Breadcrumbs

Venerdì 23 settembre a New York, davanti alle Nazioni Unite, Abu Mazen ha pronunciato un atteso discorso con cui chiedeva il riconoscimento di un stato indipendente per i palestinesi. Il discorso è stato accompagnato, comprensibilmente, da manifestazioni di gioia nella Cisgiordania, oltre che numerosi applausi tra i membri dell’Onu. In realtà l’esito del voto è piuttosto scontato, dato che gli Stati Uniti hanno già annunciato il veto in Consiglio di sicurezza.

L’idea di chiedere il riconoscimento della Palestina come entità statale si inserisce perfettamente nella strategia politica da tempo perseguita da Abu Mazen e dal primo ministro Fayyad. Questo approccio alla questione palestinese tende a ribaltare i termini del problema, così come era stato affrontato in precedenza.

Se prima all’ordine del giorno delle priorità della lotta vi erano: riconoscimento e tutela dei diritti del popolo palestinese, ritorno dei profughi, diritto all’autodeterminazione, e solo successivamente, la creazione di un governo, oggi la questione viene ribaltata. Vi è l’idea di fondo che creando organismi statuali funzionanti si crei la precondizione per la concessione dell’indipendenza, idea la cui fondatezza è tutta da dimostrare. Naturalmente questa strategia presuppone in primo luogo un’adesione incondizionata agli accordi internazionali, anche se l’altra parte non lo fa. In secondo luogo che i governi arabi e la comunità internazionale facciano pressioni su Israele e ovviamente che quest’ultimo sia disposto ad un passo indietro, riconoscendo i diritti dei palestinesi.

Il vero ruolo dell’Onu

Tuttavia Israele si è affrettato a dichiarare “unilaterale” la decisione (dagli accordi di Oslo, del 1994, Israele accusa i palestinesi di violare unilateralmente gli accordi) e Obama ha fatto sapere che opporrà il veto. Questo nonostante la buona volontà del capo dell’Anp, che aveva fatto aperture rispetto a possibili scambi di territori per garantire che alcuni insediamenti israeliani della West Bank potessero essere inglobati da Israele, o ancora l’apertura a un ritorno dei profughi più simbolico che reale. Lo stesso Abu Mazen aveva anche accettato di sospendere all’Onu il voto sul report Goldstone, un’indagine sull’operazione a Gaza del 2008-2009, che avrebbe permesso di intentare cause contro ufficiali israeliani. Probabilmente ciò che ha infastidito di più l’amministrazione americana, non è tanto la richiesta avanzata, quanto il fatto che sia avvenuta fuori dal contesto dei vari trattati di pace e dei vari negoziati, leitmotiv degli ultimi decenni, in cui la questione centrale era appunto il negoziato (al di là del risultato dello stesso), il cui unico mediatore erano gli Stati Uniti.

Ma come si può essere certi che una richiesta approvata dalle nazioni Unite sia garanzia di diritti per il popolo palestinese? Israele è il paese che ha violato il maggior numero di risoluzioni del Palazzo di vetro, ma non pare che negli ultimi sessant’anni questo per l’Onu sia mai stato un vero problema. Ci stupisce tra l’altro leggere, soprattutto sui giornali di sinistra, descrizioni dell’Onu tanto disparate: un minuto prima è la massima espressione dell’imperialismo internazionale, quando lo si deve accusare dell’aggressione militare in Libia, un minuto dopo il garante massimo del diritto internazionale. Al di là della facciata, non è forse espressione degli interessi delle potenze mondiali? I rimproveri dell’Onu hanno mai fermato la politica repressiva di Israele?

Hamas si è mostrata scettica rispetto alla questione della richiesta del voto per il riconoscimento dello stato di Palestina. L’obiezione principale, però, era quella di essere stata esclusa dal processo: “Perché nessuno ci ha consultato, noi di Hamas”, lamenta Ahmed Yousef, delegato a ministro degli esteri a Gaza. Dopo le manifestazioni di gioia rispetto al discorso di Abu Mazen in Cisgiordania, la dirigenza di Hamas si è affrettata a vietare ogni tipo di manifestazione a Gaza in sostegno del discorso del capo dell’Anp. Le difficoltà crescenti di Hamas nel controllo della Striscia sono evidenti: le condizioni di vita dei palestinesi in quell’area sono inumane e non si è visto un solo progresso. Difficoltà che si evidenziano nelle misure sempre più repressive verso ogni forma di dissenso. Le manifestazioni dell’ultimo anno, in sostegno alle rivoluzioni arabe sono state duramente attaccate dalla polizia di Hamas.

L’isolamento di Israele

 

In tutto questo il governo israeliano si deve sentire con le spalle al muro. Dal punto di vista internazionale vive un momento di isolamento. La Turchia, alleato storico del governo israeliano, dopo l’uccisione dei nove turchi a bordo della Freedom Flottilia nel maggio del 2010, ha cambiato decisamente orientamento, anche rispetto ai suoi progetti di riconquistarsi un ruolo egemone in Medio Oriente. L’Egitto, l’altro alleato centrale nell’area, dopo la caduta di Mubarak, che il governo di Tel Aviv ha difeso fino all’ultimo, sembra prendere, almeno in parte, le distanze. Tra l’altro, dopo l’incidente dell’uccisione di 5 guardie di confine egiziane durante un’operazione israeliana nell’agosto scorso, le proteste popolari contro Israele, sono state numerose, raggiungendo il culmine il 10 settembre con l’assalto all’ambasciata israeliana. Anche se lo volesse, il governo militare provvisorio difficilmente in questa situazione potrebbe essere un alleato forte per Israele.

Dal punto di vista interno, Netanyahu non passa certo momenti migliori. Il 3 settembre ha visto la più grande manifestazione della storia del paese, in cui le parole d’ordine della popolazione non erano contro il pericolo palestinese, ma contro il governo, di cui si chiedevano le dimissioni. Le politiche di sicurezza (ovvero di aggressione verso i palestinesi) hanno eroso lo stato sociale peggiorando le condizioni di vita della popolazione, di cui il 20% circa vive sotto la soglia di povertà. Uno degli aspetti più interessanti è il richiamo esplicito dei manifestanti alla primavera araba a Piazza Tahrir e l’esposizione di striscioni in arabo che richiamavano i motti della rivoluzione egiziana, dettaglio di non poco conto in un paese in cui l’arabo è considerato, comunque, espressione culturale del “nemico”.

La primavera araba e la Palestina

 

È da qui che è fondamentale ripartire per trovare una soluzione al problema, da cui difficilmente si uscirà se si continua a ragionare escludendo i lavoratori da un ruolo attivo dal processo e pensando che la soluzione sia una concessione dall’alto di uno stato. Supponiamo che venga riconosciuta l’indipendenza dello Stato di Palestina. Sarebbe un sollievo per i disoccupati, i giovani, le donne di Palestina? Senz’altro sarebbe una conquista simbolica, ma Israele rinuncerebbe ai suoi piani? La burocrazia dell’Anp rinuncerebbe ai suoi privilegi? Le potenze occidentali lascerebbero i palestinesi liberi di autodeterminarsi? Israele permetterebbe all’economia palestinese di svilupparsi? La risposta è abbastanza ovvia, ma la primavera araba e le rivolte israeliane indicano un’altra via.

Le mobilitazioni vittoriose seppur in modo parziale di Egitto e Tunisia, hanno iniettato una dose di speranza nelle masse arabe. È evidente che questo processo ha avuto un riflesso nella coscienza dei palestinesi, facendo montare l’insofferenza verso Fatah e Hamas. Così Abu Mazen, servo dell’imperialismo e solitamente facile al compromesso, ha avuto un moto di orgoglio e ha avanzato la richiesta del voto, sentendo che il prossimo a cadere sarebbe potuto essere lui. Senz’altro l’impatto mediatico per Abu Mazen è stato positivo, viste le manifestazioni di gioia in Cisgiordania, ma in una prospettiva di medio-lungo termine le cose non cambieranno molto.

Con le manifestazioni in Israele si creano le condizioni perché anche le masse israeliane comprendano che il loro vero nemico non sono i palestinesi, ma il governo del proprio paese che scarica sui settori più deboli i costi delle sue politiche spietate e del mantenimento dei privilegi per un ristretto nucleo di persone. Oggi più che mai la parola d’ordine dell’unità di classe tra lavoratori israeliani e palestinesi dovrebbe essere perseguita. L’unica possibilità per le popolazioni arabe e palestinesi di ottenere quei diritti che avanzano da tempo, per gli isra

Joomla SEF URLs by Artio