal processo: “Perché nessuno ci ha consultato, noi di Hamas”, lamenta Ahmed Yousef, delegato a ministro degli esteri a Gaza . Dopo le manifestazioni di gioia rispetto al discorso di Abu Mazen in Cisgiordania, la dirigenza di Hamas si è affrettata a vietare ogni tipo di manifestazione a Gaza in sostegno del discorso del capo dell’Anp. Le difficoltà crescenti nel controllo della Striscia di Hamas sono evidenti: le condizioni di vita dei palestinesi in quell’area sono inumane e non si è visto un solo progresso. Difficoltà che si evidenziano nelle misure sempre più repressive verso ogni forma di dissenso: i partecipanti alle manifestazioni in sostegno delle rivoluzioni arabe, a quella del 15 marzo a favore dell’unità dei Palestinesi e per finire a quelle delle ultime settimane sono stati duramente picchiati dalla polizia di Hamas.   

L'isolamento di Israele

In tutto questo il governo israeliano si deve sentire con le spalle al muro. Dal punto di vista internazionale vive un momento di isolamento. La Turchia, alleato storico del governo israeliano, dopo l’uccisione dei nove turchi a bordo della Freedom Flottilia nel maggio del 2010, ha cambiato decisamente orientamento, anche rispetto ai suoi progetti di riconquistarsi un ruolo egemone in Medio Oriente (anche nell’ultimo periodo ci sono stati vertici tra ANP e governo di Ankara, col tentativo, per quest’ultimo, di porsi come interlocutore di primo piano). L’Egitto, l’altro alleato centrale nell’area, dopo la caduta di Mubarak, che il governo di Tel Aviv ha difeso fino all’ultimo, sembra prendere, almeno in parte, le distanze. Tra l’altro, dopo l’incidente dell’uccisione di 5 guardie di confine egiziane durante un’operazione israeliana nell’agosto scorso, le proteste popolari contro Israele, in cui si chiedeva l’espulsione dell’ambasciatore israeliano, sono state numerose raggiungendo il culmine il 10 settembre con l‘assalto all’ambasciata israeliana a Giza (quartiere del Cairo), in cui tra l’altro hanno perso la vita tre manifestanti. Anche se lo volesse, il governo militare provvisorio difficilmente in questa situazione potrebbe essere un alleato forte per Israele.  
Dal punto di vista interno, Netanyahu non passa certo momenti migliori. Il 3 settembre ha visto la più grande manifestazione della storia del paese, in cui le parole d’ordine della popolazione non erano contro il pericolo palestinese, ma contro il governo, di cui si chiedevano le dimissioni. Le politiche di sicurezza (ovvero di aggressione verso i palestinesi) hanno eroso lo stato sociale peggiorando le condizioni di vita della popolazione, di cui il 20% circa vive sotto la soglia di povertà. Uno degli aspetti più interessanti è il richiamo esplicito dei manifestanti alla primavera araba, a Piazza Tahrir e l’esposizione di striscioni in arabo che richiamavano i motti della rivoluzione egiziana, dettaglio di non poco conto in un paese in cui l’arabo è considerato, comunque, espressione culturale del “nemico”.

La primavera araba e la Palestina



È da qui che è fondamentale ripartire per trovare una soluzione al problema, da cui difficilmente si uscirà se si continua a ragionare escludendo la popolazione e in particolare i lavoratori da un ruolo attivo dal processo e pensando che la soluzione sia una concessione dall’alto di uno stato. Supponiamo che venga riconosciuta l’indipendenza dello Stato di Palestina. Sarebbe un sollievo per i disoccupati, i giovani, le donne di Palestina? Senz’altro sarebbe una conquista simbolica, ma Israele rinuncerebbe ai suoi piani? La burocrazia dell’Anp rinuncerebbe ai suoi privilegi? Le potenze occidentali lascerebbero i palestinesi liberi di autodeterminarsi? Israele permetterebbe all’economia palestinese di svilupparsi? La risposta è abbastanza ovvia, ma la primavera araba e le rivolte israeliane indicano un’altra via. Le mobilitazioni vittoriose di Egitto e Tunisia, seppur parziali, visto che non hanno modificato in maniera significativa le condizioni di vita della popolazione, hanno iniettato una dose di speranza nelle masse arabe (tra l’altro anche in Palestina ci sono state manifestazioni di solidarietà con la rivoluzione egiziana, represse naturalmente da Fatah e Hamas). È evidente che anche nei territori palestinesi il disagio era cresciuto notevolmente, il malcontento verso Fatah e Hamas, incapaci di modificare la situazione, era diventato sempre più importante. Così Abu Mazen, servo dell’imperialismo e solitamente facile al compromesso, ha avuto un moto di orgoglio e ha avanzato questa richiesta, dato che sentiva il prossimo a cadere sarebbe potuto essere lui. Senz’altro l'impatto mediatico per Abu Mazen è stato positivo, viste le manifestazioni di gioia in Cisgiordania, ma in una prospettiva di medio lungo termine le cose non cambieranno molto.
Con le manifestazioni di Israele si creano gli spiragli perché anche le masse israeliane comprendano che il loro vero nemico non sono i palestinesi, ma il governo israeliano che scarica sui settori più deboli i costi delle sue politiche spietate e del mantenimento dei privilegi per un ristretto nucleo di persone. Oggi più che mai la parola d’ordine dell’unità di classe tra lavoratori israeliani e palestinesi dovrebbe essere perseguita. L’unica possibilità per i palestinesi di ottenere quei diritti che avanzano da tempo, per gli israeliani di conquistare la pace e per le popolazioni arabe è la creazione di una federazione socialista dei paesi arabi e del Medioriente. Per ottenerla è necessaria l’unità di classe nella lotta, in cui siano protagonisti i giovani, i lavoratori, le donne. Solo così gli oppressi non solo della Palestina, ma di tutto il mondo arabo conosceranno una nuova primavera.

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